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Varese
- Intervista a Franco Barlocci, al lavoro in uno studio
professionale svizzero da 15 anni
«Norme diverse e tanta
pratica, un lavoro che si apprende sul campo»
(8 ottobre 2003)
Gli ingegneri transfrontalieri?
Ci sono già, eccome. Lavorano spesso da tanti anni nella
Confederazione, e sono molto apprezzati. Ne abbiamo parlato con
Franco Barlocci, varesino, sposato una figlia di tre mesi e mezzo.
Barlocci è ingegnere da 15 anni e da 15 anni è al lavoro presso
uno studio privato di ingegneria del Sopraceneri che lavora anche
con gli enti pubblici svizzeri. A lui abbiamo chiesto che
"effetto fa" essere un ingegnere transfrontaliere.
«Io ho tanti amici laureati che
lavorano in Italia, e come laureato devo dire che lavorare in
Svizzera è un'esperienza professionale molto gratificante, perchè
il metodo utilizzato dagli svizzeri ti porta a fare le cose fatte
bene - spiega Barlocci - In verità, lavorare in Svizzera è
gratificante anche dal punto di vista economico: gli stipendi, a
causa dell'alto tenore di vita che hanno sono sempre mediamente più
alti. Inoltre noi italiani siamo sempre piuttosto apprezzati, anche
a livelli professionali alti: abbiamo quel quid in più, un'apertura
mentale che ci rende più elastici, capaci.»
Cosa bisogna imparare in più,
rispetto alla laurea?
«Rispetto alla laurea di
ingegneria devi imparare comunque tutto, ma questo vale in generale
quando si entra nel mondo del lavoro. Il corso di laurea ti fornisce
metodo, formazione di base, eccetera ma poi devi sperimentarle sul
campo. La teoria, il calcolo del cemento armato o quant'altro
ovviamente è sempre lo stesso - anche se rivendico con orgoglio
l'eccellenza del Politecnico di Milano, dove ho studiato... -
Poi ci sono cose, come metodo di lavoro appunto, invece molto
differenti rispetto all'Italia. Faccio lesempio degli appalti
pubblici: qui le varianti in corso d'opera non esistono, e se ci
provi ti guardano male. Qui i problemi che si possono presentare si
tende a prevederli prima dell'inizio del cantiere, così che i
cantieri svizzeri si aprono e si chiudono esattamente nei giorni
stabiliti».
Cosa consiglierebbe di studiare, da
"Ingegnere frontaliere" autodidatta?
«In verità, non c'è niente che non si possa imparare sul campo,
col tempo. Io ci sono riuscito: i due codici civili sono
fondamentalmente uguali, derivati entrambi dal codice napoleonico.
Ci sono invece le leggi federali e cantonali: quella vanno studiate,
ma non sono difficili. Poi ci sono norme tecniche emanate da una
specie di ordine degli ingegneri e che hanno valore di norma. E poi
ci sono tanti argomenti che da noi fanno capolino adesso mentre in
Svizzera sono la normalità da anni, come tutta la tematica legata
al recupero ambientale».
E com'è la sua giornata da
ingegnere italiano che lavora in Svizzera?
«L'aspetto più caratterizzante e l'ora di viaggio per andare al
lavoro: parto alle sei di mattina e torno alle otto di sera. Ma,
davvero, io mi posso considerare fortunato: faccio decisamente un
lavoro che mi gratifica».
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