Lavoro - Lavoratori stranieri e minori irregolari in aumento. Oltre la metà delle aziende ispezionate sono risultate non regolari, solo 5 hanno aderito al programma di emersione del lavoro nero. Il sindacato contesta la riforma degli enti ispettivi
Il lavoro nero è extracomunitario


(28.05.2007) In criminologia lo chiamano lo scaricamento del fardello. È un fenomeno che riguarda gli immigrati, i quali, man mano che arrivano nelle città, vanno ad occupare i gradini più bassi della scala sociale, ereditando da chi li  ha preceduti quanto di peggio puo' offrire la società, compreso il lavoro. Chi erano fino a vent'anni fa i lavoratori sfruttati ed emarginati? Era la gente del sud Italia: pugliesi, sardi, calabresi, campani e siciliani. Oggi sono gli extracomunitari, che in provincia rappresentano il 21 per cento dei lavoratori in nero sul totale, con una crescita esponenziale negli ultimi tre anni (3,2 % del 2000, 8,7% nel 2001, 14,3 per cento nel 2002). Se si va avanti di questo passo nel giro di poco tempo il fardello verrà scaricato totalmente sulle loro spalle, nonostante ci sia stata una flessione significativa del lavoro nero (31% rispetto al 48% del 2001). 
(foto: da sinistra Sergio Moia, Gianmarco Martignoni e Marco Molteni)
È forse questo il dato più eclatante che traspare da una situazione più generale che Cgil, Cisl e Uil definiscono, all'unisono, impressionante: su 3836 aziende visitate nel 2003 dagli ispettori, 2256 sono risultate irregolari, ovvero il 58,8 % del totale. Le aziende ispezionate sono per lo più di piccole e piccolissime dimensioni, operano nel terziario, nel commercio e nel tessile. Che ci sia ancora molto da fare sull'opera di sensibilizzazione lo dimostrano i risultati modesti della legge 383 del 2001, varata per favorire l'emersione del lavoro nero: in provincia di Varese hanno aderito al programma di emersione solo 5 aziende per un totale di 5 lavoratori. Le ispezioni del 2003 hanno evidenziato anche l'incremento dei minori che lavorano in nero: 50 casi, contro i 35 dell'anno prima. Un fenomeno che in Italia secondo una recente ricerca della Cgil, coinvolge almeno quattrocentomila bambini attivi tra i 7 ed i 14 anni. 
«Per lavoratori irregolari - spiega Gianmarco Martignoni della Cgil - si intendono lavoro in nero e lavoro in grigio, falsi cococo o lavoratori a progetto che erano forme di lavoro subordinato a tutti gli effetti. A questo si deve aggiungere la deregolamentazione introdotta dalla legge 30 (legge Biagi ndr) che ha peggiorato le cose». La preoccupazione del sindacato aumenta quando si parla della riforma degli enti ispettivi. «È pazzesco - continua Martignoni - questa è una controriforma che li trasformerà in consulenti delle aziende, perché queste saranno avvertite 15 giorni prima del controllo e perché il sindacato sarà escluso da una serie di situazioni che tutelano il lavoratore, come ad esempio le commissioni di conciliazione, in cui il lavoratore irregolare si troverà a trattare da solo con il datore di lavoro».

In provincia gli osservatori sul lavoro irregolare e gli enti preposti al controllo ci sono, ma la sensazione di Marco Molteni, segretario provinciale della Uil, è che non ci sia un coordinamento efficace. «Si tratta di enti che non comunicano tra loro. C'è una dispersione dei tavoli di intervento. Il Cles, la commissione prefettizia, che tra l'altro si riunisce sporadicamente, o anche alcuni progetti della Camera di Commercio, come lo studio sul lavoro irregolare commissionato qualche anno fa alla bicocca e praticamente inutilizzabile perché tarato male, fanno emergere la mancanza di una regia e di una strategia».
Sergio Moia, della segreteria provinciale della Cisl, contesta i risultati ottenuti dalla Bossi-Fini e dalla sanatoria introdotta dalla legge. «Avevano detto basta con il lassismo e soprattutto hanno sostenuto che il rapporto di lavoro sarebbe stato il vero strumento di controllo degli extracomunitari. Devono spiegare perché l'incidenza dei lavoratori irregolari stranieri è così alta, perché non si è fermata dopo la sanatoria, perché è aumentata nel 2002 e nel 2003. Inoltre l''Inps ha manifestato una forte preoccupazione, in quanto molte posizioni, aperte grazie alla Bossi-Fini, sono state già chiuse. Questo è un vero fallimento, perché ci sono delle leggi e delle situazioni, avallate dallo Stato, che incrementano il lavoro nero. Il caso dei richiedenti asilo è il più eclatante, perché a loro non è consentito per legge di lavorare. Poi ci sono in provincia di Varese circa 600 pakistani che lavorano nella ristorazione e che chiedono di sanare la propria posizione. Si tratta di poveracci vittime di organizzazioni criminali, oggi sotto processo a Varese e a Milano, a cui si nega la regolarizzazione perché considerati conniventi. Una vera assurdità».


Michele mancino
michele@varesenews.it


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