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ABBIO GELA ROOSTERS A UN PASSO DALLA VITTORIA


Finale da thriller al PalaIgnis. Bologna porta Varese a gara 4

Avete presente Gwyneth Paltrow? La biondina che in Sliding doors se prendeva quella maledetta metropolitana... e se invece per un soffio, un battito di ciglia non la prendeva? Insomma le due vite paralelle, buttate lì dal caso, le due possibilità uguali e contrarie nelle quali ci si imbatte senza saperlo in ogni attimo dell'esistenza? Ecco, se Abbio, con quel pallone in mano, scattato com'era dal suo canestro, con tutta la difesa davanti, negli ultimi quattro secondi di quaranta minuti di partita senza risparmio, con la eliminazione o la salvezza della sua squadra tra le mani...Se Abbio avesse sentito tutto questo, tensione, stanchezza, se si fosse detto dentro di sé non ce la posso fare a correre con il cuore in gola per venticinque metri con questo pallone che scotta, con Pozzecco che è veloce come una biscia che mi corre di fianco, con cinquemila tifosi che già festeggiano per la vittoria, non ho più le forze per tirarmi su e tirare...se Abbio avesse speso qualche stilla di energia in più per pensare a tutto questo, forse sarebbe arrivato con quel centesimo di secondo di ritardo oltre il fischio della sirena...Se il caso avesse concesso almeno due finali diversi per poter vedere, come la Paltrow, cosa sarebbe successo, e non invece un finale unico, sancito dal referto inappellabile degli arbitri...Ma il basket non è solo il caso: Il basket è anche in qualche modo scientifico, sottostà alle leggi della cinetica e di chissà quali altre cose. Abbio ha fatto tutto quello che doveva fare, correndo esattamente per quattro secondi e poco più da una parte all'altra del campo, con il cuore in gola, con il pallone che scottava in mano, con Pozzecco che è veloce come una biscia al suo fianco, con cinquemila tifosi festanti e sicuri, con la forza esatta per evitare l'ultimo avversario, saltare e dare l'ultimo colpo di frusta alla palla e depositarla a canestro. Più rapido lui di quanto siano stati veloci tutti gli altri ad alzare gli occhi al tabellone e rendersi conto che il tempo era scaduto per davvero, ma un attimo dopo; rendersi conto che quel canestro, che resterà negli annali del basket, come le famose porte della metropolitana mette in moto beffardamente una concatenazione di eventi del tutto differenti da come ce li si aspettava. That's basket baby.

Varese dunque non riesce nell'impresa che sembrava ad un passo, ma dire un passo è dire un'unità di misura ancora troppo grande. Sia per come ha condotto il primo tempo, sia per come rocambolescamente si è trovata a + 1 ad una manciata di secondi dal fischio. Bologna risorge. Niente, assolutamente niente da dire. Altra partita straordinaria e sicuramente degna già di essere una finale.

Purtroppo, in venti minuti tutti i peggiori incubi che i Roosters potevano ancora avere si sono materializzati: i virtussini, dati per cotti e stracotti, tirano fuori dal cilindro una ripresa di rara intensità e bellezza, i galletti al confronto troppo spesso paiono quelli a corto di fiato e sembrano increduli di trovarsi una tale ferocia agonistica. La zona di Messina, ridicolizzata domenica scorsa a Casalecchio, è un muro che a tratti diventa impenetrabile per Varese che si vede risucchiare nel gorgo della confusione in attacco e dell'approssimazione in difesa. L'incubo Rigaudeau, praticamente assente nel primo tempo, sovrano assoluto del campo nella ripresa. E infine Sasha, il paradosso Danilovic, il più grande giocatore europeo dai tempi di Petrovic, scopre di essere in questo momento solo un peso per la sua squadra. Con lui in campo Varese può giocare quasi in superiorità numerica, tanto è nullo in attacco e inconsistente in difesa. Messina, il cui basket non può fare a meno del serbo, lo tiene in panchina per tutta la ripresa e la Virtus sembra finalmente liberata da quell'ossequio doveroso al campione: non giustificato dalla gravità del momento per il quale servono uomini in grado di dare il massimo. E senza di lui la squadra vola.

Come si può provare a descrivere una partita del genere, provare a raccontare tre minuti al cardiopalma, la certezza della vittoria, lo sbigottimento attonito di cinquemila persone piombate nel silenzio più assoluto? 
Meglio, in questo caso, far parlare le cifre, servono a lasciar decantare il trauma, a sentir meno cocente la delusione. Nel primo tempo i Roosters fanno 50 punti, la Virtus 38. Nella ripresa Varese si ferma a 30. Quattro palle perse all'intervallo, dieci alla fine; quelle recuperate erano undici a metà gara, diventano solo tredici alla fine. I dati per Bologna sono speculari ma al contrario. Solo i rimbalzi danno un'indicazione contraddittoria con Varese che ancora una volta stupisce: alla fine 31 contro i 26 di Bologna. Insomma, fino all'intervallo i Roosters spinti da un pubblico incredibile giocano da prima della classe in tutti i sensi: show-time per un Pozzecco da far luccicare gli occhi, ma a tutti le cose vengono facili e bene. Sempre in vantaggio, sempre in scioltezza, sempre basket spumeggiante. Quando Galanda ti segna anche all'ultimo secondo dopo un coast to coast inebriante di Pozzecco portando il vantaggio a + 12, senti che le stelle sono propizie, che tutto sta andando per il meglio. Vedi i biancorossi che scherzano e si divertono: dall'altra parte vedi Messina sconsolato, scamiciato, i sue due uomini migliori in panchina, la sua squadra lenta in difesa, quasi immobile in attacco, costretto a tirar fuori dalla naftalina il vecchio Gus Binelli perchè da solo lo sterminatore Nesterovic sembra proprio non bastare. Vedi tutto questo e ti senti addosso una strana euforia, e la sensazione buona e giusta che questa volta non ci possono fregare.

Si riparte, pochi secondi e Rigaudeau dice subito la sua: tripla dall'angolo, a freddo. Inizia la rincorsa: il francese illumina con due passaggi lob da campo a campo, Bologna si fa sempre più vicina: al quarto fallo di Santiago si aggiunge quello ingenuo di Galanda e mancano ancora 15 minuti. Tra palle perse, contropiedi subiti, amnesie in difesa, le V Nere piazzano un parziale terrificante di 29 a 12 in poco più di dieci minuti. Gli ultimi cinque sono da cineteca: Bologna si mantiene avanti qualche punto, ad Edwards che ritorna nel finale risponde uno splendido Galanda. Pozzecco da tre riporta a -1 a poco più di due minuti alla fine, ma subito dopo butta via un passaggio clamorosamente. De Pol vorrebbe sbranarlo. Manera si butta come un ariete in area mietendo falli. E' in lunetta sul 78-80, ne mette uno solo. Mancano 45 secondi. Rigaudeau subisce un fallo: il francese perde la calma e sbaglia entrambi i liberi. Torna in attacco Varese per l'ultimo tiro, l'azione si incarta un poco, Mrsic cincischia poi tira. Dalla tribuna sembra un tiro di quelli ch esi fanno con i palloni ortopedici, maldestro, ma l'arbitro h avisto un fallo di Sconocchini.

Tre liberi per il croato, il tabellone segna 39 minuti, 55 secondi e qualcosa di più. L'attesa è micidiale, perchè c'è di mezzo un time-out. Mrsic va in lunetta.Già si affaccia il caso, o comunque lo si voglia chiamare. Questa volta è benevolo. Il croato gelido fa l'en plein, garantendosi probabilmente la riconferma. È il delirio, è la finale, è l'attesa di nove anni finalmente terminata, è Bologna umiliata da un 3-0 che non ammette discussioni e repliche, è...quello splendido giocatore lungo lungo e magro, il più offeso e oltraggiato dal pubblico, quello che però non cede mai, quello che butta il cuore oltre l'ostacolo, quello che attraversa il campo, quello che semina i giocatori di Varese fermi e immobili con la consegna di non fare fallo, convinti che la fisica non consenta simili exploit agonistici, dimenticando che oltre alla fisica c'è il cuore. E del cuore Kinder, se avessimo avuto ancora bisogno di prove, Alessandro Abbio è una delle arterie indispensabili. Varese grandissima comunque, e la Kinder non ha rubato niente. E' solo una meravigliosa sfida di basket giunta al suo terzo episodio.

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