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Varese - Faccia a faccia con Paolo Cherubino, preside della facoltà di medicina dell'Insubria. Un discorso a cuore aperto sui problemi della sanità, del Circolo e dei rapporti con gli ospedalieri 
«Varese ha le qualità per uscire dall'anonimato»

(2 ottobre 2003) Una Varese che esca dal suo isolamento provinciale. Che miri a un confronto alla pari a livello internazionale. Che rivaluti personaggi di elevato spessore culturale fino ad oggi sottovalutati.
È il libro dei sogni di Paolo Cherubino, presidente della Facoltà universitaria di Medicina dell'Insubria ma anche primario di ortopedia all'ospedale di Circolo. Un elenco di desideri che porta avanti, nonostante tutto.  
«Il documento che abbiamo redatto come facoltà voleva essere uno sprone ad uscire da una situazione di pericolosa impasse. Invece ne è stato strumentalizzato il senso. Basta con la storia della lotta tra universitari e ospedalieri: tra di noi esiste un rapporto di stima professionale e spesso di amicizia. C'è qualche eccezione, non lo nego, ma anche qui la spiegazione è solo professionale. Io sogno un ospedale che dia sempre alla popolazione risposte di qualità. Non accetto che un varesino debba andare a Milano, o all'estero per trovare personale medico di fiducia».

Ma se non tutti ricoprono il posto che meritano è colpa del sistema delle nomine, che oggi, mi pare, vengono spartite tra universitari e ospedalieri
«Il sistema nazionale è, indubbiamente, un grande limite. La salute delle persone è nelle mani dei direttori generali che scelgono in base a criteri tecnico-politici. Non c'è riguardo per la qualità. Assistiamo a manovre al limite della legalità: a trasferimenti da ospedale a ospedale che scavalcano il sistema del concorso. Noi universitari combattiamo questo sistema e gli ospedalieri sono al nostro fianco. La competizione si deve fondare sulla professionalità e non sul potere».

Le vostre battaglie, quindi, hanno un respiro che va oltre il contesto locale.
«Indubbiamente. Varese ha, però, anche un altro limite: rifugge il confronto. È  un atteggiamento provinciale che, soprattutto agli universitari, va stretto. Dobbiamo uscire dai confini provinciali, smetterla di nasconderci per non perdere il nostro isolamento. L'università a questo è servita e deve servire: abbiamo portato al Circolo personaggi di caratura indiscussa, con mentalità aperte e molto dinamiche. Solo in questo modo, ampliando i nostri orizzonti cresceremo  dando a Varese quella visibilità che da troppo tempo si tiene nascosta».

Ma il dinamismo è sufficiente a risolvere i problemi, anche in questo contesto sanitario? 
«Il periodo che stiamo vivendo è difficile. La nazione sta attraversando un momento delicato e la sanità è il settore che più annaspa. La legge lombarda aveva dei principi encomiabili. Ma l'applicazione ha creato dei mostri: come si può porre pubblico e privato sullo stesso piano? Hanno sistemi amministrativi completamente diversi: la macchina farraginosa burocratica del pubblico non può avere la fluidità di quella del privato. Inoltre il pubblico non può scegliere il paziente, il privato sì. Gli interventi più leggeri e meno dispendiosi sono ricorrenti nel privato mentre il pubblico si sobbarca tutto il campo delle cure costose e lunghe. Nel corso degli anni, questo sistema ha portato ad uno sforamento dei tetti di spesa e oggi è il pubblico a risentirne maggiormente».

Quale potrebbe essere una via d'uscita?
«I modi di risparmiare ci sono. Basterebbe avere una visione più razionale. Che senso ha tenere aperti molti ospedali in un territorio ristretto? Forse sarebbe meglio riorganizzare il sistema con tanti punti di pronto soccorso, centri riabilitativi, case per l'accoglienza degli anziani e lasciare un solo ospedale. Anche perché l'affidabilità di una struttura che fa molti interventi è indubbiamente  maggiore di una che ne fa pochi. È questione di logica».

Tornando alle eccellenze professionali: come si combina l'esigenza del confronto internazionale con l'umanizzazione della professione?
«Vi faccio il mio caso. Io sono impegnato a livello universitario e mi muovo parecchio, ma ho sempre sotto controllo la situazione in reparto: magari non ricordo i nomi, ma conosco tutte le situazioni cliniche. In corsia, il paziente non perde il contatto umano che viene svolto dai medici più giovani. Nel mio ruolo di educatore io sottolineo sempre l'importanza del rapporto umano. Ma ognuno deve svolgere il suo ruolo: quando non sarò più preside mi potrò rivolgere di più ai pazienti. Ma oggi il mio obiettivo è quello di mantenere elevato il livello di preparazione e di conoscenza e quindi prima di tutto devo concentrarmi nel confronto».

Scegliere la via del confronto internazionale. Uscire dall'isolamento e dall'individualismo provinciale. Universitari e ospedalieri potrebbero davvero farcela, magari camminando insieme. Magari anche condividendo appieno l'esperienza didattica: eccellenze per eccellenze, perché non pescare tra i professionisti ospedalieri i futuri docenti dell'Insubria?

Alessandra Toni
sanita@varesenews.it


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