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Lavoro
- Durante la settimana fa
la contabile, nel fine settimana ferra i cavalli a San Siro
«Mi chiamo Alessia e faccio il maniscalco»
(28.05.2007) In
Italia non ce ne sono molte, due, forse tre. Qualcuno ha azzardato
nel chiamarla fabbra o maniscalca, ma la declinazione al femminile
non s'accorda con la tradizione. Per Alessia Gianvecchio, milanese
di 25 anni, la definizione non è un problema: lei vuole fare il
maniscalco e sta frequentando la scuola di mascalcia del grande
Vasco Cattafesta, il maniscalco che ha messo le scarpe ai piedi di
un campione del galoppo che risponde al nome di Falbrav.
La famiglia di Alessia è rimasta un po' perplessa dalla scelta, ma
lei ribadisce che all'estero è un fatto normale. Insomma, una
scelta di vita. Una scommessa contro i luoghi comuni, per una
ragazza che durante la settimana fa l'impiegata contabile in una
casa editrice, e che nel fine settimana si aggira tra i purosangue
delle scuderie di San Siro, a Milano, seguendo passo passo i
consigli e le lezioni di Vasco. «Un luogo comune - spiega Alessia -
è pensare alla mascalcia come a un lavoro che richiede forza fisica
e quindi adatto solo all'uomo. Niente di più sbagliato, ci vuole
tecnica e sensibilità e soprattutto studio. La mascalcia va
considerata come una branca della veterinaria, bisogna conoscere
l'arto del cavallo e la sua fisiologia. Bisogna studiare molto,
perché ferrare un cavallo vuol dire avere una grossa
responsabilità sulla sua salute e perciò non si puo' improvvisare
o essere superficiali. Insomma Il maniscalco
dovrebbe essere un assistente del veterinario, che
spesso sa poco di mascalcia».
(sopra: Alessia durante una
dimostrazione a Malpensacavalli)
Alessia ha da sempre la passione per i cavalli, ma determinante per
la sua scelta è stato l'incontro con Cattafesta, maestro indiscusso
del ferro e della forgia. «Lui è il migliore nella ferratura dei
purosangue da corsa ed è un vero maestro della mascalcia
naturale. È molto esigente e sento che ha un grande rispetto per la
mia scelta, non
tralascia nulla, a partire dalla sicurezza. Non fa differenze, mi tratta come tutti i miei colleghi
maschi, mi fa portare anche l'incudine, che pesa non poco».
Questa
ragazza è l'immagine di una nuova sensibilità e una nuova
concezione in un lavoro dove, nonostante la tradizione la faccia
ancora da padrone, le spinte al superamento della stessa sono
fortissime.
I
luoghi comuni intorno alla mascalcia sono molti, ma quello più
radicato è il discorso
guadagni: una professione con cui ci
si arricchisce per alcuni, dignitosa e con entrate normali per altri.
«È un discorso legato alla concezione di questo
lavoro. C'è gente che ferra anche dieci cavalli al giorno,
moltiplicate per 60 euro di media a ferratura e il gioco è fatto.
L'analisi dell'arto, la lavorazione e la scelta della ferratura
richiedono tempo, decisioni che non si possono liquidare in una
manciata di minuti, e soprattutto non puo' essere un secondo lavoro».
Alessia va a cavallo
da quando aveva tre anni. Dice di non avere pretese perché
l'importante è avere un'intesa con l'animale. Appena ha un attimo
di tempo libero, mascalcia permettendo, corre dal suo destriero,
Buyburt, un mezzosangue sottratto ad un macello di periferia.
«Quando l'ho portato a casa era un cavallo spaventato, maltrattato.
Probabilmente aveva affrontato un viaggio tremendo per finire in
bistecche sulle tavole degli italiani. Con molta pazienza ho
conquistato la sua fiducia e la prima cosa che ho fatto è stato
togliergli i ferri».
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