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Varese - Edoardo Gorini ha iniziato a giocare a pallone tra canali, ponti e rii. Da otto stagioni nel Varese ne è diventato la bandiera
Dal campiello al campo di calcio. Storia di un veneziano doc 

"Venezia è pietra dura". Un'immagine che ben si addice anche ai suoi figli, gente abituata a identificarsi con la città. Viaggiatori per scelta dai tempi di Marco Polo, abituati a guardarsi sempre indietro, rivolti a quel lembo di terra che sfida da millenni l'abbraccio mortale del mare. Un amore difficile da scalfire, tenace come le fondamenta che quella pietra sostengono. Edoardo Gorini è uno di quei figli. Appartiene al sestiere di Dorsoduro, nella parte sud di Venezia, dove si trova l'ultimo cantiere di gondole ancora in attività. Da otto stagioni gioca a Varese, come difensore centrale. Detiene il record delle presenze in biancorosso, una bandiera, nonostante la giovane età. 
È difficile immaginare un bambino sgambettare dietro un pallone a Venezia, a dribblare rii, ponti e canali. È più facile immaginarlo che arranca con il remo sulla forcola della gondola. Il controllo e l'equilibrio bisogna acquisirli in fretta, senza sbilanciarsi troppo perché come recita il proverbio "chi tropo se tira indrìo finisse col culo nel rio". Nonostante tutto ciò, anche  nella repubblica dei dogi il calcio fa sognare. «A campo Santo Stefano (il campo è l'equivalente della nostra piazza ndr) eravamo più di quaranta bambini. Giocavamo a pallone, c'era molto entusiasmo. Uno dei giochi preferiti era palleggiare da una fondamenta all'altra, con in mezzo il canale. Una realtà che non esiste più, la città si sta svuotando, i bambini non giocano più nei campielli, le case costano troppo e gli stranieri, soprattutto americani, la fanno da padrone. Comprano le case per starci una settimana all'anno e così la città perde la sua identità». 

Ad accorgersi delle sue doti calcistiche è un veneziano doc, un allenatore, un tipo che di calcio se ne intende: suo padre, che oggi fa seicento chilometri per venire a veder giocare quel figliolo. La trafila nelle giovanili del Venezia e, nella stagione 1993-94, la partenza per Milano, destinazione Corsico. «Mio padre mi ha dato la spinta necessaria che poi si è trasformata in passione. E' stato il mio primo allenatore, sempre molto critico, il suo giudizio lasciava il segno. L'arrivo a Milano mi ha posto di fronte ad una dimensione nuova, per un veneziano inusuale: la grande città, con le sue attrattive, i suoi divertimenti e svaghi. Per me era tutto nuovo».

Il silenzio e le passeggiate. Queste sono le cose che gli mancano della sua città. «Certo anche qui puoi camminare, ma a Venezia è diverso». Nella Città Giardino si trova bene. Apprezza la puntualità della società, in tutti i sensi, compresa quella economica, e la tranquillità dell'ambiente. «Un difetto? (ci pensa un po' ndr) è la mancanza di un adeguato impianto sportivo per allenarsi, anche se Gallarate non è male». 
Sul tifo ha le idee precise. «L'Italia rappresenta uno specifico, quasi unico in Europa. Le immagini che ad esempio ci arrivano dall'Inghilterra, mostrano stadi senza barriere tra tifosi e calciatori, divisi solo da pochi metri. Spesso si vedono i giocatori che abbracciano i propri tifosi dopo il gol. Da noi sarebbe impossibile». Rievocando la contestazione razzista contro il compagno di squadra Mohamed Benhassen, ad inizio di stagione, è lapidario: «certe cose non hanno diritto di esistere».

È iscritto all'università e per poter studiare ha scelto di vivere da solo. «Inizialmente mi ero iscritto ad architettura, ma l'obbligo della frequenza comportava una scelta: o il calcio o lo studio. Dopo una breve parentesi a scienze politiche, ho scelto storia. Una materia che mi appassiona. L'ultimo libro che ho letto? Baudolino, di Umberto Eco. Lo consiglio, il romanzo è un modo piacevole per avvicinarsi alla storia».
Non poteva andare diversamente per uno di Dorsoduro, nato e cresciuto in una città dove il tempo è rimasto sospeso e dove i leoni, scolpiti nella pietra dura, resistono da secoli.

Michele Mancino
sport@varesenews.it


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