Varese
- In una lettera,
il professor Renzo Dionigi analizza la situazione negli
ospedali pubblici italiani. Alla luce dei progressi
scientifico-tecnologici e dell'organizzazione
politico-aziendalista
Progressi in Chirurgia
generale in un sistema sanitario in regressione
(30
maggio 2003) Negli ultimi venticinque anni si sono
registrati straordinari progressi in diversi settori della
chirurgia generale. Alcuni eventi certamente entreranno
nella storia della chirurgia: la chirurgia conservativa nel
trattamento delle neoplasie della mammella, la chirurgia dei
trapianti d’organo e la riduzione della mortalità e
morbilità dopo interventi chirurgici maggiori per la
resezione di tumori esofagei, epatici, pancreatici. Agli
inizi degli anni ’80, nel nostro come in altri centri ove
questi interventi di chirurgia oncologica maggiore erano
eseguiti con maggior frequenza, la mortalità superava il
20%, oggi negli stessi centri la mortalità è inferiore al
2% e si osserva una netta riduzione nell’incidenza di
complicanze postoperatorie.
E’ facile intuire come questi risultati siano frutto di
lunga ed intensa attività di ricerca di base, tecnologica e
clinica. In generale, si deve infatti registrare che negli
anni si è affinata la conoscenza fisiopatologica delle
malattie trattate, sono nettamente migliorate la
diagnostica, la preparazione del paziente all’intervento,
le tecniche anestesiologiche e le terapie postoperatorie.
Contemporaneamente sono stati realizzati ed adottati nuovi
strumenti chirurgici.
Progressi si sono anche verificati nella chirurgia generale
di media gravità: l’introduzione della chirurgia
laparoscopica e delle relative tecniche miniinvasive
rappresentano certamente le novità più rivoluzionarie
degli ultimi anni.
Purtroppo questo rapido sviluppo tecnologico non solo non è
stato tempestivamente previsto, ma è tuttora trascurato dai
sistemi sanitari di molti dei Paesi europei. E’ innegabile
che queste innovazioni abbiano comportato un’impressionante
lievitazione dei costi delle prestazioni chirurgiche,
certamente responsabile in modo significativo, anche se
unitamente ad altri fattori, della crescita dei costi della
sanità. In Italia spiace constatare che, malgrado un’ovvia
progressiva crescita dei costi della sanità (+ 3,7% sul
2001, + 11,1% del 2000 sul 1999, +8,6% del 2001 sul 2000),
la percentuale di PIL devoluta ai finanziamenti del Sistema
Sanitario Nazionale (8,1%) è significativamente inferiore a
quella di altri Paesi europei quali Germania (10,6%) e
Francia (9,5%), non diversamente da quanto avviene per i
finanziamenti governativi previsti per la ricerca
scientifica e tecnologica. A ciò si aggiunga che il
processo di aziendalizzazione delle strutture sanitarie,
così come adottato nella maggior parte delle regioni
italiane, deve ancora dimostrare la sua efficacia sia in
termini di efficienza amministrativa che di adeguamento all’evoluzione
tecnologica.
Nel frattempo il processo di aziendalizzazione ha dimostrato
tutta la sua fragilità, infatti, gli unici dati certi sono:
1) il sistema privilegia le scelte politiche e non quelle
tecniche, sia a livello amministrativo che a quello
sanitario; 2) un continuo ed indiscriminato “taglio dei
costi” per far quadrare i bilanci dell’”azienda”,
così penalizzando quei centri d’eccellenza ove le
applicazioni delle nuove tecnologie consentono il
trattamento di patologie complesse e costose; 3) il potere
monocratico dei direttori generali, che essendo di nomina
politica rispondono politicamente al loro Assessore
regionale, operano senza Consiglio di Amministrazione e
quindi senza alcuna mitigazione, esercitano un potere
assoluto, che condiziona i medici e tutto il personale,
ormai completamente ininfluente sulle scelte anche sanitarie
e delle ASL; 4) un progressivo potenziamento delle strutture
private accreditate, e quindi remunerate con danaro
pubblico, alle quali è consentito esercitare la selezione
delle patologie da trattare, quasi sempre seguendo una
logica esclusivamente budgettaria, mentre l’azienda
pubblica può e deve ovviamente provvedere al trattamento
delle patologie più complesse e costose; 5) un
egualitarismo appiattente e demotivante che non consente di
premiare il merito - il percorso della qualità implica che
tutti gli erogatori di servizi operino in regime di garanzia
di qualità e che si inizi il percorso di misura degli
outcomes - ; 6) la forzatura sui primari e capi dipartimento
perché da medici si trasformino in gestori - nei paesi
anglosassoni dai quali abbiamo importato questi concetti, il
Dipartimento non è gestito dal Direttore medico, ma da un
manager che gli dipende e che funzionalmente riferisce anche
al direttore generale dell’azienda -; 7) il conseguente
fallimento della dipartimentalizzazione delle aziende –
basti pensare al tempo che oggi si chiede ai capi
dipartimento perché gestiscano un budget, ignorando che
essi non sono preparati, motivati e spesso rifiutano questa
funzione e che l’assenza di poteri nel modificare i
fattori produttivi (il personale) o per intervenire nell’acquisto
di beni e servizi è un fattore che non consente né di
definire budget né di effettuare veri piani strategici
-.Pertanto, il risanamento del Servizio Sanitario Nazionale
deve avvenire attraverso l’abolizione del modello
aziendale, oppure correggendo le disfunzioni createsi nella
sua applicazione? Azienda è, per alcuni, un’organizzazione
finalizzata al risultato economico, mentre la missione dell’ospedale
è la salute del paziente. Per altri “l’azienda è un
semplice strumento” utilizzato per raggiungere fini
diversi che, se in alcuni casi coincidono con il profitto,
nel caso della sanità si identificano con la risposta ai
problemi della salute. In tal caso i difetti del sistema
sanitario non sarebbero dovuti all’applicazione del
modello aziendale, ma piuttosto ad un’interpretazione
errata di tale modello. Di certo, nel caso si dovesse
insistere nell’applicazione della cultura aziendale, la
prima condizione per una gestione sanitaria che consenta di
raggiungere elevati livelli di efficienza e qualità è la
sua autonomia rispetto alle attuali eccessive ingerenze
politiche esterne, che altro non producono che inutili e
paralizzanti conflittualità tra schieramenti ed istituzioni
e nulla hanno a che vedere con la qualità delle prestazioni
per i nostri pazienti. Ci consola sapere che tali
osservazioni sono del tutto condivise e con autorevolezza da
tempo esposte dallo stesso Ministro Sirchia (Il Sole 24 ore,
08,01,2003)
Renzo
Dionigi
Ordinario di Chirurgia Generale
Rettore dell’Università degli Studi dell’Insubria
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