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Varese - Dopo il giro di vite deciso dalla regione Lombardia nel settore sanitario, Il delegato della Cgil parla dei possibili sviluppi futuri. Con preoccupazione
«È il fallimento del modello sanitario lombardo» 

(22 aprile 2003) Tetti di spesa, numero massimo di prestazioni, riduzione dei costi. Per la sanità lombarda non è sicuramente un buon periodo. Il ritorno dei ticket sui farmaci e sulle prestazioni non urgenti di pronto soccorso ne sono un primo esempio. «Dal 1998, anno in cui è stato introdotto il "modello lombardo" abbiamo assistito ad un progressivo ingrossamento della spesa sanitaria». Manuela Vanoli, delegata della Cgil alla sanità, non ha dubbi: «Il sistema su cui l'attuale maggioranza in Regione ha basato ben due campagne sta dimostrando tutti i suoi limiti. Fino a ieri ogni prestazione era più che legittima e meritava il rimborso con denaro pubblico. Oggi, apprendiamo che si deve mettere un tetto alle prestazioni, legittimando solo quelle appropriate». 

Dal 1998, quando la sanità regionale aprì a tutte le strutture private che venivano parificate a quelle pubbliche, ci fu una corsa dei privati all'accreditamento: il cittadino veniva messo nella condizione di scegliere liberamente a quale ospedale rivolgersi per farsi curare. Il meccanismo era tale per cui le strutture sanitarie private non correvano alcun rischio economico ad entrare nel circuito alimentato da denaro pubblico. Presto, anche le aziende pubbliche, dirette da manager di nomina politica, si adeguarono alla nuova filosofia adottando criteri gestionali più di natura economica. Ad aggravare la situazione ci furono anche alcune manovre poco chiare che contribuirono a gonfiare i conti: «Il cittadino non è in grado di capire se un esame è essenziale ed utile - commenta Vanoli - Spesso, anzi, il paziente si sente più tutelato se gli si dedicano numerose prestazioni, con la conseguenza che si è perso di vista il significato medico della cura». Il risultato, oggi, è sotto gli occhi di tutti: la spesa sanitaria si è dilatata a tal punto da non essere più governabile e si deve correre ai ripari. «Nel pubblico - spiega Emanuela Vanoli - si va verso una riduzione dei costi del personale e a una contrazione delle prestazioni. Nessuno ha ancora detto cosa succederà quando un ospedale raggiunge il tetto massimo assegnatogli. Stando così le cose, però, il rischio è quello che il cittadino sarà chiamato a pagare gli interventi sanitari. Le prime avvisaglie ci sono già state con la reintroduzione dei ticket. Il modello lombardo doveva essere la nuova via della sanità italiana: staremo a vedere se verrà esportato anche ad altre regioni sulla scorta di questi risultati. Il timore, concreto, è quello che la nostra sanità si avvicini al modello americano»

«Davanti a queste trasformazioni - esorta la sindacalista - io invito la gente a non dimenticare il livello della sanità pubblica a Varese prima del '98. Che tipo di prestazioni e di assistenza offriva. Come erano organizzati i presidi di Luino e Cittiglio a metà anni '90. I tagli non si fanno dall'oggi al domani: è un lento stillicidio. Si devono anche considerare le liste d'attesa: alcuni tempi veramente lunghi sono stati ridotti, ma ci sono aree dove l'attesa è ancora molto lunga e oggi, con l'introduzione dei tetti, è destinata a peggiorare».
A Varese i posti a rischio sono soprattutto nell'area medica, dato che quella infermieristica è già pesantemente al di sotto del minimo organizzativo. Preoccupazione per l'area dell'Assistenza domiciliare Integrata per i fisiatri e i geriatri che potrebbero avere a breve qualche sgradita sorpresa.  

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