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Varese
- L'Anolf organizza corsi per gli immigrati per imparare le
regole della nostra organizzazione del lavoro. Gli
imprenditori preferiscono chi ha avuto un'esperienza
lavorativa
Se l'immigrato è
"orientato" non rischia il licenziamento
(28.05.2007) La
distanza culturale e la mancanza di conoscenza delle regole, che
stanno alla base della nostra organizzazione del lavoro, sono i
problemi maggiori che i lavoratori immigrati si trovano ad
affrontare in Italia. Per questo motivo l'Anolf-Cisl ha avviato da
due anni un servizio di orientamento al lavoro con buoni
risultati. Nel corso del 2003 gli immigrati orientati sono stati
185, 68 quelli coinvolti in corsi di formazione, 29 i tirocini
formativi e 48 i disoccupati che hanno trovato occupazione.
Quest'anno l'associazione si prefigge di raggiungere quota
250.
«Noi non siamo un ufficio di collocamento - spiega l'ivoriano
Seydou - bensì spieghiamo ai lavoratori immigrati come mantenere
il lavoro. Sono troppi i casi in cui questi lavoratori perdono il
posto per la mancanza di conoscenza della cultura aziendale e
della sua organizzazione». Nell'attività sono stati coinvolti
altri enti e associazioni di categoria che fanno formazione sul territorio,
come l'Enaip e il Cesvip di Varese e lo Ial di Saronno. Sono stati
così istituiti percorsi formativi preferenziali per saldatori,
giardinieri, colf e terziario.
I progetti hanno coinvolto anche Ascom, Confapi, Confesercenti e
le Associazioni artigiane.
(foto, da sinistra: M’hammed Savajh, Sergio Moia, Seydou,
Martine Illgen)
«Gli imprenditori - aggiunge M’hammed Savajh- preferiscono un lavoratore
immigrato che abbia avuto un orientamento, piuttosto che uno che parli
bene l'italiano. I tirocini formativi sono di gran lunga quelli
che rispondono a questa esigenza anche perché non rappresentano
un costo aggiuntivo per l'imprenditore e diventano un modo
efficace per colmare quel divario».
Rimane aperta la difficile situazione degli asilanti che, per legge,
non possono lavorare. Quest'anno per tre di loro, nonostante la
legge, si erano aperte le porte del mondo del lavoro. «Una
situazione incredibile - afferma Sergio Moia, della segreteria
provinciale della Cisl - perché questi imprenditori avevano
trovato i lavoratori che cercavano, figure difficili da reperire
sul mercato del lavoro, e naturalmente li hanno assunti. Eppure la
Direzione provinciale del lavoro ha costretto due di loro a
licenziarli perché sul permesso di soggiorno avevano il timbro di
asilanti. Il terzo se l'è cavata perché a lui il timbro non
l'avevano messo. Quelli che dovrebbero promuovere e qualificare le
politiche del lavoro sul territorio impongono il licenziamento. Un
vero controsenso. Inoltre la Regione ha fatto partire in quattro
province, tra cui Varese, un progetto sperimentale di orientamento
al lavoro. L'assessorato al lavoro e alla formazione professionale
della Provincia sapeva del
nostro progetto di orientamento e non ci ha minimamente coinvolto.
Abbiamo dovuto saperlo dalla stampa».
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