Sotto
un fuoco di fila di battute i ragazzi, un po’ straniti,
raggiungono la redazione dove li attendono Marco Giovannelli,
direttore di Varesenews, e i giornalisti Riccardo Prina,
Luca Bertoni, Elena Spigarolo e Mario Chiodetti, oltre i
fotografi Massimo Alari e Isabel Lima. Si incomincia, con
Pozzecco dai capelli fiammeggianti semisdraiato in poltrona
a pizzicare l’amico Andrea, più composto e silenzioso.
Mario
Chiodetti:
Qual è il vostro rapporto con la città, come trascorrete
il tempo libero?
Pozzecco: «Il Menego vive alla Botte, dorme lì, ha una
camera fissa...»
Meneghin: «Sono nato a Varese e da 25 anni vivo qui.
Mi trovo bene, anche se per i giovani non ci sono molte
iniziative e locali adeguati. Si deve migliorare la
viabilità, c’è un traffico troppo caotico per le
capacità della città. Sì, mi piace andare alla Botte,
raggiungo il mio gruppo di amici, per il resto vado poco al
cinema e sono appassionato di videogiochi (Andrea si porta
in trasferta la Playstation; n.d.r.)».
Pozzecco: «Per me è diverso. Sono nato a Gorizia e
ho vissuto sempre a Trieste, sono stato un po’ a Udine e
un po’ a Livorno, ho visto realtà diverse. Comunque a
Varese si vive benissimo, la gente ci vuole bene».
Mario Chiodetti:
Il Poz l’anno scorso aveva i capelli giallo paglia,
adesso si presenta con una testa vermiglia. Perché questo
cambio di colore?
Pozzecco: «Una questione di pendant con la maglia, poi
la cresta del galletto...poi per far piacere a Gianni
Chiapparo (direttore sportivo dei Roosters) che è rosso
naturale».
Riccardo Prina:
Adesso che siete in finale è aumentata su di voi la
pressione dei tifosi e dei media?
Meneghin: «Direi di no, la gente ci rispetta e ci
lascia in pace. I tifosi vogliono vincere, sognano la stella
del decimo scudetto. Vedono gli sforzi della squadra, il suo
buon comportamento in coppa Italia e in Eurolega».
Pozzecco: «Sì, la gente più che altro sogna e
spera, non ci carica mai di eccessive responsabilità come
accade, per esempio, con il quintetto di Bologna».
Mario Chiodetti:
Quanto ha contato l’amicizia tra voi nel cammino verso la
finale?
Meneghin: «La squadra è sempre stata costruita
intorno a ottimi ragazzi e quando c’è affiatamento in
campo e fuori ci si sacrifica molto più volentieri per l’altro.
C’è un bello spirito di gruppo, cerchiamo sempre di
mettere a loro agio gli stranieri, si esce insieme. Capitava
con Loncar, Komazec e Edwards e ora con Daniel Santiago e
Jack Galanda e con Mrsic, naturalmente».
Marco Giovannelli:
Voi due abitate proprio a Varese città?
Pozzecco: «Io a Masnago, da solo. I miei
arrivano giovedì per la prima partita di finale».
Meneghin: «Io a Biumo, con mia mamma (Mabel Bocchi,
anche lei apprezzata cestista; n.d.r.)».
Mario Chiodetti:
Naturalmente sarete assaliti dalle ragazze...
Meneghin: «Il Pozzo è assalito, non riesce nemmeno a
muoversi...»
Pozzecco: «Ma va, è De Pol il più gettonato, il bello
della squadra».
Riccardo
Prina: Pensate che a Bologna si sia chiuso un ciclo?
Meneghin: «No, penso
di no e poi adesso hanno acquistato Michael Jordan...Domani
sarà su tutti i giornali...A parte gli scherzi, ritengo che
la botta più grossa l’abbia presa la Teamsystem, per la
voglia che aveva di giocarsi la finale e gli sforzi della
società in questo senso. Per la Kinder c’è soprattutto
un calo d’immagine e l’esclusione dall’Eurolega che ha
portato anche un notevole danno economico».
Riccardo Prina:
Allora adesso inizierà un ciclo Roosters...
Meneghin: «La società ha idee precise e finora
l’ha dimostrato. Ho firmato per altri cinque anni anche
perché credo in una nostra affermazione nel tempo e sono
contento della scelta fatta. Sono l’unico punto fermo
della squadra, il contratto di Pozzo scade tra un anno, De
Pol e Galanda sono in forse. Si vedrà».
Marco
Giovannelli: Una scelta che stupisce in un mondo dove si
guarda soprattutto al denaro.
Meneghin: «Ho dei
valori molto forti e personali a cui tengo più di ogni cosa
e che non voglio svelare. Certo, mi offrissero sette
miliardi l’anno sarei costretto a pensarci, ma a Varese
sto bene e lavoro bene».
Riccardo Prina:
Tu Gianmarco faresti lo stesso?
Pozzecco: «Per me è diverso. Andrea è nato
qui, io sono molto più venale...(ride). La scelta di Menego
va rispettata perché ha preferito valori importanti e
profondi. Io sto benissimo a Varese, ma non è casa mia,
anche se la gente mi fa sentire come se lo fosse. Certo, non
potrò mai arrivare al suo livello di popolarità (Meneghin
accenna a un pianto dirotto tra le risate di Pozzo) e
comunque non è facile trovare in una squadra un elemento
che si ferma lì per cinque anni».
Luca
Bertoni: Cosa c’è di vero nelle voci di un tuo passaggio
al calcio o a un tuo trasferimento in Spagna o addirittura
alla Nba?
Pozzecco: «Non mi
dispiacerebbe giocare a calcio. Se Andrea a 17 anni era già
in serie A, io giocavo sia a basket sia a pallone, a
centrocampo. Sarei emerso anche là, ma la pallacanestro mi
piace e ho deciso di provarci. Certo, mi manca il
fisicaccio, però credo di avere altre qualità. Per ciò
che riguarda la Spagna...E’ un posto pieno di f...e poi mi
piace come nazione. Andrei a giocare a Bologna perché amo
quella città, in America ci andrei per una scelta di vita,
anche se guadagnerei meno che in Italia. Mi beccherei il
minimo salariale, che è di 275 mila dollari tassati al 40
per cento: a Varese passo i 300 milioni netti...così sapete
anche quanto guadagno».
Riccardo Prina:
Come mai, secondo voi, il basket è trattato così male in
tv?
Pozzecco: «È anche poco pubblicizzato. La Rai
lamenta questioni di share, dice che siamo più bassi delle
telenovelas...
Meneghin: «Certo che parlare di pallacanestro la
domenica, dopo il calcio, è dura...»
Mario Chiodetti:
A chi dedicherete lo scudetto, in caso di vittoria?
Meneghin: «Te lo dico tra venti giorni».
Riccardo Prina:
Come vivete i giorni prima delle partite di finale?
Meneghin: «Stiamo vivendo un avvenimento che passerà
alla storia del basket cittadino, ma siamo tranquilli. La
stagione è stata super, ci siamo comportati bene in coppa
Italia e in Eurolega, ora ce la giochiamo e basta».
Riccardo Prina:
Tuo padre ti dice qualcosa?
Meneghin: «Tira contro nelle telecronache, ma lo fa
per scaramanzia...».
Mario Chiodetti:
E tua madre?
Meneghin: «Con lei si parla d’altro, dei fatti
normali della vita di tutti i giorni».
Riccardo Prina:
Pozzecco "mosca atomica", "portabandiera del
basket nazionale" eccetera eccetera. Tanjevic, coach
della nazionale, dice che difendi poco...
Pozzecco: « È giusto riconoscere che non sono un
grande difensore, faccio la giocata di genio e la gran
puttanata. Tutti abbiamo difetti, i miei sono chiari e
quelli rimangono. Le critiche non mi danno fastidio, so che
qualche volta ho momenti di trance in campo. Ora un pochino
mi sono razionalizzato (grandi cenni del capo di Meneghin),
però la gente, se sbaglio sotto canestro, è sempre pronta
a urlare: "Va quel nano di m...cosa pretende di fare,
mentre se segno dice: come c...ha fatto quello là a
buttarla dentro?»
Marco Giovannelli:
Come ha detto il vostro presidente, Edo Bulgheroni, nell’intervista
che ci ha rilasciato, il Campus, l’ambiente intorno alla
squadra vi aiuta molto...
Pozzecco: «Per dare
il massimo in campo è determinante come si vive in una
città. Faccio l’esempio di Livorno, dove sono stato un
anno. Là la società era allo sbando, la gente si stava
staccando dal basket e i giocatori subivano il contraccolpo
psicologico. Qui tutto fila per il meglio. C’è una
gestione familiare, non ti fanno pesare le sconfitte, si
esce a cena con il presidente, si ride e si scherza. Se
dovessimo vincere lo scudetto, la gioia più grande per me
sarebbe quella di festeggiare con Andrea, Edo, la società e
i tifosi. Se fossi a Bologna e mi capitasse lo stesso non mi
passerebbe mai per la testa di uscire con il presidente
Cazzola».
Marco Giovannelli:
Quanto voi giocatori sentite i problemi sociali, penso per
esempio allo sfruttamento dei bambini per la fabbricazione
dei palloni...
Pozzecco: «Il marcio c’è dappertutto, non
possiamo fare più di tanto. però se possiamo intervenire
in qualche modo, con campagne televisive, interventi diretti
o beneficenza, lo facciamo più che volentieri. Credo che la
maggior parte dei giocatori sia disponibile a fare ciò. Ci
vorrebbe, però, una persona all’interno della società
che si dedicasse a queste iniziative, a organizzare gli
incontri. Da noi potrebbe essere Alberto Zocchi, che si
occupa di marketing. Spesso la burocrazia frena questi
slanci ed è un peccato, perché vorremmo poter fare di più».
Riccardo Prina:
In televisione vi si vede spesso chiacchierare e scherzare
con allenatori e giocatori avversari: c’è un buon
rapporto tra voi?
Meneghin: «Conosciamo bene i giocatori anche per via
dei raduni della nazionale. Con Alessandro Abbio, guardia
della Kinder, ho passato venti giorni nella stessa camera:
ci picchiamo in campo, ma fuori ci si diverte assieme con i
videogiochi. Spesso la tensione è più tra il pubblico che
tra chi scende in campo».
Riccardo Prina:
Abbio è odiato da molti, ha fama di antipatico, perché?
Pozzecco: «Forse perché "Picchio" in
campo è un po’ eccessivo, ma fondamentalmente perché è
bravo e dà parecchio fastidio agli avversari».
Mario Chiodetti:
Com’è lo spogliatoio prima di una partita, avete dei riti
scaramantici particolari?
Pozzecco:«De Pol sta zitto per un’ora e mezza
prima della partita, Menego non si cambia le mutande da
cinque anni...»
Riccardo Prina:
Charlie Recalcati ha fatto un grande anno...
Meneghin: «È una persona straordinaria, che
mette davanti a tutto il rapporto umano, poi viene la
tecnica».
Mario Chiodetti:
Andrea, qual è la qualità che hai sempre ammirato di più
in tuo padre Dino?
Meneghin: «La determinazione, ma parlando di lui non
ci si può limitare a una cosa grande soltanto».
Il Pozzo sbadiglia
allungandosi sempre più sulla sedia, mentre Isabel si
diverte a ritrarlo per la gioia delle molte ammiratrici. Il
Gianmarco ha un sito Internet tutto suo (www.pozzecco.com)
dove a chi gli chiede se pensi sul serio a un suo futuro in
Nba risponde di non esser mai stato serio in vita sua. Il
Menego, invece, dà l’idea di covare intimi segreti, di
amare la tranquillità, il »ritiro» di passeggiate nei
boschi del Campo dei Fiori con la sua cagnolina Nike,
compagna inseparabile assieme alla Playstation. Due ragazzi
diversi, due grandi amici, sul campo e fuori, quattro mani
alle cui dita sono legati i sogni di centinaia di varesini
con il cuore appeso a una stella.