Varese - Cinema, università, internet. La miglior medicina per "guarire" dal mobbing è parlarne 
Al lavoro "vittime" del capo e dei colleghi  

(8 marzo 2004) «Ho 52anni e lavoro da 35 sono sempre stata impegnata politicamente e ho coperto sempre il ruolo di delegata sindacale...cosciente delle penalizzazioni che avrei subito... ma mai come nell'ultima azienda presso cui ho lavorato». Giuliana, come tanti altri lavoratori, si racconta nel sito mobbingonline.it. 
Diplomato o laureato. Fra i trenta e i 50 anni. Impiegato in un'azienda di grande dimensioni, ma anche nel settore pubblico. Non è un annuncio di lavoro, ma piuttosto l'identikit del "mobbizzato" tipo, che risulta, qui ridotto ai minimi termini, da una ricerca della Sda Bocconi recentemente pubblicata grazie alle 3 mila persone che si sono rivolte alla Clinica del lavoro di Milano. Un problema reale, che riguarda in Italia oltre il 4 per cento dei lavoratori e sentito a tal punto che addirittura l'industria cinematografica ha investito su questo filone, come testimonia la recente uscita di "Mi piace lavorare. Mobbing" di Cristina Comencini. Il film tratteggia il problema grazie alla bravura di Nicoletta Braschi, ma anche di un cast "speciale", composto da attori essi stessi sottoposti al mobbing.
Non esiste categoria di lavoratore risparmiato dal mobbing, vale a dire la pratica di marginalizzazione dei dipendenti da parte di un superiore o di uno o più colleghi. Un fenomeno che non risparmia nessuna latitudine, insomma, e che esiste anche in provincia di Varese, dove si vive un vero e proprio "paradosso": il fenomeno esiste ed è confermato dagli ambienti sindacali e dai medici del lavoro, ma nessuna sentenza è stata emessa per condannare chi si è reso responsabile di queste pratiche. Si preferisce insomma la strada dell'accordo extragiudiziale. «Le persone che subiscono questo tipo di discriminazione - spiega Camillo Bani dell'ufficio vertenze della Cgil di Varese - difficilmente testimoniano o raccontano la propria storia. In alcuni casi le pressioni psicologiche sono state talmente forti che la paura di scoprirsi prima di aver terminato l'iter giudiziale prevale sul desiderio di raccontarsi. Ecco perché è così difficile anche trovare testimonianze dirette di lavoratori mobbizzati». Più facile è invece condividere l'esperienza con altre persone, magari grazie all'anonimato offerto da un sito.

Andrea Camurani
andrea@varesenews.it


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