|
PRESIDENTI
DA TRE GENERAZIONI
Eccolo lì, il segno di
vittoria che il galletto dei Roosters esibisce un po’
guascone con due piume aperte a V. Cresta in alto e petto in
fuori, è il simbolo di una squadra che di vincente non ha
soltanto gli score, ma la testa e il cuore. Una squadra a
immagine e somiglianza del suo presidente, Edoardo Bulgheroni,
dell’allenatore Charlie Recalcati, del direttore sportivo
Gianni Chiapparo, di diavoli come Pozzecco e Meneghin, capaci
di restituire a Varese una finale tricolore dopo nove anni. Si
parla di scudetto, il decimo, si ricordano Ignis e Turisanda,
personaggi da favola come Morse, Raga e Yelverton, il
gigantesco Dino Meneghin che ha trasferito le meraviglie dei
suoi geni cestistici al figlio Andrea. Al Campus, dove i
Roosters si allenano, c’è un’attesa febbrile, e davanti a
un minuscolo schermo televisivo c’erano oltre duecento
persone ad assistere al crollo definitivo della Kinder e al
volo verso la finale.
Bulgheroni, come si sta a due passi dal titolo?
«Sono scaramantico e non mi pronuncio, però all’inizio del
campionato sapevamo di avere una squadra competitiva».
Edoardo Bulgheroni, "Edo" per chi lo conosce bene e
per tutti i giocatori, è il ritratto della felicità. Sicuro,
abbronzato, orologio sportivo e completo antracite, il
ventinovenne presidente ha succhiato il basket dal biberon e a
cinque anni già era sul parquet a difendere i colori di
Varese.
Presidente, avete qualche preferenza sull’altra
finalista, meglio Benetton o Teamsystem?
«È esattamente lo stesso, anche perché credo nel destino e
immagino ci sia una regia occulta che destinerà questo
scudetto dalle nostre parti».
Mai come quest'anno Varese ha dato l’idea di un gruppo
unito anche fuori dal campo, di amici che scherzano e si
divertono come matti: una squadra di campioni ma anche di
ragazzi normali che vanno a bere una birra con i tifosi.
«Molta parte del nostro successo è dovuto alle strutture del
Campus, che la mia famiglia ha fortemente voluto. I giocatori
passano qui buona parte della giornata, i rapporti si
cementano, c’è tempo per parlare, per capirsi. Poi va detto
che ho alle spalle altre due generazioni di presidenti
Bulgheroni, per cui un po’ di esperienza ce la siamo fatta e
sappiamo come muoverci e che contatti privilegiare».
Quando lo spirito di squadra è questo, logico che anche i
nuovi arrivi e gli stranieri si ambientino in fretta...
«Certo, ne abbiamo i risultati sott’occhio. Mrsic e
Galanda, che ho voluto personalmente, sono preziosi
soprattutto in questa delicatissima fase».
E c’è tutta un’aneddotica su Meneghin e Pozzecco che
si caricano a vicenda sul campo guardandosi negli occhi fronte
contro fronte davanti a milioni di spettatori tv e che nel
dopopartita se ne vanno alla "Botte" di Masnago a
bere una birra con gli ultras.
«Insieme a De Pol, altro affezionato del locale. Essere un
gruppo è anche questo, e molti meriti vanno a Recalcati. A un
allenatore chiediamo soprattutto doti umane, dando per
scontate le qualità tecniche, e Charlie è anche un uomo di
spogliatoio, per usare un termine calcistico».
Oltre a Edoardo, presidente da tre anni, c’è un altro
Bulgheroni al vertice della società, è il fratello Antonio,
vicepresidente e anche lui con trascorsi da giocatore.
«Ora segue la squadra più di me, da quando mi occupo di
marketing in una affiliata della Lindt, la Caffarel di Luserna
San Giovanni, vicino Torino, e sono andato ad abitare a
Pinerolo. Comunque sto vicino ai ragazzi appena posso».
I Roosters sono
una società additata a modello in tutta Italia: senza fare
investimenti colossali si lotta per lo scudetto e soprattutto
si è creata una struttura per certi aspetti unica...
«Sì, l’idea è nata dalla necessità. In mancanza lo
scorso anno di uno sponsor principale in grado di coprire i
costi, abbiamo formato un consorzio. Ne fanno parte sei
aziende presiedute dal dottor Prevosti del Burrificio Prealpi
e cinque fornitori ufficiali. Le aziende versano una quota di
mezzo miliardo e gli altri di 180 milioni a stagione».
Manterrete la stessa formula anche il prossimo anno?
«A meno che non arrivi uno sponsor da sette miliardi...Sì,
sicuramente, perché funziona bene, anche se il primo anno l’abbiamo
un po’ pagato in termini economici, ma ora ci stiamo
rifacendo con gli interessi».
Qual è il giocatore che ricorda con più affetto?
«Charlie Yelverton, che è stato tra l’altro il mio
allenatore e tra quelli in attività senz’altro Pozzecco e
Meneghin».
Un ricordo brutto e uno bello...
«Quello più brutto la sconfitta in Coppa Italia quest’anno.
Il più bello? mah, direi molte partite singole di questo
campionato».
Come trascorre il suo tempo fuori dagli affari e dalla
pallacanestro?
«Ho un’altra grande passione, l’ippica. Possiedo una
scuderia di galoppatori, la Martica, con tre purosangue in
allenamento da Ciciarelli a Mottalciata, due fattrici in
Irlanda e i puledri a Gornate, nell’allevamento della razza
Ticino del grande Molvedo».
Cosa manca a Varese per essere più vivace?
«Che i varesini cambino mentalità. Qui c’è parecchio da
fare, soltanto che uno lo voglia. Anch’io se dovessi seguire
la mia "indole varesina" adesso me ne andrei a casa,
pranzerei e poi via davanti alla tv. Per fortuna ho amici e
cose da fare che mi allontanano dal torpore. Purtroppo dalle
nostre parti si è radicata questa cultura individualistica
che già nel Veneto o soltanto a Piacenza non c’è. Là si
socializza, e in questo a Varese il basket ha giocato un ruolo
notevole».
C’è qualcosa che le piacerebbe fare in città?
«Sì, costruire un albergo a Masnago, nell’area di fronte
al palazzetto, quella un tempo occupata dal Credito
Varesino».
Arrivano in ufficio i "ragazzi terribili" Andrea e
Gianmarco, quest’ultimo con capelli tra il fucsia e l’amaranto.
Tutti si danno del tu senza problemi, sorridono, danno l’idea
di divertirsi un sacco. I Roosters si preparano alla battaglia
finale: comunque vada, sarà un successo.
|