Busto Arsizio – La relazione del Segretario Generale della Cisl Ticino-Olona Luigi Maffezzoli all'assemblea della Cisl Ticino Olona 
Rappresentare il futuro

Introduzione

Spieghiamo il titolo ("Rappresentare il Futuro" n.d.r.) che abbiamo voluto dare a questa giornata. Parafrasando quello di un libro di Sciascia il titolo completo poteva essere: La rappresentanza del futuro se la rappresentanza avrà un futuro . In altre parole: Avrà un futuro la rappresentanza organizzata dei lavoratori in questo mondo globalizzato? La domanda non è affatto retorica. Il sindacato confederale, nonostante le difficoltà e le divisioni degli ultimi anni, mantiene buona salute. La CISL è in costante, seppure lenta, crescita e ha superato i quattro milioni di iscritti. Ma è altrettanto vero che una parte consistente del mondo del lavoro non è rappresentata da alcun sindacato. La globalizzazione dell'economia, il declino della fabbrica fordista e i profondi cambiamenti che hanno attraversato il sistema politico stanno modificando in profondità gli scenari entro cui operano le associazioni sindacali. Riflettere e intervenire sulla macchina organizzativa mentre c'è "latte da mungere", mentre cioè i cambiamenti del contesto non hanno ancora determinato un declino dell'organizzazione, è assolutamente necessario. Il sindacato, e certamente la CISL, non è mai stato soltanto un'associazione di interesse, ma anche un'organizzazione portatrice di valori, con un punto di vista sul mondo e sui rapporti tra le persone, che con la sua attività sviluppa aggregazione, solidarietà, cittadinanza, soprattutto dei ceti più deboli, cioè di quelli che da soli non sono in grado di far sentire la loro voce e di difendere i propri interessi. La vera crisi, il vero snaturamento, sarebbe il suo rassegnarsi a diventare un sindacato di nicchia, che continua ad interessarsi dei lavoratori dell'ultimo fordismo, lasciando chiuse le sue porte ad una massa crescente di persone al lavoro con modalità, forme contrattuali e rapporti lontani da quelli finora rappresentati. Di fronte ai grandi mutamenti che stanno attraversando il mondo del lavoro, penso che i modi tradizionali per misurare il nostro successo siano insufficienti. Non basta contare le tessere a fine anno, ma è necessario anche valutare quanto, di quel nuovo mondo, è entrato nella nostra dimensione organizzativa. Restare un sindacato "per tutti i lavori, per tutte le generazioni" è la sfida che dobbiamo affrontare. Ed ora diamo un'occhiata al contesto che stiamo vivendo. Approfondirò quattro questioni centrali. Globalizzazione: mercati e armi

Nelle relazioni congressuali di due anni fa avevamo dato molto spazio alle problematiche della globalizzazione. Era appena iniziato il nuovo millennio ed eravamo tutti inquieti per una situazione internazionale che, dopo la breve euforia per la caduta della cortina di ferro, si mostrava piena di contraddizioni e di minacce. Eppure nessuno di noi poteva immaginare quello che sarebbe successo l'11 settembre di quello stesso anno e le due guerre che ne seguirono. L'11 settembre non ha segnato un cambio d'epoca, come spesso viene affermato nella retorica politica, ma piuttosto rappresenta il momento più drammatico ed emblematico di una fase avviata da oltre un decennio e che inizialmente, con l'apertura dei mercati, prometteva pace e benessere a tutti. Con l'11 Settembre armi e violenza sono entrati a pieno titolo nei processi di globalizzazione, mostrandone il volto più oscuro e tragico. A ben vedere violenza ed armi erano ben presenti anche prima, le guerre etniche e quelle economiche, e quelle economiche giustificate con motivi etnici, non avevano mai smesso di insanguinare molte parti del pianeta anche dopo la fine del comunismo. Ma erano relegate a guerre locali, lontane, di cui si sapeva poco e poco ci importava. La globalizzazione era fatta di mercati aperti e di finanza senza frontiere, coi loro rischi e le loro opportunità. Così come quasi cento anni fa la Belle Epoque era stata tragicamente interrotta dall'eccidio di Serajevo, pretesto per lo scoppio della prima guerra mondiale, la nuova Belle Epoque è guastata dalla consapevolezza che la minaccia del terrorismo è giunta fino al cuore del ricco occidente. Già nella relazione congressuale mettevo in luce come la globalizzazione non diminuisca le diseguaglianze tra paesi poveri e paesi ricchi, ma anzi le aumenti in modo esponenziale. E che queste diseguaglianze alla lunga avrebbero determinato conseguenze indesiderate anche per gli stessi paesi ricchi e messo a repentaglio la pace, dando pretesti ai demagoghi e agli integralisti di ogni latitudine. "Un fenomeno che, potenzialmente, potrebbe essere fonte di un benessere più vasto, scrivevo, si rivela come un moltiplicatore di ingiustizie. Si investe dove conviene di più, i diritti sociali e persino quelli umani vengono considerati vincoli fastidiosi. Il lavoro dei bambini è più conveniente di quello dei genitori per cui si lasciano i padri disoccupati e si sfruttano i figli. Lo stesso lavoro forzato, ovvero da schiavi, viene criticato a parole ma non viene seriamente ostacolato." Quasi metà degli abitanti del pianeta vive con un reddito giornaliero inferiore ai due dollari e metà di questi con meno di un dollaro. Il 50% dei bambini dei paesi più poveri è in condizioni di malnutrizione, il 5% muore prima dei cinque anni. In un epoca iper igienista, con una medicina nei paesi più ricchi che ha debellato mali un tempo incurabili, due milioni di persone all'anno ancora muoiono di tubercolosi e altri due milioni e mezzo muoiono di malaria. In diversi paesi africani una persona su quattro è sieropositiva e non ha la possibilità di accedere alle medicine che possano, quantomeno, prolungargli la vita. E non meno grave è la situazione dello sfruttamento del lavoro e del mancato rispetto dei diritti umani. Duecentocinquanta milioni di bambini, dai 5 ai 14 anni sono costretti a lavorare. Questo è il mondo in cui viviamo!

Nelle ultime settimane si è aperto un dibattito sull'adozione di forme di protezionismo per contrastare le importazioni di prodotti manifatturieri. Si sono succeduti gli interventi, tra cui ricordo quello di Giorgio Merletti, presidente della Confartigianato Varesina. Sul banco degli imputati è la Cina, paese che sta attraversando un miracolo economico, con un tasso di sviluppo che per noi è un ricordo lontano, invadendo coi suoi prodotti i mercati, occidentali e non solo. I numeri sono eloquenti: dopo l'abolizione delle quote dell'accordo Multifibre e la sua entrata nel WTO, le importazioni dalla Cina negli USA sono aumentate del 290% e nell'Unione Europea del 164%. Una crescita che è a scapito, oltre che delle produzioni occidentali, anche di quelle di altri paesi in via di sviluppo. Il sindacato tessile mondiale FITTHC prevede una perdita di un milione di posti di lavoro in Bangladesh nei prossimi mesi a causa della concorrenza cinese e la situazione è destinata ad aggravarsi nel 2005, quando gli accordi di Marrakech. Di fronte a questa situazione sicuramente allarmante, la discussione si sta divaricando tra due posizioni estreme. C'è chi invoca nuove forme di protezione dei nostri prodotti e nuove barriere doganali, per fronteggiare quella che si considera una concorrenza sleale, mentre altri tifano per la liberalizzazione, mettendo l'accento sulle potenzialità dell'immenso mercato cinese e ricordando, non a torto, che l'Italia è un paese esportatore. Tra queste posizioni, da anni, il sindacato ne propone una sua che sostiene che la globalizzazione dei mercati deve marciare parallelamente a quella dei diritti umani, civili e sociali. In vista del vertice di Cancun la CISL Internazionale (ICFTU), il più grande raggruppamento sindacale del mondo a cui aderiscono anche CGIL CISL e UIL italiane, aveva chiesto, purtroppo senza trovare ascolto, che le trattative riguardassero anche gli standard minimi sociali. Il sindacato internazionale da tempo propone un "trattamento preferenziale" per i paesi più poveri che accettino "clausole sociali" che riguardino l'abolizione progressiva del lavoro infantile e la libertà sindacale in base alle convenzioni OIL. Ma sia USA che UE, seppure in forme diverse, propongono una riduzione dei dazi progressiva e proporzionale, fino alla totale abolizione (posizione americana). In tal modo nessuna formula preferenziale sarà possibile. La Cina non à soltanto un campione dello sviluppo, ma lo è anche per la violazione dei diritti umani e sociali. Il sindacato indipendente subisce una durissima repressione, molti sindacalisti sono in galera e i lavoratori vengono pesantemente sfruttati per 1,20 dollari al giorno, questo nonostante le economie di scala e livelli di produttività non certo da terzo mondo. Erano argomenti noti anche quando si decise di far entrare la Cina nel WTO, eppure in quell'occasione l'Europa e l'America appoggiarono unanimemente la candidatura del paese asiatico, nonostante le denunce del sindacato mondiale ed, in Italia, della CISL. Non c'è da stupirsi se si considera che molte imprese dei paesi occidentali sono tra quelle che più beneficiano del basso costo del lavoro e dell'assenza di diritti sociali in molti nazioni. Molte multinazionali stanno lasciando paesi come il Bangladesh, la Turchia o lo Sri Lanka per approdare in Cina. Quando, un po' di tempo fa, la Regione Lombardia organizzò in quel paese un incontro con le nostre imprese, tra queste anche alcune varesine, la CISL scrisse al Presidente Formigoni per ricordare l'assenza di diritti umani e sindacali. Questo non fermò la spedizione né provocò rimorsi nelle aziende che fecero affari. Il problema, ovviamente, non riguarda solo la Cina. Esistono ancora imprese, anche italiane, che investono in Birmania, forse il paese che più calpesta i diritti umani nel mondo. Attualmente, in tutto il globo, 43 milioni di lavoratori lavorano in 3000 zone franche speciali, in mano alle multinazionali americane ed europee, fino a 16 ore al giorno, a volte rinchiusi a chiave e costretti all'ingestione di anfetamine . In queste zone la presenza del sindacato è formalmente vietata, anche in paesi considerati democratici come le Filippine e il Messico. L'argomento meriterebbe, naturalmente, ben altro spazio. Ma queste poche note credo siano sufficienti per evidenziare che, di fronte alla realtà della globalizzazione dei mercati, non ci si può limitare a discutere solo di dazi, da aumentare o togliere. Nei giorni scorsi abbiamo assistito al fallimento del vertice di Cancun dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. La politica di progressiva liberalizzazione degli scambi e, contemporaneamente protezionistica per i propri prodotti agricoli, adottata dai paesi industrializzati, USA ed UE in testa, si è scontrata con la posizione dei paesi in via di sviluppo e si dimostra sempre più impraticabile.

Gli effetti della globalizzazione sulle società e sugli stati sono stati analizzati da molti studiosi. De Rita parla di de-territorializzazione delle culture, degli interessi e dei comportamenti . In altre parole chi vive nella dimensione globale, facendo investimenti all'estero o lavorando sugli andamenti borsistici mondiali, ha sempre meno rapporti con il proprio territorio che considera una "base logistica" o residenziale. Questo riguarda una cerchia ristretta di persone che si avvantaggia dei mercati globali e dell'assenza di regolazioni, almeno fino a quando quell'assenza di regole non produce crisi finanziarie o crolli commerciali. Molte altre, invece, non solo non traggono benefici, ma ne subiscono le conseguenze. Come è stato osservato da più parti, la globalizzazione mette sotto pressione anche l'autorità degli stati nazionali. Lo Stato Nazione che abbiamo conosciuto, soprattutto nel secondo cinquantennio del secolo scorso, determinava la sua forza dalla consistenza dei confini che gli permetteva di definire politiche economiche e sociali senza eccessivi condizionamenti esterni. Oggi sappiamo bene che non è più così. Tutte le flessibilità che stanno profondamente modificando il mercato del lavoro sono conseguenze della necessità di competere nei mercati aperti così come i tagli al welfare vengono giustificati dalla volontà di non ridurre la competitività del nostro paese. Le differenze di costi, di tecnologie, di capacità creative, ma anche di protezioni sociali e di politiche di benessere influiscono direttamente sulle economie dei paesi. A mettere in discussione le tradizionali organizzazioni statuali sono anche il terrorismo e i fenomeni migratori. Le minacce terroristiche non vengono da gruppi ideologizzati interni al singolo paese o da nazioni nemiche, ma sono fenomeni anche questi globalizzati, che usano nelle loro azioni gli stessi strumenti (d'informazione, telematici, finanziari) che si propongono di combattere. E, come si è visto, le guerre in Afghanistan e in Iraq, non hanno ridotto i pericoli del terrorismo internazionale, anzi, per certi versi, soprattutto il conflitto iracheno, sono diventate esse stesse degli alimenti per il suo sviluppo. Ed anche l'immigrazione su scala globale, fenomeno non nuovo ma che forse non aveva mai raggiunto le dimensioni attuali, non può essere affrontato solo su scala nazionale. Essa è la conseguenza delle gravi diseguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri, delle guerre dimenticate, soprattutto africane, delle crisi finanziarie e di quelle ambientali. E' impensabile che si possa pensare che il fenomeno possa essere circoscritto con leggi illiberali, quale la Bossi-Fini. Chi rischia la sua vita, affrontando i pericoli del mare su delle carrette a malapena galleggianti o quelli del gelo nascondendosi dentro celle frigorifere, non si fermerà certamente per la paura di venire arrestato come clandestino. Di fronte alla crescente inquietudine data dai mercati, sempre più turbolenti, lontani dall'euforia della Belle Epoque della new economy; dal terrorismo internazionale, che si fa protagonista televisivo, sbattendoci in faccia morte e distruzione all'ora di pranzo; dai tagli al welfare, dall'incertezza per il proprio futuro; in molte parti della società si sviluppa la nostalgia per l'epoca in cui gli stati nazioni erano forti e in grado di determinare autonomamente il benessere dei cittadini. La richiesta di nuovi confini cresce, confini per proteggersi dagli immigrati, portatori di culture altre, proprio mentre la propria è messa in discussione dalla rapidità dei cambiamenti e dalla comunicazione globale. Confini, ovvero protezioni doganali, per proteggere i propri prodotti; confini, cioè più sicurezza contro la microcriminalità prodotta dalla disgregazione sociale; confini contro il terrorismo internazionale, che portano a giustificare il concetto aberrante di guerra preventiva. Questi atteggiamenti regressivi, che purtroppo sempre più trovano anche rappresentanza politica, sono in realtà speculari al fondamentalismo transnazionale che alimenta il terrorismo. E' interessante notare l'analogia dei linguaggi utilizzati dai protagonisti degli ultimi due conflitti: terrorismo e guerra, in nome di Dio e della Civiltà. Ma non credo che un neo isolamento in nome della superiorità della civiltà occidentale potrà salvarci dalle conseguenze indesiderate della globalizzazione. Un atteggiamento di chiusura, tutto difensivo, che alla politica, al dialogo e alla mediazione sostituisce le armi e le barriere doganali all'esterno e leggi più repressive e invasive delle libertà individuali all'interno, non darà all'Occidente più sicurezza e rischia di snaturare proprio quei valori in nome dei quali si dichiara di combattere.

L'impossibilità degli stati nazionali a fronteggiare da soli gli effetti della globalizzazione mette in luce la necessità di una nuova bussola, di un nuovo diritto globale in cui ogni stato e ogni mercato si riconosca. Un diritto basato sulla valorizzazione dei diritti umani e sociali, sulla cooperazione internazionale, sullo sviluppo sostenibile. Il primo passo, invocato da molti, è quello di una riforma degli organismi internazionali, che porti al superamento del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, ad una maggiore democraticizzazione della Banca Mondiale e del Fondo Internazionale e dell'Organizzazione Mondiale del commercio. Obiettivi difficili da raggiungere ma essenziali per un mondo che vuol vivere in pace.

In questo contesto che ho finora descritto, il ruolo delle società civili e dei sindacati sta diventando rilevante. Nell'ultimo anno abbiamo partecipato in modo attivo alle mobilitazioni contro la guerra in Iraq. Si è sviluppato in tutto il mondo un movimento inaspettato che ha fatto dire al New York Times che esistono solo due grandi superpotenze a livello globale: gli Stati Uniti e l'opinione pubblica mondiale e che ha reso evidente che anche la società organizzata è entrata come protagonista nel contesto globale. La CISL internazionale ne è parte integrante. Come la storia ci insegna, la nascita e la crescita di sindacati liberi e democratici è determinante per lo sviluppo di benessere e democrazia. Il movimento sindacale internazionale, e soprattutto i sindacati dei paesi industrializzati, hanno il compito di favorire la diffusione del sindacalismo democratico in tutti i paesi attraverso progetti di cooperazione. In questa direzione va il progetto della CISL a favore dell'Africa, che si propone di formare 165 nuovi sindacalisti Subshariani, e così pure il progetto di cooperazione che abbiamo promosso insieme all'ISCOS Lombardia, a sostegno di 600 donne organizzate in una cooperativa agricola, un progetto ambizioso che per la sua realizzazione ha bisogno dell'impegno concreto di tutto il corpo attivo dell'organizzazione.

In genere trattiamo poco i temi internazionali, li riserviamo alle prime parti delle relazioni congressuali o ai momenti di crisi acute, vedi 11 settembre, per poi accantonarli velocemente. Un po' controcorrente, ho voluto dedicarci molto spazio. Siamo consapevoli che tutta la nostra attività è condizionata e deve fare i conti con il contesto internazionale che ho descritto? La nostra capacità di rappresentare dipenderà anche da quanto saremo in grado di influire nei processi globali. Va certamente condivisa la proposta di rafforzare l'Ufficio Internazionale. Nel nostro futuro prossimo dovremo pensare a piattaforme e a mobilitazioni internazionali per una globalizzazione dei diritti umani e sociali e dare più spazio e attenzione ai processi di internazionalizzazione di delocalizzazione, promuovendo codici di condotta non unilaterali e mantenendo rapporti stabili con i sindacati dei paesi in via di sviluppo. L'anno zero della Convenzione Europea

Due anni fa, ai tempi del congresso, eravamo tutti più europeisti. Venivamo da un periodo duro, ma di cui eravamo orgogliosi. Non c'era dubbio che solo grazie alla concertazione e alla politica dei redditi l'Italia aveva potuto risanare i suoi conti e poteva iscriversi alle nazioni virtuose che si apprestavamo ad adottare l'euro. Oggi l'europeismo, anche nel nostro paese, gode di un consenso sicuramente inferiore. I nostalgici della lira non sono pochi, soprattutto da quando si sono accollate all'euro tutte le colpe per l'aumento dei prezzi, un'accusa infondata visto che in realtà l'euro ha portato ad una stabilizzazione dei cambi in Europa ed a una riduzione del costo del denaro, due fattori che avrebbero dovuto favorire un contenimento e non un aumento dei prezzi. Ma tant'è, la moneta unica si è vista scaricare addosso le colpe del carovita mentre gli speculatori, tutti nostrani, sono stati assolti. Ma l'europeismo è stato messo in difficoltà anche dalle profonde divisioni di politica estera. Il Vecchio Continente si è spaccato di fronte alla guerra in Iraq e si è presentato all'Assemblea dell'Onu in ordine sparso. Una divisione che ha riconsolidato vecchie alleanze, come quella tra Germania e Francia, non dettata soltanto da ragioni nobili. Il punto in discussione più importante riguardava il tipo di rapporto che dovrà esistere tra Europa e Stati Uniti, divenuta l'unica superpotenza del globo. Contro la guerra si sono schierate Francia e Germania, insieme ad altre nazioni della "Vecchia Europa", che pur non mettendo in discussione l'alleanza strategica con gli USA, puntano però ad una maggiore autonomia in politica estera. A favore dell'interveno armato erano Inghilterra, Spagna, Italia (seppure in modo più ambiguo e defilato) e i paesi candidati all'entrata nell'Unione, favorevoli ad un rapporto stretto con l'America fino al punto di mandare propri soldati in Iraq. La divisione va oltre la politica estera e riguarda il tipo di Europa da costruire. Non è un caso che le nazioni favorevoli alla guerra sono anche quelle dove più hanno preso piede politiche sociali e economiche neoliberiste, più vicine a quelle americane che non a quella "economia sociale di mercato" che ha caratterizzato il nostro continente per oltre mezzo secolo. Europeismo in crisi nell'opinione pubblica e divisioni tra i paesi dell'Unione non devono però ingannarci: il cammino di costruzione dell'Europa unita proseguirà e condizionerà non poco il nostro agire nei prossimi anni. Basta pensare a Berlusconi che giustifica l'ennesima riforma delle pensione col fatto che "L'Europa ce lo chiede." Due le prossime scadenze che segneranno una svolta fondamentale per l'Unione: l'allargamento a 25 stati e l'adozione della nuova Convenzione europea, in pratica una vera e propria carta costituzionale della nuova Europa. Dopo cinquant'anni di regimi totalitari e di guerra fredda (e due millenni di conflitti) il sogno di creare una comunità pacifica dall'Oceano Atlantico al Mar Nero sta per realizzarsi e la CISL, per le sue idee e per i suoi valori, non può che guardare con favore a questa prossima realtà, pur sapendo che avrà anche delle conseguenze non desiderate. Sappiamo bene che, se rimarranno le attuali regole nell'U.E., gran parte dei fondi comunitari verranno dirottati verso i nuovi paesi membri dell'Europa orientale, più poveri e più arretrati, a discapito non solo delle zone obiettivo 2, come l'Asse Sempione che, francamente, può farne a meno, ma anche del nostro Mezzogiorno. Naturalmente, per il buon esito dell'integrazione, sarà determinante il contesto economico entro cui avverrà il processo. In primo luogo vi è la necessità di ridare vigore alla crescita economica, dando credibilità agli obiettivi indicati dal vertice di Lisbona, dopo una stagnazione durata troppo a lungo ed in questo senso sarà importante la politica monetaria della Banca Centrale Europea, finora più attenta alla causa della stabilità monetaria, piuttosto che a quella dello sviluppo. In questo fase sarà determinante anche il ruolo del sindacato europeo. Sappiamo bene che i paesi che entreranno nella Comunità sono paesi temibili per la concorrenza su molti prodotti. Le grandi differenze dei salari, dei costi di produzione e dei diritti sociali potrebbero avere un effetto indesiderabile di dumping tutto interno alla Comunità. Favorirà inoltre un aumento delle delocalizzazioni, fenomeno che si è già sviluppato da oltre un decennio. La crescita di ricchezza, peraltro, permetterà lo sviluppo di nuovi mercati e quindi nuove opportunità per gli scambi commerciali. In ogni caso i riflessi sulle nostre produzioni e sulla nostra economia saranno inevitabili. Per questo la CES dovrà chiedere un rafforzamento del dialogo sociale europeo per fare il modo che l'integrazione non riguardi solo le economie ma anche i diritti, le tutele, le condizioni e la sicurezza sul lavoro. Anche nel nostro territorio vi sono molte aziende che hanno delocalizzato parte delle loro produzioni nei paesi dell'est europeo, un processo che non è possibile bloccare ma che abbiamo cercare di negoziare e di controllare. Questo può avvenire tramite norme contrattuali, clausole sociali, ma soprattutto sviluppando un rapporto di cooperazione coi sindacati dei paesi interessati che non potrà essere relegato solo agli operatori degli uffici internazionali. Credo che a tutti i livelli la CISL e l'ISCOS dovranno definire progetti a sostegno dei deboli sindacati dell'est.

La nuova Convenzione Europea probabilmente diventerà una realtà tra pochi giorni, nella conferenza intergovernativa che si terrà a Roma. E' il frutto di un lavoro molto impegnativo, avviatosi a Laeken in Belgio nel dicembre 2001, che si è sviluppato in 11 gruppi di lavoro e 26 sessioni della Convenzione presieduta da Giscard D'Estaing con 1800 interventi e 1159 contributi scritti e con la partecipazione delle parti sociali, tra cui la CES , rappresentata allora da Emilio Gabaglio. Nel documento finale che verrà presentato a Roma vi sono ribaditi concetti importanti quali l'Economia sociale di mercato, l'obiettivo della piena occupazione e il ruolo del dialogo sociale. La CES ha espresso un giudizio articolato, sostenendo che sono ancora deboli i richiami alle questioni sociali e ai diritti del lavoro. Come sapete il 4 di ottobre si svolgerà una grande manifestazione europea a sostegno delle posizioni della Confederazione Europea. Non posso dilungarmi oltre sul tema, ma credo sarà opportuno realizzare entro la fine dell'anno un incontro per approfondire i contenuti della Convenzione, consapevoli che il nostro successo dipenderà sempre di più dalle decisioni europee.

La moltitudine dei lavori

Sui cambiamenti radicali che hanno interessato il mondo del lavoro abbiamo riflettuto molto negli ultimi anni. Nel pomeriggio parleremo del decreto attuativo della legge 30 e delle ulteriori innovazioni che avverranno nel mercato del lavoro. Su questo tema non mi dilungo quindi nella relazione, limitandomi a ricordare i punti essenziali delle trasformazioni per poi passare alle questioni che sono al centro di questa assemblea: come adeguare l'organizzazione per allargare la rappresentanza a tutti i nuovi soggetti.

L'epoca del post fordismo è segnata dal superamento del modello aziendale strutturato del passato: organizzazione strutturata, catene di montaggio, primato del lavoro dipendente. Negli ultimi anni si è ulteriormente accentuata la frammentazione dei luoghi di produzione, un fenomeno che in modo suggestivo Aldo Bonomi definisce come un'esplosione della fabbrica nel territorio. Si sono sviluppati i fenomeni di esternalizzazione così come quelli di delocalizzazione di cui ho parlato diffusamente nelle parti precedenti. E' diminuito il peso complessivo del lavoro dipendente e, al suo interno, è aumentato quello dei lavoratori impiegati nelle piccole e piccolissime realtà della piccola impresa e del terziario. La media dimensionale per unità produttiva a livello nazionale è di 5 addetti. Nel nostro territorio i lavoratori impiegati nelle aziende inferiori ai 15 dipendenti sono ormai maggioranza rispetto a quelli delle medie e grandi aziende. Le flessibilità introdotte negli ultimi anni hanno ulteriormente diversificato le modalità dei rapporti di lavoro, dall'interinale, alle co.co.co. De Rita, estremizzando un po' i concetti, parla di un "processo di individualizzazione dell'impresa e del lavoro" in un sistema sempre più molecolare. Queste trasformazione mettono in discussione in profondità le forme di tutela e di rappresentanza nonché i modelli contrattuali. Il successo della CISL nell'era fordista è dipeso in buona parte dal suo strutturarsi ad imitazione del modello industriale, vedi lo sviluppo e l'autonomia delle categorie, la presenza nei luoghi di lavoro, l'intuizione della contrattazione aziendale. L'impresa o l'ufficio erano i luoghi di aggregazione per eccellenza, gli interessi degli uni erano gli interessi di tutti, le tutele erano intrinsecamente legate al luogo di lavoro. Oggi dobbiamo prendere atto che, dopo la crisi del modello fordista, anche il nostro modello sindacale richiede forti modifiche. Non si tratta di mettere in discussione l'organizzazione per categorie, ma certo sarà sempre più necessario un riequilibrio di poteri tra centro e territorio, tra verticale ed orizzontale. Per una fetta consistente di lavoratori il luogo di aggregazione più che l'impresa sarà sempre di più il territorio. Più delle vecchie tutele, esercitabili nel contesto della grande impresa, diventano più importanti, per dirla con Bonomi, "I beni relazionali che permettono di aumentare il senso, il reddito il sapere, il comunicare e di abbassare la soglia della solitudine e l'incertezza del futuro". Le nuove tutele dovranno essere rivolte direttamente alle persone, a prescindere dai luoghi di lavoro, ed esercitate all'interno delle molteplicità del mercato del lavoro. In questo senso sono fondamentali la riforma degli ammortizzatori sociali, avviata con il Patto per l'Italia, di cui dobbiamo pretendere l'applicazione ed agenzie per il lavoro più centrate sulle politiche attive del lavoro che favoriscano l' incontro domanda-offerta. La legge 30, su questo punto, completa la riforma del collocamento avviata dal Ministro Treu, dando il via libera alle agenzie per il lavoro private. Senza dilungarmi sulla legge 30, voglio ricordare altre due innovazioni molto importanti. Verranno gradualmente superate le collaborazioni coordinate continuative, sostituite dal "lavoro a progetto" che riguarderà solo alcuni casi specifici e si configurerà come un rapporto più vicino al lavoro indipendente piuttosto che a quello dipendente. E' stata così accolta una nostra rivendicazione. Tutti le altre forme di co.co.co. dovranno diventare lavoro dipendente. E' sorprendente che pochissimi osservatori abbiamo rilevato che, grazie a questa operazione e a quella che dirò appena dopo, si sia ampiata notevolmente l'area di applicazione delle tutele, articolo 18 compreso, che riguarderà un numero di lavoratori ben più alto di quello che sarà eventualmente interessato alla sperimentazione prevista dal Patto per l'Italia, che tanto scandalo ha provocato. La seconda innovazione riguarda il lavoro somministrato, che sostituisce il lavoro interinale e che potrà essere a tempo determinato, mantenendo sostanzialmente le regole stabilite per il lavoro temporaneo, e a tempo indeterminato. Le aziende potranno ricorrere a quest'ultimo dando in gestione alcune specifiche attività, un po' come oggi avviene con le società di appalto o nei processi di outsourcing. Anche a questi lavoratori si dovranno applicare i contratti delle aziende utilizzatrici, compresi quelli aziendali sui premi di risultato, e integralmente la legge 300. L'innovazione sarà positiva se andrà a sostituire e non a sommarsi alle altre forme di appalto di mano d'opera. Tutti questi cambiamenti ci riportano alla nostra domanda iniziale sul futuro della rappresentanza. Come ho già detto il territorio sarà sempre più il luogo privilegiato per l'incontro con questi lavoratori. Dovremo offrire loro dei luoghi dove potranno incontrarsi, trovare informazioni e consulenza, ed organizzarsi per superare quella solitudine che è intrinseca al loro rapporto di lavoro. Per realizzare aggregazione e rappresentanza servirà la collaborazione tra categorie, servizi confederali ed Alai, che dovrà restare associazione ed essere sempre più radicata nel territorio. Su questi temi nel nostro comprensorio abbiamo da un po' di tempo avviato delle sperimentazioni, con la trasformazione dell'ufficio vertenze in sportello "millelavori" che, oltre a proseguire le precedenti attività, offre consulenza ed informazioni a tutti i lavoratori dell'atipico. Inoltre, dalla prossima settimana, daremo il via ad una serie di serate informative, che abbiamo chiamato "Aperitivi sul terrazzo", che riguarderanno la legge 30 e il recente contratto per i lavoratori interinali.

Come si diceva, nel mercato del lavoro individualizzato assumono una grande importanza le politiche attive, la formazione continua, i bilanci di competenza, cioè tutte quelle attività che possono favorire una maggiore stabilità di lavoro, la crescita professionale e una mobilità non traumatica. La legge 30 da al sindacato l'opportunità di diventare esso stesso promotore di politiche attive e di collocamento, in modo diretto o all'interno degli enti bilaterali. E' un'opportunità che come CISL abbiamo più volte rivendicato e che ora dovremo, in tempi brevi, attuare, superando le incertezze degli ultimi anni. Sono due le questioni essenziali: definire con quali strumenti intendiamo affrontare questi temi e sviluppare collaborazioni tra categorie, enti e servizi in diverso modo coinvolti. Negli ultimi due-tre anni abbiamo realizzato alcune esperienze, ma in modo frammentato e non coordinato. Lo IAL, oltre a restare un soggetto erogatore di formazione qualificata, si è specializzato nell'orientamento dei disoccupati e nei bilanci di competenza mentre Emporio dei lavori è stata la società attraverso la quale abbiamo fatto collocamento, in un contesto legislativo che prevedeva notevoli rigidità, ora superate dalla legge 30. Vanno decisi in tempi brevi il futuro di Emporio, che così come è oggi si dimostra inadeguato a fronteggiare una concorrenza che nei prossimi mesi diventerà agguerrita, e definite velocemente le eventuali alleanze con altre associazioni in ambito sociale. Dobbiamo pensare a dei centri servizi territoriali per il lavoro dove in un unico luogo sia possibili offrire ai disoccupati e ai lavoratori in cerca di un nuovo lavoro, assistenza, orientamento, formazione, bilanci di competenze e intermediazione. La presenza in questi settori è strategica per il futuro della nostra rappresentanza, ma richiede ingenti investimenti. Nel nostro territorio dal 2000 abbiamo aperto uno sportello di Emporio a Busto che però negli ultimi periodi ha ridotto di molto la sua attività, dopo l'abbandono dei partner Acli e Compagnia delle Opere. Viceversa sta avendo un successo al di sopra delle aspettative lo sportello lavoro di Saronno, frutto della collaborazione tra Emporio, Comune di Saronno, CISL, Cdo e IAL che, a differenza di quello di Busto, offre una gamma più ampia di servizi. Ottimi risultati sta anche avendo il servizio che assiste le famiglie per l'assunzione di badanti, un servizio che, in futuro dovrà trovare spazio all'interno dei centri lavoro così come già sta avvenendo a Saronno.

Tutte queste riflessioni e proposte mettono in luce l'importanza del territorio, ma anche l'inadeguatezza delle risorse rispetto alle necessità. Non bastano, infatti, delle buone idee, ma occorrono mezzi adeguati per realizzarle. Le nuove attività, fondamentali per mantenere e sviluppare rappresentanza, richiedono investimenti ingenti che si potranno ripagare sono in tempi medio lunghi e che la maggior parte dei comprensori, con l'attuale ripartizione delle risorse, non sono in grado di sostenere.

La politica e la società

Finora ho parlato di insidie all'esercizio della rappresentanza dipendenti da fattori strutturali ed economici. Ma ve ne un'altra, non meno pericolosa, che deriva dai cambiamenti del sistema politico. Il sindacato negli anni ha sviluppato la sua rappresentatività anche in quanto interlocutore dello Stato sulle grandi tematiche sociali. In un contesto politico e sociale molto diverso dall'attuale, il consenso derivava direttamente dalla capacità di soddisfare i vari gruppi sociali. La politica mediava tra i diversi interessi e riconosceva nel sindacato il rappresentante della classe lavoratrice. Dopo la crisi del sistema politico tra fine degli anni '80 e i primi '90, che è coincisa con la più acuta crisi finanziaria che abbia mai attraversato il nostro paese, in un periodo in cui la nostra economia già era assoggettata a vincoli europei, il sindacato è diventato un vero e proprio soggetto politico, che si faceva carico di problematiche generali. Mi riferisco alla fase della concertazione degli accordi tra il '90 e il '95, che hanno segnato la fine della scala mobile, l'avvio della politica dei redditi, il nuovo sistema contrattuale e la riforma delle pensioni. Si può dire che il maggiore riconoscimento politico del sindacato ha coinciso con il momento più critico della nostra Repubblica. Molti di noi ricordano il Professor Modigliani, che purtroppo ci ha lasciato ieri, affermare in un'assemblea CISL: "Voi avete salvato l'Italia!"

I tempi sono cambiati rapidamente, già dalla seconda metà degli anni '90 la concertazione ha incominciato ad avere vita difficile. Proprio mentre tutti la citavano come una panacea, si è svalutata, trasformandosi sempre più in una semplice consultazione. Questo è avvenuto in concomitanza di una profonda trasformazione del sistema politico, dopo la fine dei governi tecnici. L'avvento del bipolarismo e l'arrivo in politica di un uomo della comunicazione come Berlusconi hanno profondamente mutato i modi di fare politica. Diminuito lo spazio per la mediazione tra interessi in un contesto di risorse più scarse e di vincoli più stretti, passata anche la fase d'emergenza che aveva favorito il coinvolgimento di tutti i soggetti di rappresentanza, la classe politica ha cercato di sviluppare il consenso facendo perno sui sentimenti e sulle passioni, usando sistemi di marketing sempre più simili a quelli utilizzati per la vendita delle merci. Diminuito il peso dei partiti, è cresciuto quello dei leader che parlano direttamente al cittadino elettore, bypassando la società di mezzo. Quante volte ci siamo sentiti dire negli ultimi anni "Io rispondo agli elettori, non al sindacato"? Il bipolarismo imperfetto del nostro sistema, poi, ha portato a dare priorità alla mediazione interna alle coalizioni, profondamente disomogenee, piuttosto che al dialogo con le forze sociali. Lo vediamo in questi giorni. Dopo settimane che si parla di Finanziaria, il sindacato viene "sentito", mentre continua una snervante contrattazione tra i partiti della maggioranza di Governo. E situazioni analoghe si verificarono anche coi governi di centro sinistra. Di fronte alle divisioni al proprio interno, le coalizioni reagiscono alzando il tiro nei confronti di quella avversaria in una campagna elettorale continua. L'assenza di un riconoscimento reciproco, indispensabile in un sistema maggioritario, sta imbarbarendo il confronto politico. Questo tipo di bipolarismo rischia di contaminare tutti i gangli della società, in un ritorno del "Primato della politica" di passata memoria, lontano però dai principi e dagli intenti nobili di un tempo. La CISL, lo scorso anno, ha riflettuto molto su questa situazione, in un convegno che ha visto la presenza di molti esperti ed intellettuali. Lo ha fatto in una fase difficilissima, dopo la firma del Patto per l'Italia, difendendo, tra fischi e minacce e qualche via di fatto, il suo ruolo autonomo di forza sociale sia da chi la voleva cooptare tra le forze di sostegno al governo, sia tra chi la voleva solo sindacato dell'opposizione. I fatti successivi le hanno dato ragione. Oggi è più difficile disconoscere l'autonomia della CISL mentre prende posizione sulle pensioni, sulla politica industriale o sulla finanziaria. La politica - mediatica, di cui Berlusconi è maestro, non frena la disgregazione sociale e anzi, per certi versi alimenta quei sentimenti regressivi che ricordavo nella prima parte della relazione. Per questo restano fondamentali le rappresentanze sociali e tutto il microcosmo associativo e di volontariato che compongono la cosiddetta società civile. Sul tema della democrazia credo che la CISL debba sviluppare delle sue autonome iniziative, contrastando nuove riforme istituzionali che rafforzino ulteriormente il ruolo mediatico del leader, a discapito di quello, essenziale in un sistema democratico, dei corpi intermedi. Verso la conclusione

Questa relazione, per quanto lunga, non può essere esaustiva di tutti i temi che riguardano la nostra attività. Non ho toccato i temi importanti riguardanti la Politica sociale contando, sul fatto che altri lo faranno nel corso del dibattito. In cartella trovate un documento regionale che sviluppa il tema. Non tocco nemmeno il tema dello sviluppo del territorio perché lo abbiamo affrontato di recente in due specifiche iniziative. Oggi, in contemporanea con la nostra assemblea, si svolge il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni. Anche ieri Savino ha ribadito la nostra contrarietà ad una modifica della legge Dini, salvo per quanto riguarda eventuali incentivi per chi voglia volontariamente restare al lavoro. Non vi è ragione per un ulteriore taglio delle pensioni. Il sindacato ha contribuito nel '95 a realizzare una riforma che è probabilmente la più completa e lungimirante tra quelle realizzate in Europa. Siamo contrari alla decontribuzione, che penalizzerebbe i giovani e farebbe mancare risorse essenziali per le casse INPS. Siamo contrari all'obbligatorietà del trasferimento del TFR ai fondi integrativi, propendendo per una volontarietà basata sulla formula silenzio-assenso. Chiediamo piuttosto un regime fiscale più favorevole per i fondi pensione. Contrasteremo ogni ulteriore taglio alla spesa sociale e la politica immorale che porta a ridurre le tasse ai ricchi e a far pagare i ticket ai poveri. Siamo pronti ad una mobilitazione lunga, come ha detto Pezzotta, e se sarà necessario allo sciopero generale.

Negli ultimi due anni abbiamo vissuto una profonda divisione con la CGIL, divisione determinata non tanto o solo da problemi di merito, ma piuttosto da una diversa visione del ruolo del sindacato. La CGIL è entrata direttamente nell'arena del bipolarismo, utilizzando il conflitto sociale come strumento della lotta politica. La divisione si è aggravata anche a causa di una crescente intolleranza verso i nostri attivisti e i nostri dirigenti. La storia ci dice che le linee politiche si possono cambiare, che i contrasti dell'oggi possono ridursi o svanire in un futuro prossimo, ma le divisioni che toccano i rapporti personali, che si basano sull'offesa e sull'insulto e sull'intolleranza verso le idee degli altri, sono molto più difficili da ricucire. Emblematica in questo senso è la divisione che attraversa la categoria dei metalmeccanici. La FIOM ha presentato una sua piattaforma autonoma, rifiutando qualsiasi mediazione con FIM ed UILM, ma poi ha gridato al tradimento quando queste ultime, dopo una lunga e vera trattativa, hanno raggiunto un'intesa positiva. In questi momenti difficili, va espressa in modo non rituale la piena solidarietà a tutti i nostri quadri, dai delegati di fabbrica fino al Segretario Generale, che hanno subito insulti ed umiliazione perché difendevano la linea e l'onore della CISL

Nonostante questa situazione, l'unità resta nel nostro orizzonte. Sappiamo che non sarà prossima, che inizialmente sarà parziale e fragile, ma sappiamo anche che è un'aspirazione profondamente radicata nei lavoratori. Una storia finisce, un'altra comincia

Come tutti sapete, circa un anno fa il consiglio regionale della CISL ha deciso una modifica degli assetti territoriali, prevedendo lo scioglimento dei comprensori del Ticino Olona, di Varese Laghi e di Magenta Abbiategrasso e la creazione, dal prossimo congresso che si terrà nel 2005, di due nuovi territori Varese provincia e Legnano Magenta. Questa decisione ci ha visto per lungo tempo contrari. Le motivazioni le abbiamo espresse in molte sedi e vi sono senz'altro note. Purtroppo, nonostante il parere negativo di quasi tutte le categorie territoriali, le loro istanze regionali hanno dato il via libera, all'operazione. Preso atto della decisione abbiamo chiesto che il processo di scioglimento e di riaggregazione avvenisse con modalità e con forme organizzative che non disperdessero il patrimonio di storia e di identità costruiti in oltre vent'anni e che valorizzassero le specificità. Si è giunti così alla stesura di un documento unitario, condiviso dalle segreterie dei tre comprensori attuali, che prevede il seguente percorso: 1.Votazione del documento nelle assemblee organizzative; 2.avvio di un confronto per la definizione dei nuovi gruppi dirigenti; 3.costituzione di due coordinamenti che prefigurino i futuri assetti territoriali entro le ferie del 2004; 4.Congressi costituenti nel 2005.

I nuovi comprensori saranno organizzati in aree speciali (Busto e Varese; Legnano e Magenta). Ognuna di esse avrà come responsabile un componente della segreteria territoriale e disporrà di un proprio budget. All'interno delle aree speciali dovranno essere rappresentati le categorie e tutti i servizi. Le aree speciali si articoleranno a loro volta in zone per rendere il più possibile capillare la nostra presenza nel territorio e per cogliere meglio le specificità.

La nuova fase comincia dunque da oggi, con l'approvazione del documento. Sarà un percorso non facile ma al quale dobbiamo approcciarsi in modo aperto e senza pregiudizi. A Varese diciamo con chiarezza che non sarà un "ritorno al passato". Vent'anni non si cancellano con una semplice decisione. Le differenze profonde andranno rappresentate e valorizzate. I nuovi comprensori dovranno essere rappresentativi delle complessità dei territori. Il documento prevede che la fase preparatoria sia gestita in modo paritetico e clausole di garanzia per l'elezione dei nuovi organismi dirigenti a seguito dei congressi. Il comprensorio di Legnano Magenta, che avrà una dimensione più modesta di quello di Varese, dovrà essere dotato di strutture adeguate, a cominciare da una sede idonea per contenere tutte le categorie e gli enti e servizi. A questo obiettivo ritengo debbano concorrere tutte e tre gli attuali comprensori ed anche l'Unione e le categorie regionali.

Finisce una storia e non possiamo nascondere un po' di malinconia. Non si tratta solo della storia di un territorio, ma anche di quella di ognuno di noi, che è cresciuto all'interno del Ticino Olona e ha contribuito a consolidarlo. Ora ne comincia un'altra che non era nei nostri desideri, ma che siamo attivamente chiamati a costruire per fare in modo che la CISL resti un punto di riferimento per tutto il territorio.

Busto Arsizio, 26 settembre 2003

 


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