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Lì,
sempre lì in mezzo al campo a recuperar palloni e a
rilanciare. Mauro Borghetti, classe 1969, sembra
caduto nella vasca di cocoon, quella dell'eterna
giovinezza. Quasi 33 primavere sulle spalle e come non
sentirle. In campo non molla mai, corre per quattro,
dispensa saggezza a colpi di aperture e dà sicurezza
alla difesa.
È il capitano e, se non fosse per qualche penna
bianca che inizia a spuntare tra i riccioli, diresti
che è un ragazzino. Ma capitani si nasce o si
diventa? Per lui sembra un destino. Cinque anni da
leader a Lecco (150 partite), altri sette all'ombra
del Sacro Monte. «Sono due piazze molto diverse: a
Lecco sei un protagonista tutti i giorni, c'è molta
attenzione anche fuori dal campo, il calcio è
sentito. Ci sono tanti club di tifosi che ti
coinvolgono nella vita sociale. Varese invece è più
tranquilla. La differenza sostanziale sta però
nell'organizzazione: il Varese Calcio è una società
molto strutturata, con programmi, con uno staff
dirigenziale che ti valorizza, una vera manna per i
giovani calciatori. Dai 20 ai 25 anni se capiti qui
hai qualche chance in più per salire di categoria. A
Lecco invece a fine stagione non sapevi se l'anno dopo
si ricominciava».
Mauro Borghetti non
ha rimpianti. Lui a Varese è arrivato nella piena
maturità, quando i sogni di gloria lasciano il posto
al pragmatismo tattico. È diventato un punto di
riferimento per i suoi compagni, un secondo allenatore
in campo. Quando è il cartellino rosso a tenerlo
fuori dalla mischia, il problema è doppio, perché si
puo' sostituire l'uomo ma non il suo carisma. «Sono
fortunato perché in campo occupo una posizione che mi
permette di dialogare con tutti. Ho dei compagni di
squadra giovani e umili, che mi ascoltano. Anche i più
quotati e dotati tecnicamente sono ragazzi che ti
chiedono consigli. Tra noi c'è poca competizione e la
rivalità è più uno stimolo che un problema. Bisogna
tirare fuori il meglio da ogni giocatore, cosa
difficile in altre squadre dove ci sono molti senatori».
L'intesa con Mario
Beretta sembra perfetta. Possono contare l'uno
sull'altro, in comune hanno la grinta e la combattività.
Uno si agita in panchina, l'altro risponde in mezzo al
campo, come l'eco in montagna. La longa manus del
mister è lì a presidiare, a impartire le consegne ai
compagni, come farebbe un fedele luogotenente. «Il
mister non lascia nulla al caso, pianifica tutto.
Tutto quello che puo' accadere ed è prevedibile, lui
lo mette in conto. La squadra giovane lo aiuta molto
perché lo segue e lui è abile a tenere sempre alta
la tensione. Ha grinta e riesce a trasmetterla. I
risultati sembra che gli diano ragione».
Anche se nei ritiri
le carte la fanno da padrone, lui trova il tempo per
leggere. Roba che nelle librerie va forte, come Ken
Follet. recentemente ha letto il tanto chiacchierato
libro "Una porta nel cielo" (Limina
Edizioni) di Roberto Baggio e "Il calciatore
suicidato" (Kaos Edizioni), libro inchiesta di
Carlo Petrini. Ha poco tempo libero, qualche uscita al
cinema e gli amici di sempre, calciatori naturalmente:
Franchi, Criscuoli, Brancaccio, Cavicchia e Gheller.
Da ragazzino il suo
idolo era Beniamino Vignola, un centrocampista dai
piedi piccoli e dal cervello fino. Non era un
supercampione, di quelli che fanno la felicità
degli sponsor, dei loghi e delle trasmissioni sportive
tutto chiacchiere e distintivo, ma uno di quei
giocatori in cui chiunque si poteva immedesimare,
anche chi giocava a pallone contro il muro sotto casa.
I sogni a volte si avverano e a Mauro Borghetti il
destino aveva riservato una bella sorpresa. Dalle foto
appese alla spalliera del letto, alla stretta di mano
sul campo, da avversario, quando il suo Beniamino, a
fine carriera, militava nel Mantova.
Il Capitano non ha
grandi rimpianti. Ci ride sopra, ma sa benissimo che
per un calciatore, compreso il portiere, il gol è
l'attimo più desiderato, la sintesi perfetta e
sublime di novanta minuti passati a correre appresso
al dio pallone. «Non ho segnato molto in carriera (4
gol ndr) e forse alla fine ciò che conta sono anche i
numeri e soprattutto i gol. Si viene ricordati anche
per quello».
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