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Varese –
Le mille facce
ed esperienze dello sport in una tre giorni all'università
dell'Insubria, organizzata dall'Associazione psicologi e
psicoterapeuti nell'ambito della manifestazione
"Prendiamoci gusto"
"Questione
di sport", il diritto di non essere un campione
(2
ottobre 2004) "Questione di sport: il gioco di
vivere". Il titolo della tre giorni all'università
dell'Insubria, organizzata dall'Associazione psicologi e
psicoterapeuti nell'ambito della manifestazione
"Prendiamoci gusto", riassume in poche parole un
programma ricchissimo e con relatori di primo piano: docenti
universitari, preparatori atletici, esperti in
comunicazione, atleti e medici. Le mille facce ed esperienze
dello sport sono state evidenziate al di fuori del
gioco retorico e del business in un utile confronto tra
esperti.
«Ha senso parlare oggi di sport in un modo attraverso il
quale non siano messi in risalto solo gli aspetti
superficiali e retorici, anche legati all'attualità più
recente, specialmente ad alto livello?», si chiede lo
psicoterapeuta Gian Paolo Soru. Una domanda fondamentale
perché parte da una concezione diversa di fare sport, più
vera e più vicina alle migliaia di eroi quotidiani che
praticano, lontano dai riflettori, le più svariate
discipline.
Dai relatori è stata messa in luce l'importanza della
medicina sportiva come medicina di tipo preventivo. Lo sport
è innanzitutto attenzione verso la propria persona: a
partire dall'alimentazione fino ad arrivare alle visite di
idoneità medico sportiva, soprattutto per chi non fa
agonismo, importanti anche per l'assenza della medicina
scolastica. E ancora: il problema del doping, gli aspetti
clinici ed etici, dal diritto che hanno i bambini a non
essere per forza campioni al diritto dei disabili a sentirsi
pienamente parte di una comunità sportiva. (sopra,
da sinistra: Gian Paolo Soru e Arsenio Veicsteinas)
Forse
basterebbe tirar fuori, come in un esorcismo, la "Carta
dei diritti del bambino nello sport" per capire la
direzione da prendere; oppure ascoltare attentamente le
parole di Fabrizio Macchi, il fenicottero di Bobbiate,
campione dell'ora di ciclismo, intervenuto venerdì mattina
per parlare della motivazione a raggiungere un obiettivo.
L'esempio vivente di come disabilità e sport non siano due
termini antitetici.
«Bisogna iniziare a fare chiarezza sui termini: l'handicap
è lo svantaggio sociale che deriva dall'avere una disabilità,
che a sua volta è l'incapacità di svolgere le mansioni
della quotidianità a causa della menomazione», spiega
Arsenio Veicsteinas, docente della facoltà di Scienze
motorie dell'università di Milano.
I dati Istat dicono che in Italia ci sono 2 milioni e
seicentomila disabili, di cui 45 mila para-tetraplegici:
nove italiani ogni 100 mila abitanti sono seduti su una
carrozzina. Nel 1960 il rapporto era uno su centomila. «Questo
è stato l'effetto – conclude Veicsteinas – della
crescita della motorizzazione. Gli incidenti in moto e in
macchina sono le cause nel 65 per cento dei casi. Per queste
persone l'attività fisica risolve molti problemi e non solo
di tipo psicologico. Insomma sport e disabilità è un
binomio necessario ».
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