Varese- La
partenza dopo tre anni passati all'ombra del Sacro Monte il
mister
Mario Beretta,
l'anomalia di un allenatore di successo
È
lì, in campo, con quell'aria a metà tra il comandante
guascone e il fratello maggiore. Lo riconosci da lontano per
come fa roteare il fischietto. Diresti che è uno di loro, se
non fosse per come loro, i suoi ragazzi, lo ascoltano in campo
e fuori. Prima di essere allenatori, bisogna essere dei
leader, e lui lo è. Nella partitella del martedì corrono e
attaccano il pallone, come se in palio ci fosse ancora un
posto nei playoff. Sono passati solo due giorni dall'epica
partita con la Triestina e loro si dannano più di prima, come
se lo volessero convincere a rimanere. Se lui potesse
esprimere un desiderio, cambierebbe proprio quel risultato, ma
nella vita non sempre va così come vorresti e desiderare,
anche nel calcio, non basta.
Mario
Beretta è sul piede di partenza, dopo tre anni passati
all'ombra del Sacro Monte. Non c'è nulla di ufficiale, è
vero, ma non sempre il silenzio dell'ufficialità
corrisponde alla verità. Sorride alla domanda sulla sua
prossima destinazione, come in un estremo atto di fedeltà e
correttezza nei confronti della società. Traccia un
bilancio più che positivo della sua permanenza a Varese:
una qualificazione ai playoff, una salvezza tranquilla in un
campionato difficile e la stagione che si va a concludere,
con una squadra che forse ha espresso il miglior calcio del
girone, sorprendendo e smentendo i saggi del tempio.
A Varese Beretta lascerà un'impronta forte, tipica dei
destini anomali, alcuni dei quali hanno rivoluzionato il
mondo del calcio. Come altri allenatori non ha avuto un
passato importante da calciatore, è arrivato fino alla
serie D e all'interregionale. Ma poco importa, per uno che
non ha mai tradito i suoi sogni è più che sufficiente. Non
ha cercato scorciatoie: voleva fare e vivere di sport e si
è diplomato all'Isef. Voleva fare l'allenatore di calcio è
andato a Coverciano e ha presentato una tesi
sull'organizzazione e la struttura delle squadre di alto
livello. Argomento interessante, al passo con i tempi e i
cambiamenti, ma di rottura con la tradizione della austera
scuola e perciò poco considerato. Anomalo anche in questo.
I modelli sono indicativi di un modo di pensare, lui ne ha
avuti due: Gianni Rivera da calciatore (è un milanista
inguaribile) e Nevio Scala da allenatore. Le svolte in
un'esistenza sono sempre segnate da incontri importanti.
Beretta ricorda Gabriele Squaiella, che lo accompagnò nei
primi passi da allenatore, Pierangelo Meregalli, ex
responsabile del settore giovanile del Monza e naturalmente
Stefano Capozucca, ex direttore generale del Varese,
anch'egli partito dopo un sodalizio biancorosso durato nove
anni.
Se
parli di cinema, risponde senza esitare "Marrakech
express", di Gabriele Salvatores. Non sorprende, perché
è un film su una generazione il cui destino passa anche da
una partita di calcio su una spiaggia assolata, accompagnata
in sottofondo da "La leva calcistica del '68" di
Francesco De Gregori, l'inno più bello e struggente al
gioco del calcio. L'ultimo libro che ha letto è
"Pappagalli verdi" di Gino Strada, il medico
chirurgo di Emergency che, in Afghanistan, si danna l'anima
per salvare la popolazione civile dallo scempio delle mine
antiuomo. Esiste un mondo, al di fuori dell'incanto
calcistico e delle vanità pedatorie, che deve essere
conosciuto e Beretta non lo ignora.
Il calcio, si sa, è una metafora della vita e come tale
comprende anche gli addii, a volte dolorosi, a volte
liberatori. Cosa ci aspetterà dopo la sua partenza è
presto dirlo. Per ora sappiamo solo cosa ci mancherà.
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