Comerio
- È stato un
grande calciatore: nella nazionale di Pozzo, nel Milan con
Peppino Meazza e nel Livorno, ricordato ancora oggi come una
bandiera. Da allenatore ha fatto entrare nella storia il
Varese di Patron Borghi
Calcio e
dinastie: Arcari IV
Vive
a Comerio, in cima ad una collina, una volta feudo della
famiglia Borghi. Di fronte ha il lago con i suoi splendidi
tramonti, alle spalle la nostalgia e i bei ricordi. Ha un
sorriso timido e lo sguardo sveglio. Si muove ancora con
agilità, nonostante i suoi 86 anni. Appartiene ad una stirpe
di sportivi: gli Arcari. Lui è il IV, Bruno, detto Arcarino,
ultimo di un'umile ma fortunata nidiata. Un tempo non c'era
bisogno di manipolazioni, erano i geni che sceglievano una
famiglia adottiva: Sentimenti, Cevenini, Monti, Chiecchi e
Arcari, appunto, che al calcio regalò quattro figli. Un
numero a fianco al cognome e il gioco era fatto, senza
possibilità di confondersi. (foto: Bruno Arcari)
Bruno
Arcari ha segnato più di cento gol tra serie A e B (non ha
mai tenuto il conto preciso). Ha fatto parte della nazionale
di Pozzo, alpino ancor prima che allenatore, che faceva le
adunate e cantava il Piave nei ritiri pre-partita. Ha
giocato nel Genoa, nel Bologna, nel Livorno (con 53 reti,
miglior realizzatore nella storia degli amaranto, dopo Viani),
nel Milan, a far coppia con il mitico Peppino Meazza, tutto
genio e sregolatezza. «Non voleva sentire parlare di
tattiche, il Peppino. Un ragazzo semplicissimo che in campo
diventava il re dell'area di rigore, paragonabile per doti
tecniche al grande Pelè». Il calcio di Bruno Arcari era
ancora in bianco e nero, con la gente che andava allo stadio
in giacca e cravatta. ll tifo era una festa, che nemmeno la
guerra riusciva a rovinare. Era già un mondo di
privilegiati (parole sue), ma umano, dove un giocatore di
serie A poteva essere acquistato in cambio di una partita di
lana, come avvenne in occasione del suo trasferimento a
Bologna.
Arcari
non ha mai fatto politica, nemmeno quando era un obbligo.
Certo il fascio era dappertutto, cucito sulle maglie accanto
allo scudetto, nelle coppe levate al cielo, nei discorsi e
nelle celebrazioni, nelle strette di mano mancate e nei
sorrisi di circostanza, ma gli atleti godevano di una
sorta d'immunità di pensiero. «Il fascismo ci coccolava
molto e nemmeno la gestione politica delle squadre, affidata
ai podestà o ai federali, riusciva ad imporsi sul tifo e la
passione sportiva. Ricordo che a Livorno il presidente
politico portava le maglie al rabbino, capo della comunità
ebraica, per una sorta di benedizione scaramantica».
Si
viaggiava sempre in treno - d'altronde arrivavano in orario
- da Messina a Milano, gente normale e atleti famosi e
incontri straordinari, come sull'Orient-Express, erano un
fatto normale. «Un giorno sul Bologna - Livorno ho
conosciuto un giovane distinto, un tifoso rossoblu. Parlammo
a lungo e alla fine del viaggio mi lasciò il suo numero di
telefono. Solo quando lo chiamai scoprii che era il figlio
dell'aiutante in campo del re. Gli chiesi un favore per un
mio vicino di casa che era partito per la campagna d'Africa,
lasciando a casa moglie e figli. Lo fecero tornare subito».
Potenza della pedata!
Soldi non ce n'erano molti, ma abbastanza per fare una bella
vita. «Per quei tempi si prendeva bene. Negli anni Quaranta
in una squadra di provincia si guadagnava anche sessantamila
lire all'anno. Se si tiene conto che una bella villa ne
costava quindicimila e un quadro di Fattori tremila, non era
niente male».
Era un
calcio fatto di sogni, il business lasciava il passo ai
desideri infantili dei presidenti che inseguivano i loro
pupilli nelle situazioni più impensate. «Ricordo che in
occasione del mio passaggio al Bologna non ero d'accordo sul
contratto. L'allora presidente rossoblù, Renato Dall'Ara,
mi inseguì in stazione e quando ero sul treno già in
partenza per Milano, lui si attaccò al finestrino e proseguì
a piedi seguendo il treno che lentamente usciva dalla
stazione, chiedendomi di andare a giocare a Bologna.
"Vieni da noi...vieni da noi"».
Bruno
Arcari ha girato in lungo e in largo la Penisola prima da
giocatore e poi da allenatore. Ha fatto esordire Osvaldo
Bagnoli, "quel bravo ragazzo" che puntualmente si
presenta a salutarlo ogniqualvolta passa dalle parti del
lago. È stato l'artefice del Varese dei miracoli, stagione
1967-68, quando i biancorossi potevano contare sul più
grande capitano d'industria del dopoguerra, Giovanni
Borghi, e sul libero più forte d'Europa nell'era
pre-Beckenbauer, tale Armando
Picchi. Prese sotto la sua ala protettiva Pietruzzo
Anastasi, il bomber saraceno, lanciandolo nell'olimpo del
calcio nostrano. Una stagione magica, come quella che oggi
sta vivendo il Chievo di Del Neri e Campedelli,
che valse alla squadra il settimo posto in classifica e un 5
a 0 che rimarrà nella storia, rifilato alla signora più
vecchia e blasonata del calcio italiano.
Arcari
è una persona timida, a modo. Il dialogo e la comprensione,
sia da giocatore che da allenatore, sono state le sue carte
vincenti, di doping nemmeno a parlarne. «Il massimo della
richiesta che un giocatore poteva fare allora riguardava
l'alimentazione. Non c'erano tutte le conoscenze di oggi e
la carne era l'alimento principe per un atleta. Ricordo però
con simpatia le richieste gastronomiche che Buonocore,
terzino dell'Inter, fece nel suo contratto: pastasciutta
tutti i giorni. A quei tempi non si parlava di doping.
L'unica sostanza, peraltro lecita, che girava era la
simpamina, che aiutava a superare l'impatto e la timidezza».
|