Varese
- Intervista a
Nunzio Gelsomino, che lascia l'ospedale di Circolo dopo
40'anni. Una carrellata
sulla storia del nosocomio con uno sguardo al futuro
«Vecchio Circolo e
nuovo ateneo unitevi!»
(19
settembre 2003) 39 anni
e 8 mesi di attività in ospedale, un percorso di lavoro
sempre nell’ambito del laboratorio, iniziato come semplice
addetto e che si conclude come responsabile del dipartimento
tecnico-sanitario: Nunzio Gelsomino sarà ufficialmente in
pensione a dicembre, ma già alla fine di settimana prossima
"staccherà" perché deve recuperare tre mesi di
ferie non godute. Il " Circolo " perde un
collaboratore di primo piano, serio e preparato, sempre
fedele all’istituzione.
«Ho fatto solo il mio
dovere, come tantissimi altri dipendenti che se ne sono
andati in silenzio, cari amici che hanno dato molto all’ospedale
e ai cittadini».
Ci parli della sua
carriera
«Prima operaio e poi assistente alla Bassani, ma mio padre
mi chiese di entrare in ospedale: c’era un posto in
laboratorio allora diretto dal professor Spampinato, un
maestro a cui devo moltissimo. Per alcuni fine settimane
"provai", il professore mi volle a tutti i costi,
accettai. Degli Anni 60 ricordo il mio impegno nel
sindacato: ottenemmo la parità di paga per le donne che
lavoravano in laboratorio e l’avvio alla specializzazione
dei tecnici con scuole ed esami. Fu un’iniziativa che
avrebbe portato alla istituzione della scuola universitaria
per tecnici, nata subito dopo quella per infermieri. I
tecnici da anni studiano sempre di più e sono pagati sempre
di meno: si parla tutti i giorni di Italia
"europea", da noi invece il tecnico di
laboratorio, che svolge un lavoro molto delicato, parte con
una paga base di 1200 euro al mese».
Quanti esami al giorno
facevate in laboratorio negli Anni 60?
«Quando sono entrato i
pazienti esterni erano una quarantina, quelli interni un
centinaio. Il raffronto con la realtà odierna è
proponibile solo in chiave di curiosità: i pazienti esterni
del nostro laboratorio vanno dai 350 ai 400 mentre gli
interni sono oltre 300, in totale si può parlare di 700
persone al giorno con un carico totale di esami che arriva a
quota 7000 calcolando altre attività specialistiche del
laboratorio. E’ un grande lavoro, un grande servizio alla
collettività da parte di una squadra che si impegna con
dedizione: primari, medici, tecnici, infermieri
professionali, ausiliari e gli amministrativi hanno fatto
del laboratorio una unità operativa esemplare».
Ne parla con orgoglio!
« Certamente, non c’è
altro laboratorio aperto anche al sabato, si lavora sei
giorni su sette e i turni di guardia coprono le 24 ore
domenica inclusa. Nella storia del reparto ci sono state due
grandi svolte: con il presidente Trombetta che volle un
forte potenziamento dell’attività pubblica e con i
direttori Lucchina e Rotasperti che hanno perseguito la
politica dell’eccellenza delle attrezzature, oggi tutte d’avanguardia
e tra l’altro perfettamente uguali nei cinque ospedali
dell’azienda perché non ci sia mai difformità nei
risultati degli esami».
Gelsomino, l’ospedale
di questi tempi non le sembra un po’..
litigarello?
«Non si tratta di
grandi crisi, ma poi crisi significa mutamento e i mutamenti
non sono tutti negativi, anzi un genere fanno crescere. I
problemi non mancano, ma alla fine vediamo che lo sforzo di
tutti è per migliorare e questo conta molto. I nuovi
criteri di gestione della sanità comportano anche sacrifici
e scelte diverse, obiettivamente a volte appaiono
insopportabili, ma forse la situazione può diventare più
accettabile se la agganciamo all’approdo che si chiama
ospedale nuovo, vale a dire una realtà che esigerà
perfezione gestionale, il meglio in assoluto della
tecnologia, dell’assistenza e della tutela del malato,
della preparazione professionale degli operatori sanitari. E’
un approdo che Ospedale, Facoltà di medicina e chirurgia e
tutta l’Università non possono fallire perché sono
grandi patrimoni ed eccezionali motori di sviluppo, voglio
dire cioè che se una Varese turistica oggi sembra il sogno
di Palazzo Estense è invece più realistico considerare che
la città potrà decollare solo se avrà piena e forte
vocazione universitaria. E’ un obiettivo che potrà essere
raggiunto con l’aiuto delle istituzioni civiche, ma non
senza un patto di ferro tra il vecchio caro
"Circolo" e il giovane e altrettanto caro ateneo».
È allora il tempo dell’unità,
non dei contrasti
«E’ il tempo di parlarsi serenamente, di fare quello che
altri in situazioni analoghe hanno già fatto: un grande
accordo, una programmazione nel segno di un’intesa che dia
certezze anche ai medici che fanno percorsi diversi in
istituzioni diverse, nate per la cura degli ammalati e la
formazione dei giovani medici. Non
dovrà essere arida, formale spartizione, ma impegno nobile,
a prova di eventuali futuri equivoci. Spazi e autonomie ben
definiti, ma anche piena e continua collaborazione nel
superiore interesse della comunità».
Il suo è un addio
sereno?
«Sì e con
bellissimi ricordi. Un caro saluto a tutti coloro che mi
conoscono: nel 1964 tra medici e personale eravamo in 400 e
i congedi erano una festa di.. famiglia, oggi è impossibile
perché siamo in 2000, però in un ospedale che ha fatto
progressi eccezionali e che è ancora uno dei migliori della
Lombardia».
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