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Hockey Ghiaccio  Intervista al coach dei Mastini
Odino: «Bisogna credere nei giovani»

(16 settembre 2002) Esce dallo spogliatoio con la fronte imperlata di sudore, stanco ma felice. Ha appena finito l'allenamento, l'ultimo prima della pausa natalizia. Frank Odino è l'incarnazione del nuovo progetto della Mastini: grinta, solidità morale e carattere. Quando parla ti guarda dritto negli occhi, con un piglio che trasmette ottimismo e sicurezza. 

Coach avete chiuso con una sconfitta pesante contro la Lariana, una cosa un po' inusuale per la sua squadra.
«Abbiamo pagato la stanchezza e qualche acciacco dovuto all'influenza. Le assenze hanno fatto il resto. Comunque nulla di preoccupante anche perché le sconfitte servono quanto le vittorie a formare l'atleta».
Se dovesse indicare la caratteristica più spiccata di questa squadra?

«Il carattere. È un gruppo straordinario, formato da ragazzi vincenti, trasparenti, che hanno scelto uno sport lontano dai lustri. Con Matteo Malfatti abbiamo fatto un buon lavoro perché la squadra è un mix ben equilibrato di ragazzi giovani, un gruppo ben affiatato, e qualche innesto di nostri giocatori che erano andati fuori Varese a fare esperienza. In questo modo nello spogliatoio non ci sono rivalità. Questa è la formula vincente e quando le gambe e il cuore non sono sufficienti viene fuori l'esperienza, la tecnica e il cervello». 
Nei vostri progetti annunciati c'è anche quello di arrivare alle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006 con una squadra competitiva. C'è la possibilità che qualche mastino vesta la maglia azzurra?
«La nazionale italiana è nel gruppo B. Questa situazione è il riflesso di una mancanza d'investimento nei giovani. Quando io giocavo la nazionale italiana era formata perlopiù da giocatori americani e canadesi che venivano richiamati in patria, ma che non erano frutto del vivaio italiano. Qui abbiamo fior di ragazzi che potrebbero avere un futuro in questo sport. Quando io vedo un atleta di vent'anni che ha determinate qualità devo seguirlo e formarlo, devo creare un atleta. Il futuro dell'hockey sta tutto nell'investimento sui giovani».
In questa prima parte della stagione abbiamo visto un'ottima formazione. La gente ha riempito gli spalti del palaghiaccio solo in occasione di qualche evento, come il derby con la Lariana. Che cosa manca all'hockey varesino per tornare ad essere seguito come un tempo?
«Io sono convinto che se questo campionato di B fosse stato come doveva essere, il palaghiaccio sarebbe stato sempre gremito . Però siamo sulla via giusta. C'è sempre più gente che mi ferma per strada e oltre ai ricordi mi parla del presente. Questo è un bel segnale».
A cosa non rinuncerebbe mai?
«Allo spogliatoio, al clima che si respira prima della partita. È da quando ho sei anni che faccio questo sport, ce l'ho nel sangue. E poi l'odore del ghiaccio, dalla Russia all'America, è inconfondibile e irrinunciabile. Questo sport è duro ma è una bella  metafora della vita: in campo si combatte e alla fine ci si stringe la mano e si va a bere una birra».

M.M.
sport@varesenews.it


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