Gallarate
- Nel
nostro paese, il 2,5/3,5% dei bambini è affetto da
dislessia. Si tratta di un disturbo dell'apprendimento che,
se corretto in tempo, riduce i problemi. Ne parla il
responsabile di neuropsichiatria infantile dell'ospedale di
Gallarate Maria Rosa Ferrario
Lenti nel leggere e
svogliati nell’apprendere. Potrebbero essere dislessici
(14
marzo 2003) Difficoltà nel leggere, nello scrivere,
nell'imparare le tabelline. I genitori si arrabbiano.
Pensano che il bimbo sia svogliato o ritardato. Spesso,
però, il figlio è semplicemente dislessico. E cosa sarà
mai? Il solo nome incute timore, si pensa ad un handicap o
ad una malattia. "La dislessia è semplicemente una
variante individuale dello sviluppo - spiega la dottoressa
Maria Rosa Ferrario, responsabile di Neurospichiatria
infantile dell'ospedale Sant'Antonio di Gallarate (nella
foto) - la compromissione di una abilità legata ad
una disfunzione neuropsicologica. Non riguarda la capacità
generale di apprendere". Al bambino dislessico non
risultano automatiche alcune azioni che, in generale, sono
di facile realizzazione. Ha difficoltà a leggere o a
scrivere e deve impegnare tutte le proprie capacità per
riuscirci: l'operazione assorbe notevoli energie e lo lascia
demotivato. Tale fatica viene fraintesa e giudicata una
mancanza di impegno, mentre il piccolo si sente frustato
perchè non riesce a fare di più. L'incomprensione innesca
un processo depressivo e di disistima nei propri confronti,
questo, sì, pericoloso. " La consapevolezza di avere
questo disturbo - spiega la dottoressa Ferrario - porta ad
adottare alcune misure che limitano le difficoltà. La
dislessia, proprio per la sua natura genetica, non guarisce
ma, se curata, ha lievi conseguenze. Nel 65% dei casi è di
carattere ereditario: spesso un bimbo dislessico è figlio
di un genitore che, nell'età dello sviluppo, ha avuto a sua
volta problemi di apprendimento, problemi che allora non
furono sempre riconosciuti.
Il
campanello d'allarme suona inizialmente in prima elementare,
quando il bimbo comincia ad evidenziare le prime
difficoltà. Il disturbo diventa evidente al termine della
seconda elementare. Se dopo il primo biennio di studi il
bambino non supera i problemi, l'insegnante o il genitore si
dovrebbe rivolgere ad un servizio specialistico:
neuropsichiatra infantile o psicologo e logopedista per
escludere altri disturbi dell'apprendimento. Fatta la
diagnosi, si individua la riabilitazione. La tempestività,
in questi casi, è essenziale: aiutato in questa fase di
sviluppo il bambino trarrà vantaggi maggiori rispetto ad
interventi adottati in età adolescenziale. Ci sono anche
ausili didattici specifici, come computer o libri parlati,
che superano l'ostacolo della lettura nella fase
dell'apprendimento. Il bimbo, infatti, non ha alcun limite
intellettivo, anzi, è spesso vivace e creativo.
Banalizzando, il suo caso si potrebbe paragonare a quello di
un bambino miope che, grazie agli occhiali, torna a vederci
perfettamente.
La dislessia, dunque, non è un handicap di cui vergognarsi.
In Italia l'incidenza è del 2,5-3,5%. Imparare a viverla
consapevolmente è già un modo per ridurre i disturbi. La
tempestività, inoltre, è fondamentale per crescere in
tranquillità. Ecco perchè maestre e genitori sono invitati
a non sottovalutare i segnali che i bambini mandano.
|