Varese -
Il racconto di un malato di epilessia
«Da vicino nessuno è
normale»
( 30 aprile
2004) All’inizio
erano solo strane sensazioni. Era come se all’improvviso
tutto quanto avevo intorno assumesse altre dimensioni. Non
erano allucinazioni, ma come vivessi contemporaneamente due
stati dell’Io. Le mie domande ai presenti ovviamente non
mi aiutavano a capire, perché ero solo io a vivere quella
situazione. Non ero preoccupato, però non capivo cosa mi
stesse succedendo.
La prima crisi sarebbe arrivata da lì a
qualche mese. Eravamo in campeggio nel Parco nazionale d’Abruzzo
quando una notte mi risvegliai in mezzo al frastuono di
gente intorno alla mia tenda. C’era anche un medico che mi
faceva domande in continuazione, ma io non ero in grado di
rispondere. Non mi ricordavo niente. Nel cuore della notte
avevo avuto una crisi convulsiva molto forte, ma era passata
come se niente fosse successo. Dopo poche ore provai per la
prima volta il contatto con un elettroencefalogramma. La
fortuna mi aveva condotto in mani amiche. Una mia compagna
di liceo aveva già finito la scuola e ora era lì ad
aiutarmi a sistemare gli elettrodi nel mio mare di capelli
lunghi e ricci. Da quel tracciato, come da quello fatto a
Varese qualche giorno dopo non emergeva un granché. Si
ventilava una possibile epilessia, ma i neurologi mi
tranquillizzavano dicendo che in fondo poteva essere stata
solo una crisi isolata. Alla mia età era raro comparisse
una forma epilettica. Per la prima volta feci anche una Tac,
ma non c’era alcun segnale di patologia.
Ma i neuroni nel mio
cervello non ne volevano sapere di star lì tranquilli a
fare solo il loro lavoro e così, via via che passavano i
giorni comparsero forme di crisi sempre più frequenti e
lunghe. Ora avevo veri e propri momenti di assenza e poi
perdita del linguaggio. A quella fase ne seguì un’altra
ancora più marcata in cui straparlavo. Crisi anche di 2-3
minuti in cui usavo parole di un linguaggio sconosciuto e
sconnesso. Le crisi non mi risparmiavano nemmeno nei momenti
più delicati e così ne arrivò una lunghissima durante un
esame all’Università. Un’altra durante un convegno in
cui ero relatore. Ero diventato una sorta di
"spettacolo" per gli amici e chi ancora non aveva
assistito a una di queste crisi quasi mi chiedeva di averne
a comando. Era un periodo strano, le crisi mi stancavano
molto, ma non sentivo ragioni di approfondire ricerche o
altro. Dovevo finire l’Università e tanto bastava.
Imputavo le crisi allo stress di tanto lavoro e studio.
Poi alla vigilia dei
fantastici mondiali di Spagna del 1982 fui costretto a
ricoverarmi all’ospedale di Gallarate. Non volevo. Avevo
paura. Ero isterico e gridavo che non avrei preso niente e
che volevo spiegazioni su ogni cosa che mi avrebbero fatto.
Ero terrorizzato dall’idea che qualcuno mettesse le mani
sul mio cervello. Erano passati solo vent’anni dagli
ultimi esperimenti fatti negli Stati Uniti proprio sugli
epilettici. Li operavano e scoprirono così la bifrontalità
del cervello. Ero un vero rompiscatole e solo la fortuna di
trovare un giovane neurologo che in un turno notturno mi
spiegò con calma che non correvo davvero alcun rischio mi
tranquillizzò. I giorni passarono senza tante novità
finché arrivò il momento dell’esame più preciso: un
elettroencefalogramma in assenza di sonno e poi nel sonno.
Da quei tracciati erano evidenti segni epililettici. Due
giorni dopo ero nuovamente "libero" ma con un
foglio che dava una possibile diagnosi: epilessia temporale.
Insieme alla diagnosi l’indicazione
di diversi farmaci.
Conobbi in quel periodo le
trafile di chi ha una malattia che va tenuta costantemente
sotto controllo. Due esami del sangue al mese per valutare i
dosaggi dei farmaci. All’inizio un EEG ogni tre mesi e poi
due volte all’anno. Frequenti visite neurologiche. Ma
quello che più mi disturbava era questo continuo ricercare
diagnosi più precise. Lo facevo soprattutto per le
pressanti richieste di mia madre, ma in fondo era anche una
mia ricerca, un bisogno di rassicurazione.
La mia vita scorreva come
prima, con questa noia di farmaci e controlli. Ultimai l’Università,
ma le crisi non sembravano volermi abbandonare. Erano meno
violente e ora semplici momenti di assenza, ma mi stancavano
molto. Ricordo una bella lezione da parte di quello che all’epoca
era considerato il guru dell’epilessia, il prof Canger.
Terminata una visita mi disse con molta fermezza: "se
lei continua a girare da un medico all’altro non risolve
niente, perché chi la segue non sente la sua fiducia e
quindi si deresponsabilizza, ma la causa è lei e non il
medico". Frasi che furono quasi una liberazione perché
smisi di cercare verità magiche accettando che avrei dovuto
convivere con questa malattia.
Prendevo i miei farmaci
ormai in dosi sempre più massicce, ma per lunghi otto anni
continuai a provare questa irrequietudine dei neuroni che
scaricavano la loro energia nel mio cervello.
Fu il matrimonio e poi la
nascita della mia prima figlia a segnare una svolta. Ero
ormai abituato a convivere con l’epilessia, ma se se ne
fosse andata non mi sarei certo lamentato. Poi le crisi
smisero, così come erano arrivate. Non abbiamo mai scoperto
la causa primaria. L’epilessia temporale è una malattia
un po’ magica. Le sue crisi non sono molto definite e
chiare e descriverle è quasi un’impresa. Sono in buona
compagnia perché tanti personaggi famosi hanno sofferto di
questo male. Basti pensare a Dostoevskij, quasi tutti i suoi
personaggi sono infatti epilettici.
Oggi mi reputo molto
fortunato perché la malattia non mi ha mai impedito di fare
quello che volevo. La mia vita pubblica non ha risentito di
quello che mi portavo dentro. Ho affrontato spesso racconti
e spiegazioni su cosa mi capitasse, ma devo dire che
raramente mi sentivo giudicato o qualcosa di simile. Certo
ci sono aspetti che lasciano terribilmente sconcertati.
Essere epilettici avvicina molto a quello stato che riguarda
gli ergastolani quando nella loro scheda alla parola fine
pena segue un secco MAI. Lo steso vale per la diagnosi di
fine dall’epilessia. Nessun neurologo si prende la
responsabilità di scrivere: guarito. Pazienza.
A distanza di ventitre anni
dalla sua comparsa e di oltre dodici dalla sua
"scomparsa" questa malattia mi ha lasciato qualche
brutto segno al mio fegato, ma anche la profonda
consapevolezza della verità del titolo di un convegno:
"A guardarlo da vicino nessuno è normale".
È proprio così e ci
vorrebbe più rispetto, più attenzione. Sono passati
quattromila anni da codice di Hammurabi che vietava agli
epilettici di contrarre matrimonio e di poter esercitare i
diritti. Le cose sono cambiate, ma non si parla mai
abbastanza di chi vive questa malattia. Questo alimenta
pregiudizi e falsi miti, come quello che considera l’epilessia
una malattia mentale quando invece è neurologica e la
differenza è davvero pesante, che non servono a niente se
non a creare stupide barriere. Un problema di chi vive la
malattia, ma anche di tutta la società.
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