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Busto
Arsizio - L'intervento
del segretario della Cisl Ticino Olona, Luigi Mafezzoli
«Cina, non discutiamo solo
di dazi ma anche di diritti»
(16 settembre 2003)
riceviamo e
pubblichiamo
Libertà di mercato od
un ritorno al protezionismo? Nelle ultime settimane si è riaperto
il dibattito. Si sono succeduti gli interventi, alcuni rozzi che non
meritano interesse, altri, come quello di Giorgio Merletti, con
argomentazioni serie che si possono o meno condividere, ma che in
ogni caso fanno riflettere. Sul banco degli imputati è in
particolare la Cina, paese che sta attraversando un miracolo
economico, con un tasso di sviluppo che per noi è un ricordo
lontano, invadendo coi suoi prodotti i mercati, occidentali e non
solo. I numeri sono eloquenti: dopo l'abolizione delle quote
dell'accordo Multifibre e la sua entrata nel WTO, le importazioni
dalla Cina negli USA sono aumentate del 290% e nell'Unione Europea
del 164%. Una crescita che è a scapito, oltre che delle produzioni
occidentali, anche di quelle di altri paesi in via di sviluppo. Il
sindacato tessile mondiale FITTHC prevede una perdita di un milione
di posti di lavoro in Bangladesh nei prossimi mesi a causa della
concorrenza cinese.
Di fronte a questa
situazione sicuramente allarmante, la discussione si sta divaricando
tra due posizioni estreme. C'è chi invoca nuove forme di protezione
dei nostri prodotti e nuove barriere doganali, per fronteggiare
quella che si considera una concorrenza sleale, mentre altri tifano
per la liberalizzazione, mettendo l'accento sulle potenzialità
dell'immenso mercato cinese e ricordando, non a torto, che l'Italia
è un paese esportatore. Tra queste posizioni, da anni, il sindacato
ne propone una sua che sostiene che la globalizzazione dei mercati
deve marciare parallelamente a quella dei diritti umani, civili e
sociali. In vista del vertice di Cancun la CISL Internazionale (ICFTU),
il più grande raggruppamento sindacale del mondo a cui aderiscono
anche CGIL CISL e UIL italiane, aveva chiesto, purtroppo senza
trovare ascolto, che le trattative riguardassero anche gli standard
minimi sociali. Il sindacato tessile internazionale da tempo propone
un "trattamento preferenziale" per i paesi più poveri che
accettano "clausole sociali" che riguardino l'abolizione
progressiva del lavoro infantile e la libertà sindacale in base
alle convenzioni OIL. Ma sia USA che UE, seppure in forme diverse,
propongono una riduzione dei dazi progressiva e proporzionale, fino
alla totale abolizione (posizione americana). In tal modo nessuna
formula preferenziale sarà possibile.
La Cina non à
soltanto un campione dello sviluppo, ma lo è anche per la
violazione dei diritti umani e sociali. Il sindacato indipendente
subisce una durissima repressione, molti sindacalisti sono in galera
e i lavoratori vengono pesantemente sfruttati per 1,20 dollari al
giorno, questo nonostante le economie di scala e livelli di
produttività non certo da terzo mondo. Questi argomenti erano noti
anche quando si decise di far entrare la Cina nel WTO, eppure in
quell'occasione l'Europa e l'America appoggiarono unanimemente la
candidatura del paese asiatico, nonostante le denunce del sindacato
mondiale ed, in Italia, della CISL. Non c'è da stupirsi se si
considera che molte imprese dei paesi occidentali sono tra quelle
che più beneficiano del basso costo del lavoro e dell'assenza di
diritti sociali in molti nazioni. Molte multinazionali stanno
lasciando paesi come il Bangladesh, la Turchia o lo Sri Lanka per
approdare in Cina. Quando, un po' di tempo fa, la Regione Lombardia
organizzò in quel paese un incontro con le nostre imprese, tra
queste anche alcune varesine, la CISL scrisse al Presidente
Formigoni per ricordare l'assenza di diritti umani e sindacali.
Questo non fermò la spedizione né provocò rimorsi nelle aziende
che fecero affari. Il problema, ovviamente, non riguarda solo la
Cina. Esistono ancora imprese, anche italiane, che investono in
Birmania, forse il paese che più calpesta i diritti umani nel
mondo. Attualmente, in tutto il globo, 43 milioni di lavoratori
lavorano in 3000 zone franche speciali, in mano alle multinazionali
americane ed europee, fino a 16 ore al giorno, a volte rinchiusi a
chiave e costretti all'ingestione di anfetamine . In queste zone la
presenza del sindacato è formalmente vietata, anche in paesi
considerati democratici come le Filippine e il Messico.
L'argomento
meriterebbe, naturalmente, ben altro spazio. Ma queste poche note
credo siano sufficienti per evidenziare che, di fronte alla realtà
della globalizzazione, non ci si può limitare a discutere solo di
dazi, da aumentare o togliere. Il problema di far rientrare nei
trattati commerciali anche le convenzioni OIL, la possibilità di
favorire rapporti bilaterali con paesi che si impegnino per il
miglioramento delle condizioni sociali, la tracciabilità dei
prodotti, la reciprocità, una più adeguata informazione ai
consumatori, i codici di condotta per le imprese transazionali, sono
tutti temi non più eludibili per una più equa apertura dei mercati
e una crescita del benessere non solo a vantaggio di pochi.
Luigi Maffezzoli
Segretario Cisl Ticino Olona
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