Ciclismo-
Angelo Bruno, un talento
varesino, ci racconta la lotta contro la malattia che gli ha chiuso le porte del successo e il sogno di
diventare un campione
«Ho vinto la corsa
più difficile: quella contro la malattia»
(24
giugno 2003) Angelo Raffaele Bruno, 20 anni, è un ragazzo
come tanti altri, capelli a spazzola, orecchino, sguardo
furbo, sorriso aperto. Eppure negli ultimi cinque anni ha
vissuto un calvario che lo ha portato a misurarsi anche con la
morte. Angelo, nel 1998 correva in bicicletta, un talento del
ciclismo varesino, in dieci anni di gare 130 vittorie, un
curriculum (gli inizi nel 1992 nell’Arcisatese a 7 anni, poi
Besanese e Gornatese) destinato ad arricchirsi nel
professionismo, poi nel giugno del 1998 la scoperta della
malattia e forse la fine di un sogno.
Angelo, cosa le è successo nel mese di giugno del 1998?
«È iniziato il
mio calvario. Dopo le prime avvisaglie (perdita di sangue dal
retto, anche durante le gare ndr) il ricovero all’ospedale
di circolo di Varese e la diagnosi del dottor Bernasconi:
retto-colite-ulcerosa. Sarebbe stato difficile continuare a
gareggiare, mentre la terapia, denominata di mantenimento,
consisteva in pastiglie "rinfrescanti" che dovevano
contenere le emorragie di sangue».
Ma non ha smesso subito di correre in bicicletta?
«No. Non ci pensavo, non mi arrendevo all’idea di
smettere. Ho continuato per altri tre anni. Nel 1999 ho
addirittura vinto il campionato regionale su pista, e nel 2000
sono passato alla Gornatese. Sapevano del mio problema ma
avevano scommesso e investito su di me. Anche la squadra era
costruita per me. Sa, ero forte, un corridore completo, mi
chiamavano il Bartolino (da Michele Bartoli, noto corridore
toscano ndr )».
Torniamo alla malattia, qual è la sua origine?
«I medici non lo sanno, dicono che le cause possono
derivare da un mix tra stress, abitudini alimentari o
addirittura predisposizione genetica».
Non c’entra nulla quindi con l'attività sportiva?
«Lo so a cosa illude, ma io non ho mai preso nulla. Io
ero forte, non avevo bisogno di prendere additivi chimici.
Certo non posso sapere cosa contenevano le borracce che mi
passavano durante le gare (annuisce anche il padre Agostino
ndr), ma non ci sono prove e dagli esami clinici non è
emerso niente. Io ero pulito. E in ospedale ho incontrato
tanta gente con il mio stesso problema, gente che non aveva
mai fatto attività sportiva».
Ma nell’ambiente qualcosa
circolava o no?
«Sì, ho visto cose strane, ma io, ripeto, non ho mai
preso niente».
Nel 2000 è passato alla Gornatese, formazione dove ha
militato anche Ivan Basso, ma i risultati non sono più
arrivati, come mai?
«Purtroppo ho cominciato ad avvertire sempre più dolori,
coliche addominali, perdite di sangue e quindi di ferro. Non
avevo più la forza di un tempo. Così nel 2001 ho mollato e
mi sono iscritto a una scuola di idraulica, non c’era più
posto per me nel mondo del ciclismo. Sa, mi allenavo per mesi
e poi nel momento di raccogliere venivo bloccato dai dolori.
Io sono forte di testa ma continuare in quel modo non aveva
senso».
Però la malattia ha continuato il suo corso?
«Sì, il 7 gennaio 2002 le emorragie sono riprese, non
riuscivano più a fermarle. Questa volta la sentenza dei
medici era drammatica, retto colite ulcerosa fulminante.
Rischiavo la vita. Sono stato operato d’urgenza dall’equipe
del professor Dionigi (deviazione del retto e utilizzo del
sacchetto per espletare le funzioni corporali ndr). Ho avuto
anche delle complicanze post operatorie, ma poi dopo 40 giorni
di ospedale, durante i quali ho perso 20 chili, sono
finalmente tornato a casa. Ho iniziato una nuova vita con il
"sacco", che comunque non mi impediva di fare le
cose che mi piacevano, riuscivo anche ad andare in bicicletta».
Ma
la sua è una storia a lieto fine...
«Si, il 13 maggio scorso mi è stato tolto il sacco e
sono stato ricanalizzato, in sostanza sono tornato a una vita
completamente normale. Ho vinto definitivamente questa
battaglia, o forse ho vinto la gara più importante della mia
vita».
In questi anni i suoi genitori le sono stati vicino. Chi
altro vuole ringraziare?
«Innanzitutto i medici che mi hanno curato, i dottori
Dionigi, Curzio, Diurni, e i loro staff. Poi in particolare la
mia ragazza Valentina, che invece di spaventarsi e
allontanarsi, mi è stata vicino, soprattutto durante quei
momenti in cui si deve convivere con le "brutture"
della malattia».
Dopo cinque anni pensa di tornare ad essere anche un atleta?
«Non lo so ancora. Ho perso troppi anni, difficile
rientrare, e poi il ciclismo di oggi chiede tanti, troppi
sacrifici. Mi piaceva e mi piace correre ma i compromessi del
professionismo possono mettere a rischio la salute.
Probabilmente tornerò ad andare in bicicletta ma lo farò in
compagnia di mio papà. Questa è la mia scelta e il mio
destino».
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