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Varese
- L'accordo siglato tra Univa
e CGIL Cisl e Uil. Prevede formazione continua nelle aziende,
ma soprattutto un monitoraggio preventivo su ciò che serve
all'industria varesina e ciò che chiedono invece i lavoratori
Industriali e
sindacati insieme per scoprire cosa non va nel mercato del
lavoro varesino
(28.05.2007)
Il
rapporto domanda-offerta di lavoro deve essere proprio andato
“in tilt”. Se è vero, come dicono i dati della Provincia di
Varese, che il 41% del lavoro offerto dalle aziende non viene
accettato perché non si trovano lavoratori disponibili a lavorare
in fabbrica, qualcosa è successo nel tessuto economico della
nostra provincia. Se poi avviene in una situazione di crisi come
quella presente, l'unico modo per risolvere la questione è
"prendere il toro per le corna" e cercare innanzitutto
di capire cosa ha causato questo corto circuito tra domanda e
offerta di lavoro, a costo di allearsi con le controparti storiche
per raggiungere l'obiettivo.
Ed
è quello che hanno fatto l'Unione degli Industriali della
provincia di Varese con Cgil, Cisl e Uil siglando un accordo
presentato oggi presso la sede di Univa a Varese, che non solo
prevede degli strumenti di formazione per i lavoratori e per
coloro che nel mondo del lavoro si stanno affacciando, ma
prevede innanzitutto uno studio sul mercato del lavoro locale,
in modo da poter prendere a ragion veduta delle decisioni su
quali sono i settori verso cui puntare la formazione e la
riqualificazione dei lavoratori. Per far sì che abbia un
reale valore sociologico, lo studio su cui i protagonisti
stanno lavorando non è semplicemente una rilettura di dati già
esistenti: «Questo studio ha caratteristiche diverse da
quelle tradizionali, non si avvale solo di statistiche
oggettive ma anche dati qualitativi che riportano il trend
sociologico dell'argomento - spiega Vittorio Gandini,
direttore dell'Unione Industriali di Varese - L'idea è
quella di "mettere i piedi nel piatto" in ciò che
di solito nelle statistiche non appare, per capire perché la
gente predilige certe scelte e ne rifiuta altre, per stabilire
qual è l'orizzonte entro cui si lavora e approntare le scelte
strategiche sui criteri che lo studio suggerisce».
Un'iniziativa
che serve innanzitutto alle imprese, ma anche ad un mercato
del lavoro decisamente stagnante e che precorre, probabilmente
un trend che diventerà nazionale: «L'iniziativa di
monitoraggio e studio su cui ci siamo accordati permette di
valutare le ricadute della formazione sul mondo del lavoro e
di poter in qualche modo fornire degli strumenti per orientare
le scelte strategiche - spiega Alberto Ribolla, presidente
dell’Unione Industriali Varesina – E l'accordo di oggi non
è, del resto, che l'ultima puntata di un dialogo con i
sindacati che dura da anni e che ci ha permesso di avviare
iniziative congiunte in anticipo rispetto al resto d'Italia.
Anche quest’ultimo è in anticipo sui tempi, perché va
oltre gli obiettivi specifici nati per la gestione. Con il
nostro accordo non ci limitiamo ad accordarci per fare buon
uso dei fondi previdenziali accantonati da INPS per la
formazione dei lavoratori, ma anche su come fare per
destinarli al meglio»
«Questo
accordo è importantissimo - commenta Ivana Brunato,
segretario generale della Cgil Varesina - perché fino
ad ora sono state messe in campo diverse risorse di
formazione, ma non si è mai avuto la possibilità di
monitorare il vero impatto. In quest'accordo la logica è
ribaltata: prima si fa la mappatura delle esigenze, poi si
precisa dove attuare la formazione».
«Se
si vuole giocare davvero la carta dell'innovazione e dello
sviluppo per rafforzare la competitività delle imprese del
territorio, occorre anche prevedere una continua e mirata
formazione dei lavoratori, in linea con i risultati raggiunti
dal mercato – aggiunge Gianluigi Restelli, segretario della
Cisl di Varese - Noi pensiamo di raccogliere informazioni con
l’intenzione di mettere a disposizione di tutti i soggetti
che operano nel campo della formazione i risultati dei nostri
studi».
«Questo
è un accordo che vuole innanzitutto fare chiarezza in una
situazione confusa del mercato del lavoro - specifica infatti
Marco Molteni, segretario della Uil -, inadatta ad evidenziare
quali sono le nuove professionalità di cui ha bisogno la
provincia».
“Nuove
professionalità” che però hanno bisogno innanzitutto di
lavoratori disposti a metterle in pratica: gran parte del
problema, da queste parti, è infatti dovuto al fatto che la
figura di chi lavora in produzione è una figura decisamente
appannata,fatta di fatica e sporcizia.
«Da
questo punto di vista è necessario operare un vero e proprio
ribaltamento culturale- puntualizza Ribolla - Per anni è
stata instillata una disaffezione verso l'impresa
manifatturiera: perciò oggi è difficile da togliere di dosso
togliere l'idea che l'azienda sporca e inquina e che il lavoro
in azienda brutto. Questo è il primo punto su cui
lavorare, anche perché la stessa figura dell'operaio è
profondamente cambiata».
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