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Nando
dalla Chiesa
"Capitano, mio
Capitano"
La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro
Limina
Arezzo 1999
pp. 159
L. 25.000
Armando Picchi
da Livorno era un libero di quelli che il pallone ce lo
hanno prima nel cuore e poi tra i piedi. Il suo nome è
rimasto legato alla Grande Inter, quella di Moratti ed
Herrera, di cui era capitano e leader morale
Capitano,
mio Capitano. La leggenda del guerriero zoppo
Il giocatore
lo riconosci dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia,
canta Francesco De Gregori ne "La leva calcistica del
'68".
Armando Picchi da Livorno, era tutto questo e anche di più.
Era un libero - gente pregiata nel calcio- di quelli
che il pallone ce lo hanno prima nel cuore e poi tra i
piedi. Il suo nome è rimasto legato alla Grande Inter,
quella di Moratti ed Herrera, di cui era capitano e leader
morale.
Il suo viso scavato da marinaio livornese divenne la
bandiera di una compagine che ha fatto la storia del calcio
italiano. Lui ne era il Capitano. Un carisma che si era
conquistato in campo e nello spogliatoio, per i suoi takle e
per i suoi discorsi, per le sue chiusure perfette in difesa
e per la generosità dei suoi rilanci verso i compagni. Si
scontrò con un altro grande, Herrera, il Mago. Grandi
entrambi sì, ma profondamente diversi nel modo di sentire
la vita. Una diversità che a Picchi costò il posto in
squadra e il trasferimento in provincia, al Varese, quello
di patron Borghi.
Il destino non
fu tenero con il Capitano. Un grave incidente, durante un
incontro con la Nazionale, ne stroncò la carriera. Correva
il 6 aprile del 1968, a Sofia si giocava Bulgaria- Italia,
era l'andata dei quarti di finale degli Europei. Al 24mo
minuto del primo tempo Picchi intervenne a chiudere una
discesa del mediano Yakimov. Uno scontro terribile. Lo
portarono negli spogliatoi, aveva rimediato una
commozione cerebrale. Lui chiese di rientrare e rientrò. Si
mise all'ala, sulla fascia. Rimase fermo, "immobile
come una statua", senza poter intervenire, forse senza
capire nemmeno il perché. Era ritornato in campo con una
commozione cerebrale e con l'osso pubico fratturato.
Dopo aver
vinto tre scudetti, due coppe europee e due coppe
intercontinentali, poteva diventare un grande allenatore. Un
passaggio naturale per uno come lui che, prima nell'inter e
dopo nel Varese, allenatore lo era già stato. Un faro in
campo, che indicava ai compagni la rotta da seguire.
Iniziò sulla panchina del suo Livorno, serie B, nella
stagione 1969-70, a campionato iniziato. Gli amaranto
navigavano in cattive acque, ultimi dopo il girone d'andata.
Lo chiamò il fratello Leo e il Capitano rispose. Il Livorno
si salvò, chiudendo al nono posto. Poi arrivò la proposta
di Italo Allodi, figura storica del calcio nostrano, volpe
del mercato, architetto della Grande Inter. Era la
stagione 1970-71, e a 35 anni Picchi, il più giovane
allenatore della serie A, sedeva sulla panchina della
Signora più blasonata e temuta d'Italia, quella bianconera.
In quella Juventus muovevano i primi passi giovani di belle
speranze che sarebbero diventati campioni: Franco
Causio, leccese sanguigno dal talento cristallino; Roberto
Bettega, il Charles minore, che in area avversaria
svettava sempre su tutti; Fabio Capello che disegnava belle
geometrie a centrocampo; Pietruzzo Anastasi il saraceno,
bomber di razza eccelsa.
Armando Picchi su quella panchina durò pochi mesi e non per
suo demerito. Quei dolori alla schiena che si facevano ogni
giorno più intensi, non erano semplici reumatismi, come lui
pensava. Un male incurabile lo stava minando dal di dentro,
fino a fargli perdere l'uso delle gambe. Morì il 26 maggio,
mentre i suoi ragazzi erano a giocarsi la finale della coppa
delle Fiere, quella che noi oggi chiamiamo Coppa Uefa,
contro il Leeds.
Armando Picchi detto Penna Bianca, nomignolo affibbiatogli
da un altro grande, Gianni Brera, è stato un campione di
quelli che non se ne vedono più, e non perché il passato
è sempre meglio del presente, ma perché una volta il mondo
del calcio era altra cosa e anche i figli che generava erano
altra cosa. Quel mondo ha provato a raccontarcelo Nando
dalla Chiesa. È la seconda volta che ci tenta, lo aveva già
fatto - splendidamente - con Gigi Meroni, la
farfalla granata, altro mito e meraviglia del fulball
desaparecido .
Il risultato
è un libro bello e commovente, pennellate di bianco e nero
che ci rimandano una figura eroica in campo e anche fuori,
amata dai compagni, porto e sicuro approdo non solo di
passaggi e palloni, ma di speranze e aspirazioni di intere
generazioni di tifosi.
È passione pura quella che guida il racconto di Nando dalla
Chiesa. Passione di tifoso e di uomo impegnato nella società
civile, di chi sa riconoscere il valore aggiunto che figure
come quella di Armando Picchi apportano alla storia.
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