Da
piccolo aveva un sogno: fare il supereroe. Leggeva
Batman e l'Uomo Ragno. Ha le mani da pianista, lunghe
dita affusolate, ben curate. Niente musica però,
anche se in famiglia c'è un certo talento. Lui ha
scelto una strada diversa: il karate. Cinque titoli
italiani consecutivi, quattro titoli europei, tre
titoli mondiali, tre titoli internazionali tra cui il
superamento della "Prova dei cinque anelli",
una sorta di prova della vita per gli amanti delle
arti marziali. A tutt'oggi è l'unico atleta
italiano che l'ha superata. Un curriculum che farebbe
impallidire qualunque avversario: 341 incontri, di cui
339 vinti e due pareggiati.
Negli Usa e in gran
parte dell'Europa è considerato un mito, al punto che
viene soprannominato "the Phenomenon".
Quando sbarca in California ci sono centinaia di
persone ad attenderlo all'aeroporto e la security si
mobilita. Le sue frequentazioni abituali negli States
sono Chuck Norris e Jean Claude Van Damme, divi del
mondo della celluloide e a loro volta miti per i
cultori delle arti marziali, che lo stimano e lo
considerano un grande atleta. Una rivista
specializzata lo ha paragonato a Bruce Lee. Nel 1998 Karate
magazine lo ha definito "il più grande
artista marziale degli ultimi quindici anni". Il
suo fanclub conta circa 70mila iscritti , poco meno di
quello della popstar Madonna. Si chiama Emilio
Bevilacqua, ha trentacinque anni è nato a Taranto e
vive a Busto Arsizio. Ad aprile del prossimo anno si
recherà a Cincinnati per ritirare l'Oscar delle arti
marziali. Ora si sono accorti di lui anche in Italia.
Tutti lo coccolano, tutti lo inseguono: tivù, sponsor
e appassionati dell'ultima ora. Bevilacqua ha superato
la fatidica soglia, diventando un personaggio anche
nella sua terra. Recentemente ha ricevuto il Premio
Nazionale Cantello, come ospite speciale. Tutto questo
lo diverte, sorride e appare un po' sorpreso. Lui va
avanti per la sua strada e in testa ha già la
preparazione atletica per difendere, nel dicembre del
2002, l'ennesimo titolo mondiale .
Bevilacqua puo'
spiegare in sintesi come è nata questa passione per
il karate?
"Fin da piccolo ero affascinato da alcuni
personaggi uno di questi era Bruce Lee. Andavo al
cinema a vedere i suoi film e poi una volta tornato a
casa ne ripetevo le movenze, i gesti, cercando di
riprodurne le tecniche. Sognavo di fare il supereroe,
come l'Uomo Ragno, per fermare i cattivi e far del
bene alla gente. Poi sono andato in palestra e a
dodici anni ero già cintura nera. Il mio maestro mi
guardava e mi diceva che avevo un talento naturale nel
muovermi e che ero notevolmente superiore alle cinture
nere più grandi di me. Poi nel 1982, a 16 anni, vinsi
il mio primo Campionato Regionale e subito dopo i
Campionati Italiani per ben cinque volte
consecutive."
E la sesta, fu
battuto?
"No. La federazione mi impedì di combattere
perché, secondo loro, il fatto che non avessi
avversari in Italia impediva un corretto sviluppo del
vivaio. Allora divenne giocoforza guardare fuori
dall'Italia."
Dove andò a
combattere?
"In Europa e il 1987 per me fu la consacrazione
ad ogni livello. Vinsi tutto quello che c'era da
vincere: Campionato Europeo, Campionato
Internazionale, Campionato Mondiale. Non mi allenavo
quasi più, i movimenti venivano spontanei, naturali,
senza fatica, con una rapidità che sorprendeva sempre
i miei avversari. Quell'anno vinsi anche la durissima
Prova dei cinque anelli."
Sembra
quasi una prova iniziatica. In cosa consiste?
"In effetti è una cosa per addetti ai lavori
alla quale assiste un pubblico selezionato. Una prova
quasi impossibile, aperta a tutte le arti marziali,
però con le regole del karate. Una speciale giuria
sceglie cinque atleti, tra i migliori del ranking
mondiale e uno che deve sfidarli. Venni scelto io. Due
round di tre minuti ciascuno, senza pausa tra un
combattimento e l'altro. Gli sfidanti, tutti di
nazionalità diversa e appartenenti a differenti
discipline, allineati sul tatami ad aspettare
il loro turno. Superai la prova, ero sul tetto del
mondo".
A poco più di
vent'anni Emilio Bevilacqua non aveva trovato ancora
il suo limite in tutto il mondo?
"È così. Io cercavo il mio limite, il confine.
Poi ho capito che il confine lo trovi quando ti dai
pace. Fino a quel momento tutto mi veniva facile: la
velocità dei colpi, le intuizioni in gara. Ma più
esprimevo quella potenza fisica, più non riuscivo a
decodificarla. Corpo, mente e spirito viaggiano
paralleli."
Quando ha capito
tutto ciò?
"Nel mio viaggio in Giappone. Nel 1988 la
Federazione americana di karate mi aveva
regalato uno stage nella terra del Sol Levante per un
mese. I mesi diventarono nove e venni introdotto alle
varie tecniche, compresa l'arte della spada
antica."
Che importanza
hanno avuto i maestri giapponesi nella sua vita di
atleta e di uomo?
"Fondamentale. In particolare il maestro di Kenpo
Fumio Nagae, uno straordinario insegnante che mi ha
fatto comprendere quell'armonia di cui parlavo prima.
Era un vecchietto classico: magro, barba bianca, ma
con una forza incredibile. Lui mi metteva
costantemente di fronte ai miei limiti."
In
che modo?
"A questi maestri, alcuni di loro molto anziani,
ho visto fare cose straordinarie, gesti atletici
difficili anche per un giovane. Ma ciò che mi colpiva
era il loro grado di consapevolezza, quella che a me
mancava. La forza non sta nei muscoli, ma nella
conoscenza di sé. Ricordo che, appena arrivato in
Giappone, abbiamo fatto un viaggio all'interno di una
folta foresta per arrivare, a bordo di un carretto, in
un villaggio dove ci aspettava un maestro di spada.
Ebbene, nel pieno della notte ci fermammo a dormire
nel buio del bosco. Io avevo una paura folle, ero in
un paese straniero, in un luogo che non conoscevo. Non
dormii, fu una veglia. Loro avevano capito che avevo
paura. Con mia sorpresa al mattino scoprii che eravamo
vicinissimi al villaggio. L'obiettivo era lì a due
passi e io non l'avevo percepito. Una grande
lezione."
Che cosa pensava
Fumio Nagae del mondo occidentale, delle gare e di
tutto quello che ci gira intorno?
"Era critico, mi diceva che, dopo aver vinto
tutto, l'attività agonistica non mi avrebbe
arricchito più di quanto avrei fatto guardandomi
dentro. Così nel 1992, quando vinsi l'ennesimo
mondiale, presi il trofeo e glielo portai in segno di
gratitudine, dicendogli che quel premio l'aveva vinto
lui"
E lui come reagì?
"Mi disse che stavo diventando saggio."
Quando si cessa di
essere allievi e si diventa maestri?
"Domanda difficile. Finita l'esperienza
giapponese, i maestri, tra cui lo stesso Fumio Nagae,
mi dissero di andare, che ero un maestro, perché da
quel momento potevo imparare solo da me stesso. Io
sinceramente non mi sento ancora tale. Io sento che
dentro di me, grazie a loro, porto una nobiltà
d'animo che si sostanzia nell'essere umili, nel
rispetto dell'altro. L'umiltà è la vera regola da
seguire."
Fumio Nagae
è morto da poco tempo. C'è qualcosa che
avrebbe voluto fare o dirgli e che si rimprovera?
"Sì, avrei voluto essergli vicino, toccarlo
nel momento della morte, e dirgli che aveva sempre
avuto ragione lui"
Le è capitato di
vedere un piccolo Emilio Bevilacqua, un suo erede?
"Sì. Il talento lo distingui subito dal semplice
atleta. L'ho visto in una palestra di Busto Arsizio,
si chiama Riccardo, ha dieci anni. Lui è un talento
del karate."
Ha ancora dei
sogni nel cassetto?
"Un libro, un'autobiografia, che ho già iniziato
a scrivere e fare del cinema. Penso che presto arriverà
qualche proposta".
|