Busto
Arsizio – La relazione
del Segretario Generale della Cisl Ticino-Olona Luigi Maffezzoli all'assemblea
della Cisl Ticino Olona
Rappresentare il futuro
Introduzione
Spieghiamo il titolo
("Rappresentare il Futuro" n.d.r.) che abbiamo voluto dare a questa
giornata. Parafrasando quello di un libro di Sciascia il
titolo completo poteva essere: La rappresentanza del futuro se
la rappresentanza avrà un futuro . In altre parole: Avrà un
futuro la rappresentanza organizzata dei lavoratori in questo
mondo globalizzato? La domanda non è affatto retorica. Il
sindacato confederale, nonostante le difficoltà e le
divisioni degli ultimi anni, mantiene buona salute. La CISL è
in costante, seppure lenta, crescita e ha superato i quattro
milioni di iscritti. Ma è altrettanto vero che una parte
consistente del mondo del lavoro non è rappresentata da alcun
sindacato. La globalizzazione dell'economia, il declino della
fabbrica fordista e i profondi cambiamenti che hanno
attraversato il sistema politico stanno modificando in
profondità gli scenari entro cui operano le associazioni
sindacali. Riflettere e intervenire sulla macchina
organizzativa mentre c'è "latte da mungere", mentre
cioè i cambiamenti del contesto non hanno ancora determinato
un declino dell'organizzazione, è assolutamente necessario.
Il sindacato, e certamente la CISL, non è mai stato soltanto
un'associazione di interesse, ma anche un'organizzazione
portatrice di valori, con un punto di vista sul mondo e sui
rapporti tra le persone, che con la sua attività sviluppa
aggregazione, solidarietà, cittadinanza, soprattutto dei ceti
più deboli, cioè di quelli che da soli non sono in grado di
far sentire la loro voce e di difendere i propri interessi. La
vera crisi, il vero snaturamento, sarebbe il suo rassegnarsi a
diventare un sindacato di nicchia, che continua ad
interessarsi dei lavoratori dell'ultimo fordismo, lasciando
chiuse le sue porte ad una massa crescente di persone al
lavoro con modalità, forme contrattuali e rapporti lontani da
quelli finora rappresentati. Di fronte ai grandi mutamenti che
stanno attraversando il mondo del lavoro, penso che i modi
tradizionali per misurare il nostro successo siano
insufficienti. Non basta contare le tessere a fine anno, ma è
necessario anche valutare quanto, di quel nuovo mondo, è
entrato nella nostra dimensione organizzativa. Restare un
sindacato "per tutti i lavori, per tutte le
generazioni" è la sfida che dobbiamo affrontare. Ed ora
diamo un'occhiata al contesto che stiamo vivendo.
Approfondirò quattro questioni centrali. Globalizzazione:
mercati e armi
Nelle relazioni congressuali di due anni fa avevamo dato
molto spazio alle problematiche della globalizzazione. Era
appena iniziato il nuovo millennio ed eravamo tutti inquieti
per una situazione internazionale che, dopo la breve euforia
per la caduta della cortina di ferro, si mostrava piena di
contraddizioni e di minacce. Eppure nessuno di noi poteva
immaginare quello che sarebbe successo l'11 settembre di
quello stesso anno e le due guerre che ne seguirono. L'11
settembre non ha segnato un cambio d'epoca, come spesso viene
affermato nella retorica politica, ma piuttosto rappresenta il
momento più drammatico ed emblematico di una fase avviata da
oltre un decennio e che inizialmente, con l'apertura dei
mercati, prometteva pace e benessere a tutti. Con l'11
Settembre armi e violenza sono entrati a pieno titolo nei
processi di globalizzazione, mostrandone il volto più oscuro
e tragico. A ben vedere violenza ed armi erano ben presenti
anche prima, le guerre etniche e quelle economiche, e quelle
economiche giustificate con motivi etnici, non avevano mai
smesso di insanguinare molte parti del pianeta anche dopo la
fine del comunismo. Ma erano relegate a guerre locali,
lontane, di cui si sapeva poco e poco ci importava. La
globalizzazione era fatta di mercati aperti e di finanza senza
frontiere, coi loro rischi e le loro opportunità. Così come
quasi cento anni fa la Belle Epoque era stata tragicamente
interrotta dall'eccidio di Serajevo, pretesto per lo scoppio
della prima guerra mondiale, la nuova Belle Epoque è guastata
dalla consapevolezza che la minaccia del terrorismo è giunta
fino al cuore del ricco occidente. Già nella relazione
congressuale mettevo in luce come la globalizzazione non
diminuisca le diseguaglianze tra paesi poveri e paesi ricchi,
ma anzi le aumenti in modo esponenziale. E che queste
diseguaglianze alla lunga avrebbero determinato conseguenze
indesiderate anche per gli stessi paesi ricchi e messo a
repentaglio la pace, dando pretesti ai demagoghi e agli
integralisti di ogni latitudine. "Un fenomeno che,
potenzialmente, potrebbe essere fonte di un benessere più
vasto, scrivevo, si rivela come un moltiplicatore di
ingiustizie. Si investe dove conviene di più, i diritti
sociali e persino quelli umani vengono considerati vincoli
fastidiosi. Il lavoro dei bambini è più conveniente di
quello dei genitori per cui si lasciano i padri disoccupati e
si sfruttano i figli. Lo stesso lavoro forzato, ovvero da
schiavi, viene criticato a parole ma non viene seriamente
ostacolato." Quasi metà degli abitanti del pianeta vive
con un reddito giornaliero inferiore ai due dollari e metà di
questi con meno di un dollaro. Il 50% dei bambini dei paesi
più poveri è in condizioni di malnutrizione, il 5% muore
prima dei cinque anni. In un epoca iper igienista, con una
medicina nei paesi più ricchi che ha debellato mali un tempo
incurabili, due milioni di persone all'anno ancora muoiono di
tubercolosi e altri due milioni e mezzo muoiono di malaria. In
diversi paesi africani una persona su quattro è sieropositiva
e non ha la possibilità di accedere alle medicine che
possano, quantomeno, prolungargli la vita. E non meno grave è
la situazione dello sfruttamento del lavoro e del mancato
rispetto dei diritti umani. Duecentocinquanta milioni di
bambini, dai 5 ai 14 anni sono costretti a lavorare. Questo è
il mondo in cui viviamo!
Nelle ultime settimane si è aperto un dibattito
sull'adozione di forme di protezionismo per contrastare le
importazioni di prodotti manifatturieri. Si sono succeduti gli
interventi, tra cui ricordo quello di Giorgio Merletti,
presidente della Confartigianato Varesina. Sul banco degli
imputati è la Cina, paese che sta attraversando un miracolo
economico, con un tasso di sviluppo che per noi è un ricordo
lontano, invadendo coi suoi prodotti i mercati, occidentali e
non solo. I numeri sono eloquenti: dopo l'abolizione delle
quote dell'accordo Multifibre e la sua entrata nel WTO, le
importazioni dalla Cina negli USA sono aumentate del 290% e
nell'Unione Europea del 164%. Una crescita che è a scapito,
oltre che delle produzioni occidentali, anche di quelle di
altri paesi in via di sviluppo. Il sindacato tessile mondiale
FITTHC prevede una perdita di un milione di posti di lavoro in
Bangladesh nei prossimi mesi a causa della concorrenza cinese
e la situazione è destinata ad aggravarsi nel 2005, quando
gli accordi di Marrakech. Di fronte a questa situazione
sicuramente allarmante, la discussione si sta divaricando tra
due posizioni estreme. C'è chi invoca nuove forme di
protezione dei nostri prodotti e nuove barriere doganali, per
fronteggiare quella che si considera una concorrenza sleale,
mentre altri tifano per la liberalizzazione, mettendo
l'accento sulle potenzialità dell'immenso mercato cinese e
ricordando, non a torto, che l'Italia è un paese esportatore.
Tra queste posizioni, da anni, il sindacato ne propone una sua
che sostiene che la globalizzazione dei mercati deve marciare
parallelamente a quella dei diritti umani, civili e sociali.
In vista del vertice di Cancun la CISL Internazionale (ICFTU),
il più grande raggruppamento sindacale del mondo a cui
aderiscono anche CGIL CISL e UIL italiane, aveva chiesto,
purtroppo senza trovare ascolto, che le trattative
riguardassero anche gli standard minimi sociali. Il sindacato
internazionale da tempo propone un "trattamento
preferenziale" per i paesi più poveri che accettino
"clausole sociali" che riguardino l'abolizione
progressiva del lavoro infantile e la libertà sindacale in
base alle convenzioni OIL. Ma sia USA che UE, seppure in forme
diverse, propongono una riduzione dei dazi progressiva e
proporzionale, fino alla totale abolizione (posizione
americana). In tal modo nessuna formula preferenziale sarà
possibile. La Cina non à soltanto un campione dello sviluppo,
ma lo è anche per la violazione dei diritti umani e sociali.
Il sindacato indipendente subisce una durissima repressione,
molti sindacalisti sono in galera e i lavoratori vengono
pesantemente sfruttati per 1,20 dollari al giorno, questo
nonostante le economie di scala e livelli di produttività non
certo da terzo mondo. Erano argomenti noti anche quando si
decise di far entrare la Cina nel WTO, eppure in
quell'occasione l'Europa e l'America appoggiarono unanimemente
la candidatura del paese asiatico, nonostante le denunce del
sindacato mondiale ed, in Italia, della CISL. Non c'è da
stupirsi se si considera che molte imprese dei paesi
occidentali sono tra quelle che più beneficiano del basso
costo del lavoro e dell'assenza di diritti sociali in molti
nazioni. Molte multinazionali stanno lasciando paesi come il
Bangladesh, la Turchia o lo Sri Lanka per approdare in Cina.
Quando, un po' di tempo fa, la Regione Lombardia organizzò in
quel paese un incontro con le nostre imprese, tra queste anche
alcune varesine, la CISL scrisse al Presidente Formigoni per
ricordare l'assenza di diritti umani e sindacali. Questo non
fermò la spedizione né provocò rimorsi nelle aziende che
fecero affari. Il problema, ovviamente, non riguarda solo la
Cina. Esistono ancora imprese, anche italiane, che investono
in Birmania, forse il paese che più calpesta i diritti umani
nel mondo. Attualmente, in tutto il globo, 43 milioni di
lavoratori lavorano in 3000 zone franche speciali, in mano
alle multinazionali americane ed europee, fino a 16 ore al
giorno, a volte rinchiusi a chiave e costretti all'ingestione
di anfetamine . In queste zone la presenza del sindacato è
formalmente vietata, anche in paesi considerati democratici
come le Filippine e il Messico. L'argomento meriterebbe,
naturalmente, ben altro spazio. Ma queste poche note credo
siano sufficienti per evidenziare che, di fronte alla realtà
della globalizzazione dei mercati, non ci si può limitare a
discutere solo di dazi, da aumentare o togliere. Nei giorni
scorsi abbiamo assistito al fallimento del vertice di Cancun
dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. La politica di
progressiva liberalizzazione degli scambi e,
contemporaneamente protezionistica per i propri prodotti
agricoli, adottata dai paesi industrializzati, USA ed UE in
testa, si è scontrata con la posizione dei paesi in via di
sviluppo e si dimostra sempre più impraticabile.
Gli effetti della globalizzazione sulle società e sugli
stati sono stati analizzati da molti studiosi. De Rita parla
di de-territorializzazione delle culture, degli interessi e
dei comportamenti . In altre parole chi vive nella dimensione
globale, facendo investimenti all'estero o lavorando sugli
andamenti borsistici mondiali, ha sempre meno rapporti con il
proprio territorio che considera una "base
logistica" o residenziale. Questo riguarda una cerchia
ristretta di persone che si avvantaggia dei mercati globali e
dell'assenza di regolazioni, almeno fino a quando
quell'assenza di regole non produce crisi finanziarie o crolli
commerciali. Molte altre, invece, non solo non traggono
benefici, ma ne subiscono le conseguenze. Come è stato
osservato da più parti, la globalizzazione mette sotto
pressione anche l'autorità degli stati nazionali. Lo Stato
Nazione che abbiamo conosciuto, soprattutto nel secondo
cinquantennio del secolo scorso, determinava la sua forza
dalla consistenza dei confini che gli permetteva di definire
politiche economiche e sociali senza eccessivi condizionamenti
esterni. Oggi sappiamo bene che non è più così. Tutte le
flessibilità che stanno profondamente modificando il mercato
del lavoro sono conseguenze della necessità di competere nei
mercati aperti così come i tagli al welfare vengono
giustificati dalla volontà di non ridurre la competitività
del nostro paese. Le differenze di costi, di tecnologie, di
capacità creative, ma anche di protezioni sociali e di
politiche di benessere influiscono direttamente sulle economie
dei paesi. A mettere in discussione le tradizionali
organizzazioni statuali sono anche il terrorismo e i fenomeni
migratori. Le minacce terroristiche non vengono da gruppi
ideologizzati interni al singolo paese o da nazioni nemiche,
ma sono fenomeni anche questi globalizzati, che usano nelle
loro azioni gli stessi strumenti (d'informazione, telematici,
finanziari) che si propongono di combattere. E, come si è
visto, le guerre in Afghanistan e in Iraq, non hanno ridotto i
pericoli del terrorismo internazionale, anzi, per certi versi,
soprattutto il conflitto iracheno, sono diventate esse stesse
degli alimenti per il suo sviluppo. Ed anche l'immigrazione su
scala globale, fenomeno non nuovo ma che forse non aveva mai
raggiunto le dimensioni attuali, non può essere affrontato
solo su scala nazionale. Essa è la conseguenza delle gravi
diseguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri, delle guerre
dimenticate, soprattutto africane, delle crisi finanziarie e
di quelle ambientali. E' impensabile che si possa pensare che
il fenomeno possa essere circoscritto con leggi illiberali,
quale la Bossi-Fini. Chi rischia la sua vita, affrontando i
pericoli del mare su delle carrette a malapena galleggianti o
quelli del gelo nascondendosi dentro celle frigorifere, non si
fermerà certamente per la paura di venire arrestato come
clandestino. Di fronte alla crescente inquietudine data dai
mercati, sempre più turbolenti, lontani dall'euforia della
Belle Epoque della new economy; dal terrorismo internazionale,
che si fa protagonista televisivo, sbattendoci in faccia morte
e distruzione all'ora di pranzo; dai tagli al welfare,
dall'incertezza per il proprio futuro; in molte parti della
società si sviluppa la nostalgia per l'epoca in cui gli stati
nazioni erano forti e in grado di determinare autonomamente il
benessere dei cittadini. La richiesta di nuovi confini cresce,
confini per proteggersi dagli immigrati, portatori di culture
altre, proprio mentre la propria è messa in discussione dalla
rapidità dei cambiamenti e dalla comunicazione globale.
Confini, ovvero protezioni doganali, per proteggere i propri
prodotti; confini, cioè più sicurezza contro la
microcriminalità prodotta dalla disgregazione sociale;
confini contro il terrorismo internazionale, che portano a
giustificare il concetto aberrante di guerra preventiva.
Questi atteggiamenti regressivi, che purtroppo sempre più
trovano anche rappresentanza politica, sono in realtà
speculari al fondamentalismo transnazionale che alimenta il
terrorismo. E' interessante notare l'analogia dei linguaggi
utilizzati dai protagonisti degli ultimi due conflitti:
terrorismo e guerra, in nome di Dio e della Civiltà. Ma non
credo che un neo isolamento in nome della superiorità della
civiltà occidentale potrà salvarci dalle conseguenze
indesiderate della globalizzazione. Un atteggiamento di
chiusura, tutto difensivo, che alla politica, al dialogo e
alla mediazione sostituisce le armi e le barriere doganali
all'esterno e leggi più repressive e invasive delle libertà
individuali all'interno, non darà all'Occidente più
sicurezza e rischia di snaturare proprio quei valori in nome
dei quali si dichiara di combattere.
L'impossibilità degli stati nazionali a fronteggiare da
soli gli effetti della globalizzazione mette in luce la
necessità di una nuova bussola, di un nuovo diritto globale
in cui ogni stato e ogni mercato si riconosca. Un diritto
basato sulla valorizzazione dei diritti umani e sociali, sulla
cooperazione internazionale, sullo sviluppo sostenibile. Il
primo passo, invocato da molti, è quello di una riforma degli
organismi internazionali, che porti al superamento del diritto
di veto nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, ad una maggiore
democraticizzazione della Banca Mondiale e del Fondo
Internazionale e dell'Organizzazione Mondiale del commercio.
Obiettivi difficili da raggiungere ma essenziali per un mondo
che vuol vivere in pace.
In questo contesto che ho finora descritto, il ruolo delle
società civili e dei sindacati sta diventando rilevante.
Nell'ultimo anno abbiamo partecipato in modo attivo alle
mobilitazioni contro la guerra in Iraq. Si è sviluppato in
tutto il mondo un movimento inaspettato che ha fatto dire al
New York Times che esistono solo due grandi superpotenze a
livello globale: gli Stati Uniti e l'opinione pubblica
mondiale e che ha reso evidente che anche la società
organizzata è entrata come protagonista nel contesto globale.
La CISL internazionale ne è parte integrante. Come la storia
ci insegna, la nascita e la crescita di sindacati liberi e
democratici è determinante per lo sviluppo di benessere e
democrazia. Il movimento sindacale internazionale, e
soprattutto i sindacati dei paesi industrializzati, hanno il
compito di favorire la diffusione del sindacalismo democratico
in tutti i paesi attraverso progetti di cooperazione. In
questa direzione va il progetto della CISL a favore
dell'Africa, che si propone di formare 165 nuovi sindacalisti
Subshariani, e così pure il progetto di cooperazione che
abbiamo promosso insieme all'ISCOS Lombardia, a sostegno di
600 donne organizzate in una cooperativa agricola, un progetto
ambizioso che per la sua realizzazione ha bisogno dell'impegno
concreto di tutto il corpo attivo dell'organizzazione.
In genere trattiamo poco i temi internazionali, li
riserviamo alle prime parti delle relazioni congressuali o ai
momenti di crisi acute, vedi 11 settembre, per poi
accantonarli velocemente. Un po' controcorrente, ho voluto
dedicarci molto spazio. Siamo consapevoli che tutta la nostra
attività è condizionata e deve fare i conti con il contesto
internazionale che ho descritto? La nostra capacità di
rappresentare dipenderà anche da quanto saremo in grado di
influire nei processi globali. Va certamente condivisa la
proposta di rafforzare l'Ufficio Internazionale. Nel nostro
futuro prossimo dovremo pensare a piattaforme e a
mobilitazioni internazionali per una globalizzazione dei
diritti umani e sociali e dare più spazio e attenzione ai
processi di internazionalizzazione di delocalizzazione,
promuovendo codici di condotta non unilaterali e mantenendo
rapporti stabili con i sindacati dei paesi in via di sviluppo.
L'anno zero della Convenzione Europea
Due anni fa, ai tempi del congresso, eravamo tutti più
europeisti. Venivamo da un periodo duro, ma di cui eravamo
orgogliosi. Non c'era dubbio che solo grazie alla
concertazione e alla politica dei redditi l'Italia aveva
potuto risanare i suoi conti e poteva iscriversi alle nazioni
virtuose che si apprestavamo ad adottare l'euro. Oggi
l'europeismo, anche nel nostro paese, gode di un consenso
sicuramente inferiore. I nostalgici della lira non sono pochi,
soprattutto da quando si sono accollate all'euro tutte le
colpe per l'aumento dei prezzi, un'accusa infondata visto che
in realtà l'euro ha portato ad una stabilizzazione dei cambi
in Europa ed a una riduzione del costo del denaro, due fattori
che avrebbero dovuto favorire un contenimento e non un aumento
dei prezzi. Ma tant'è, la moneta unica si è vista scaricare
addosso le colpe del carovita mentre gli speculatori, tutti
nostrani, sono stati assolti. Ma l'europeismo è stato messo
in difficoltà anche dalle profonde divisioni di politica
estera. Il Vecchio Continente si è spaccato di fronte alla
guerra in Iraq e si è presentato all'Assemblea dell'Onu in
ordine sparso. Una divisione che ha riconsolidato vecchie
alleanze, come quella tra Germania e Francia, non dettata
soltanto da ragioni nobili. Il punto in discussione più
importante riguardava il tipo di rapporto che dovrà esistere
tra Europa e Stati Uniti, divenuta l'unica superpotenza del
globo. Contro la guerra si sono schierate Francia e Germania,
insieme ad altre nazioni della "Vecchia Europa", che
pur non mettendo in discussione l'alleanza strategica con gli
USA, puntano però ad una maggiore autonomia in politica
estera. A favore dell'interveno armato erano Inghilterra,
Spagna, Italia (seppure in modo più ambiguo e defilato) e i
paesi candidati all'entrata nell'Unione, favorevoli ad un
rapporto stretto con l'America fino al punto di mandare propri
soldati in Iraq. La divisione va oltre la politica estera e
riguarda il tipo di Europa da costruire. Non è un caso che le
nazioni favorevoli alla guerra sono anche quelle dove più
hanno preso piede politiche sociali e economiche neoliberiste,
più vicine a quelle americane che non a quella "economia
sociale di mercato" che ha caratterizzato il nostro
continente per oltre mezzo secolo. Europeismo in crisi
nell'opinione pubblica e divisioni tra i paesi dell'Unione non
devono però ingannarci: il cammino di costruzione dell'Europa
unita proseguirà e condizionerà non poco il nostro agire nei
prossimi anni. Basta pensare a Berlusconi che giustifica
l'ennesima riforma delle pensione col fatto che "L'Europa
ce lo chiede." Due le prossime scadenze che segneranno
una svolta fondamentale per l'Unione: l'allargamento a 25
stati e l'adozione della nuova Convenzione europea, in pratica
una vera e propria carta costituzionale della nuova Europa.
Dopo cinquant'anni di regimi totalitari e di guerra fredda (e
due millenni di conflitti) il sogno di creare una comunità
pacifica dall'Oceano Atlantico al Mar Nero sta per realizzarsi
e la CISL, per le sue idee e per i suoi valori, non può che
guardare con favore a questa prossima realtà, pur sapendo che
avrà anche delle conseguenze non desiderate. Sappiamo bene
che, se rimarranno le attuali regole nell'U.E., gran parte dei
fondi comunitari verranno dirottati verso i nuovi paesi membri
dell'Europa orientale, più poveri e più arretrati, a
discapito non solo delle zone obiettivo 2, come l'Asse
Sempione che, francamente, può farne a meno, ma anche del
nostro Mezzogiorno. Naturalmente, per il buon esito
dell'integrazione, sarà determinante il contesto economico
entro cui avverrà il processo. In primo luogo vi è la
necessità di ridare vigore alla crescita economica, dando
credibilità agli obiettivi indicati dal vertice di Lisbona,
dopo una stagnazione durata troppo a lungo ed in questo senso
sarà importante la politica monetaria della Banca Centrale
Europea, finora più attenta alla causa della stabilità
monetaria, piuttosto che a quella dello sviluppo. In questo
fase sarà determinante anche il ruolo del sindacato europeo.
Sappiamo bene che i paesi che entreranno nella Comunità sono
paesi temibili per la concorrenza su molti prodotti. Le grandi
differenze dei salari, dei costi di produzione e dei diritti
sociali potrebbero avere un effetto indesiderabile di dumping
tutto interno alla Comunità. Favorirà inoltre un aumento
delle delocalizzazioni, fenomeno che si è già sviluppato da
oltre un decennio. La crescita di ricchezza, peraltro,
permetterà lo sviluppo di nuovi mercati e quindi nuove
opportunità per gli scambi commerciali. In ogni caso i
riflessi sulle nostre produzioni e sulla nostra economia
saranno inevitabili. Per questo la CES dovrà chiedere un
rafforzamento del dialogo sociale europeo per fare il modo che
l'integrazione non riguardi solo le economie ma anche i
diritti, le tutele, le condizioni e la sicurezza sul lavoro.
Anche nel nostro territorio vi sono molte aziende che hanno
delocalizzato parte delle loro produzioni nei paesi dell'est
europeo, un processo che non è possibile bloccare ma che
abbiamo cercare di negoziare e di controllare. Questo può
avvenire tramite norme contrattuali, clausole sociali, ma
soprattutto sviluppando un rapporto di cooperazione coi
sindacati dei paesi interessati che non potrà essere relegato
solo agli operatori degli uffici internazionali. Credo che a
tutti i livelli la CISL e l'ISCOS dovranno definire progetti a
sostegno dei deboli sindacati dell'est.
La nuova Convenzione Europea probabilmente diventerà una
realtà tra pochi giorni, nella conferenza intergovernativa
che si terrà a Roma. E' il frutto di un lavoro molto
impegnativo, avviatosi a Laeken in Belgio nel dicembre 2001,
che si è sviluppato in 11 gruppi di lavoro e 26 sessioni
della Convenzione presieduta da Giscard D'Estaing con 1800
interventi e 1159 contributi scritti e con la partecipazione
delle parti sociali, tra cui la CES , rappresentata allora da
Emilio Gabaglio. Nel documento finale che verrà presentato a
Roma vi sono ribaditi concetti importanti quali l'Economia
sociale di mercato, l'obiettivo della piena occupazione e il
ruolo del dialogo sociale. La CES ha espresso un giudizio
articolato, sostenendo che sono ancora deboli i richiami alle
questioni sociali e ai diritti del lavoro. Come sapete il 4 di
ottobre si svolgerà una grande manifestazione europea a
sostegno delle posizioni della Confederazione Europea. Non
posso dilungarmi oltre sul tema, ma credo sarà opportuno
realizzare entro la fine dell'anno un incontro per
approfondire i contenuti della Convenzione, consapevoli che il
nostro successo dipenderà sempre di più dalle decisioni
europee.
La moltitudine dei lavori
Sui cambiamenti radicali che hanno interessato il mondo del
lavoro abbiamo riflettuto molto negli ultimi anni. Nel
pomeriggio parleremo del decreto attuativo della legge 30 e
delle ulteriori innovazioni che avverranno nel mercato del
lavoro. Su questo tema non mi dilungo quindi nella relazione,
limitandomi a ricordare i punti essenziali delle
trasformazioni per poi passare alle questioni che sono al
centro di questa assemblea: come adeguare l'organizzazione per
allargare la rappresentanza a tutti i nuovi soggetti.
L'epoca del post fordismo è segnata dal superamento del
modello aziendale strutturato del passato: organizzazione
strutturata, catene di montaggio, primato del lavoro
dipendente. Negli ultimi anni si è ulteriormente accentuata
la frammentazione dei luoghi di produzione, un fenomeno che in
modo suggestivo Aldo Bonomi definisce come un'esplosione della
fabbrica nel territorio. Si sono sviluppati i fenomeni di
esternalizzazione così come quelli di delocalizzazione di cui
ho parlato diffusamente nelle parti precedenti. E' diminuito
il peso complessivo del lavoro dipendente e, al suo interno,
è aumentato quello dei lavoratori impiegati nelle piccole e
piccolissime realtà della piccola impresa e del terziario. La
media dimensionale per unità produttiva a livello nazionale
è di 5 addetti. Nel nostro territorio i lavoratori impiegati
nelle aziende inferiori ai 15 dipendenti sono ormai
maggioranza rispetto a quelli delle medie e grandi aziende. Le
flessibilità introdotte negli ultimi anni hanno ulteriormente
diversificato le modalità dei rapporti di lavoro,
dall'interinale, alle co.co.co. De Rita, estremizzando un po'
i concetti, parla di un "processo di individualizzazione
dell'impresa e del lavoro" in un sistema sempre più
molecolare. Queste trasformazione mettono in discussione in
profondità le forme di tutela e di rappresentanza nonché i
modelli contrattuali. Il successo della CISL nell'era fordista
è dipeso in buona parte dal suo strutturarsi ad imitazione
del modello industriale, vedi lo sviluppo e l'autonomia delle
categorie, la presenza nei luoghi di lavoro, l'intuizione
della contrattazione aziendale. L'impresa o l'ufficio erano i
luoghi di aggregazione per eccellenza, gli interessi degli uni
erano gli interessi di tutti, le tutele erano intrinsecamente
legate al luogo di lavoro. Oggi dobbiamo prendere atto che,
dopo la crisi del modello fordista, anche il nostro modello
sindacale richiede forti modifiche. Non si tratta di mettere
in discussione l'organizzazione per categorie, ma certo sarà
sempre più necessario un riequilibrio di poteri tra centro e
territorio, tra verticale ed orizzontale. Per una fetta
consistente di lavoratori il luogo di aggregazione più che
l'impresa sarà sempre di più il territorio. Più delle
vecchie tutele, esercitabili nel contesto della grande
impresa, diventano più importanti, per dirla con Bonomi,
"I beni relazionali che permettono di aumentare il senso,
il reddito il sapere, il comunicare e di abbassare la soglia
della solitudine e l'incertezza del futuro". Le nuove
tutele dovranno essere rivolte direttamente alle persone, a
prescindere dai luoghi di lavoro, ed esercitate all'interno
delle molteplicità del mercato del lavoro. In questo senso
sono fondamentali la riforma degli ammortizzatori sociali,
avviata con il Patto per l'Italia, di cui dobbiamo pretendere
l'applicazione ed agenzie per il lavoro più centrate sulle
politiche attive del lavoro che favoriscano l' incontro
domanda-offerta. La legge 30, su questo punto, completa la
riforma del collocamento avviata dal Ministro Treu, dando il
via libera alle agenzie per il lavoro private. Senza
dilungarmi sulla legge 30, voglio ricordare altre due
innovazioni molto importanti. Verranno gradualmente superate
le collaborazioni coordinate continuative, sostituite dal
"lavoro a progetto" che riguarderà solo alcuni casi
specifici e si configurerà come un rapporto più vicino al
lavoro indipendente piuttosto che a quello dipendente. E'
stata così accolta una nostra rivendicazione. Tutti le altre
forme di co.co.co. dovranno diventare lavoro dipendente. E'
sorprendente che pochissimi osservatori abbiamo rilevato che,
grazie a questa operazione e a quella che dirò appena dopo,
si sia ampiata notevolmente l'area di applicazione delle
tutele, articolo 18 compreso, che riguarderà un numero di
lavoratori ben più alto di quello che sarà eventualmente
interessato alla sperimentazione prevista dal Patto per
l'Italia, che tanto scandalo ha provocato. La seconda
innovazione riguarda il lavoro somministrato, che sostituisce
il lavoro interinale e che potrà essere a tempo determinato,
mantenendo sostanzialmente le regole stabilite per il lavoro
temporaneo, e a tempo indeterminato. Le aziende potranno
ricorrere a quest'ultimo dando in gestione alcune specifiche
attività, un po' come oggi avviene con le società di appalto
o nei processi di outsourcing. Anche a questi lavoratori si
dovranno applicare i contratti delle aziende utilizzatrici,
compresi quelli aziendali sui premi di risultato, e
integralmente la legge 300. L'innovazione sarà positiva se
andrà a sostituire e non a sommarsi alle altre forme di
appalto di mano d'opera. Tutti questi cambiamenti ci riportano
alla nostra domanda iniziale sul futuro della rappresentanza.
Come ho già detto il territorio sarà sempre più il luogo
privilegiato per l'incontro con questi lavoratori. Dovremo
offrire loro dei luoghi dove potranno incontrarsi, trovare
informazioni e consulenza, ed organizzarsi per superare quella
solitudine che è intrinseca al loro rapporto di lavoro. Per
realizzare aggregazione e rappresentanza servirà la
collaborazione tra categorie, servizi confederali ed Alai, che
dovrà restare associazione ed essere sempre più radicata nel
territorio. Su questi temi nel nostro comprensorio abbiamo da
un po' di tempo avviato delle sperimentazioni, con la
trasformazione dell'ufficio vertenze in sportello "millelavori"
che, oltre a proseguire le precedenti attività, offre
consulenza ed informazioni a tutti i lavoratori dell'atipico.
Inoltre, dalla prossima settimana, daremo il via ad una serie
di serate informative, che abbiamo chiamato "Aperitivi
sul terrazzo", che riguarderanno la legge 30 e il recente
contratto per i lavoratori interinali.
Come si diceva, nel mercato del lavoro individualizzato
assumono una grande importanza le politiche attive, la
formazione continua, i bilanci di competenza, cioè tutte
quelle attività che possono favorire una maggiore stabilità
di lavoro, la crescita professionale e una mobilità non
traumatica. La legge 30 da al sindacato l'opportunità di
diventare esso stesso promotore di politiche attive e di
collocamento, in modo diretto o all'interno degli enti
bilaterali. E' un'opportunità che come CISL abbiamo più
volte rivendicato e che ora dovremo, in tempi brevi, attuare,
superando le incertezze degli ultimi anni. Sono due le
questioni essenziali: definire con quali strumenti intendiamo
affrontare questi temi e sviluppare collaborazioni tra
categorie, enti e servizi in diverso modo coinvolti. Negli
ultimi due-tre anni abbiamo realizzato alcune esperienze, ma
in modo frammentato e non coordinato. Lo IAL, oltre a restare
un soggetto erogatore di formazione qualificata, si è
specializzato nell'orientamento dei disoccupati e nei bilanci
di competenza mentre Emporio dei lavori è stata la società
attraverso la quale abbiamo fatto collocamento, in un contesto
legislativo che prevedeva notevoli rigidità, ora superate
dalla legge 30. Vanno decisi in tempi brevi il futuro di
Emporio, che così come è oggi si dimostra inadeguato a
fronteggiare una concorrenza che nei prossimi mesi diventerà
agguerrita, e definite velocemente le eventuali alleanze con
altre associazioni in ambito sociale. Dobbiamo pensare a dei
centri servizi territoriali per il lavoro dove in un unico
luogo sia possibili offrire ai disoccupati e ai lavoratori in
cerca di un nuovo lavoro, assistenza, orientamento,
formazione, bilanci di competenze e intermediazione. La
presenza in questi settori è strategica per il futuro della
nostra rappresentanza, ma richiede ingenti investimenti. Nel
nostro territorio dal 2000 abbiamo aperto uno sportello di
Emporio a Busto che però negli ultimi periodi ha ridotto di
molto la sua attività, dopo l'abbandono dei partner Acli e
Compagnia delle Opere. Viceversa sta avendo un successo al di
sopra delle aspettative lo sportello lavoro di Saronno, frutto
della collaborazione tra Emporio, Comune di Saronno, CISL, Cdo
e IAL che, a differenza di quello di Busto, offre una gamma
più ampia di servizi. Ottimi risultati sta anche avendo il
servizio che assiste le famiglie per l'assunzione di badanti,
un servizio che, in futuro dovrà trovare spazio all'interno
dei centri lavoro così come già sta avvenendo a Saronno.
Tutte queste riflessioni e proposte mettono in luce
l'importanza del territorio, ma anche l'inadeguatezza delle
risorse rispetto alle necessità. Non bastano, infatti, delle
buone idee, ma occorrono mezzi adeguati per realizzarle. Le
nuove attività, fondamentali per mantenere e sviluppare
rappresentanza, richiedono investimenti ingenti che si
potranno ripagare sono in tempi medio lunghi e che la maggior
parte dei comprensori, con l'attuale ripartizione delle
risorse, non sono in grado di sostenere.
La politica e la società
Finora ho parlato di insidie all'esercizio della
rappresentanza dipendenti da fattori strutturali ed economici.
Ma ve ne un'altra, non meno pericolosa, che deriva dai
cambiamenti del sistema politico. Il sindacato negli anni ha
sviluppato la sua rappresentatività anche in quanto
interlocutore dello Stato sulle grandi tematiche sociali. In
un contesto politico e sociale molto diverso dall'attuale, il
consenso derivava direttamente dalla capacità di soddisfare i
vari gruppi sociali. La politica mediava tra i diversi
interessi e riconosceva nel sindacato il rappresentante della
classe lavoratrice. Dopo la crisi del sistema politico tra
fine degli anni '80 e i primi '90, che è coincisa con la più
acuta crisi finanziaria che abbia mai attraversato il nostro
paese, in un periodo in cui la nostra economia già era
assoggettata a vincoli europei, il sindacato è diventato un
vero e proprio soggetto politico, che si faceva carico di
problematiche generali. Mi riferisco alla fase della
concertazione degli accordi tra il '90 e il '95, che hanno
segnato la fine della scala mobile, l'avvio della politica dei
redditi, il nuovo sistema contrattuale e la riforma delle
pensioni. Si può dire che il maggiore riconoscimento politico
del sindacato ha coinciso con il momento più critico della
nostra Repubblica. Molti di noi ricordano il Professor
Modigliani, che purtroppo ci ha lasciato ieri, affermare in
un'assemblea CISL: "Voi avete salvato l'Italia!"
I tempi sono cambiati rapidamente, già dalla seconda metà
degli anni '90 la concertazione ha incominciato ad avere vita
difficile. Proprio mentre tutti la citavano come una panacea,
si è svalutata, trasformandosi sempre più in una semplice
consultazione. Questo è avvenuto in concomitanza di una
profonda trasformazione del sistema politico, dopo la fine dei
governi tecnici. L'avvento del bipolarismo e l'arrivo in
politica di un uomo della comunicazione come Berlusconi hanno
profondamente mutato i modi di fare politica. Diminuito lo
spazio per la mediazione tra interessi in un contesto di
risorse più scarse e di vincoli più stretti, passata anche
la fase d'emergenza che aveva favorito il coinvolgimento di
tutti i soggetti di rappresentanza, la classe politica ha
cercato di sviluppare il consenso facendo perno sui sentimenti
e sulle passioni, usando sistemi di marketing sempre più
simili a quelli utilizzati per la vendita delle merci.
Diminuito il peso dei partiti, è cresciuto quello dei leader
che parlano direttamente al cittadino elettore, bypassando la
società di mezzo. Quante volte ci siamo sentiti dire negli
ultimi anni "Io rispondo agli elettori, non al
sindacato"? Il bipolarismo imperfetto del nostro sistema,
poi, ha portato a dare priorità alla mediazione interna alle
coalizioni, profondamente disomogenee, piuttosto che al
dialogo con le forze sociali. Lo vediamo in questi giorni.
Dopo settimane che si parla di Finanziaria, il sindacato viene
"sentito", mentre continua una snervante
contrattazione tra i partiti della maggioranza di Governo. E
situazioni analoghe si verificarono anche coi governi di
centro sinistra. Di fronte alle divisioni al proprio interno,
le coalizioni reagiscono alzando il tiro nei confronti di
quella avversaria in una campagna elettorale continua.
L'assenza di un riconoscimento reciproco, indispensabile in un
sistema maggioritario, sta imbarbarendo il confronto politico.
Questo tipo di bipolarismo rischia di contaminare tutti i
gangli della società, in un ritorno del "Primato della
politica" di passata memoria, lontano però dai principi
e dagli intenti nobili di un tempo. La CISL, lo scorso anno,
ha riflettuto molto su questa situazione, in un convegno che
ha visto la presenza di molti esperti ed intellettuali. Lo ha
fatto in una fase difficilissima, dopo la firma del Patto per
l'Italia, difendendo, tra fischi e minacce e qualche via di
fatto, il suo ruolo autonomo di forza sociale sia da chi la
voleva cooptare tra le forze di sostegno al governo, sia tra
chi la voleva solo sindacato dell'opposizione. I fatti
successivi le hanno dato ragione. Oggi è più difficile
disconoscere l'autonomia della CISL mentre prende posizione
sulle pensioni, sulla politica industriale o sulla
finanziaria. La politica - mediatica, di cui Berlusconi è
maestro, non frena la disgregazione sociale e anzi, per certi
versi alimenta quei sentimenti regressivi che ricordavo nella
prima parte della relazione. Per questo restano fondamentali
le rappresentanze sociali e tutto il microcosmo associativo e
di volontariato che compongono la cosiddetta società civile.
Sul tema della democrazia credo che la CISL debba sviluppare
delle sue autonome iniziative, contrastando nuove riforme
istituzionali che rafforzino ulteriormente il ruolo mediatico
del leader, a discapito di quello, essenziale in un sistema
democratico, dei corpi intermedi. Verso la conclusione
Questa relazione, per quanto lunga, non può essere
esaustiva di tutti i temi che riguardano la nostra attività.
Non ho toccato i temi importanti riguardanti la Politica
sociale contando, sul fatto che altri lo faranno nel corso del
dibattito. In cartella trovate un documento regionale che
sviluppa il tema. Non tocco nemmeno il tema dello sviluppo del
territorio perché lo abbiamo affrontato di recente in due
specifiche iniziative. Oggi, in contemporanea con la nostra
assemblea, si svolge il confronto tra governo e sindacati
sulle pensioni. Anche ieri Savino ha ribadito la nostra
contrarietà ad una modifica della legge Dini, salvo per
quanto riguarda eventuali incentivi per chi voglia
volontariamente restare al lavoro. Non vi è ragione per un
ulteriore taglio delle pensioni. Il sindacato ha contribuito
nel '95 a realizzare una riforma che è probabilmente la più
completa e lungimirante tra quelle realizzate in Europa. Siamo
contrari alla decontribuzione, che penalizzerebbe i giovani e
farebbe mancare risorse essenziali per le casse INPS. Siamo
contrari all'obbligatorietà del trasferimento del TFR ai
fondi integrativi, propendendo per una volontarietà basata
sulla formula silenzio-assenso. Chiediamo piuttosto un regime
fiscale più favorevole per i fondi pensione. Contrasteremo
ogni ulteriore taglio alla spesa sociale e la politica
immorale che porta a ridurre le tasse ai ricchi e a far pagare
i ticket ai poveri. Siamo pronti ad una mobilitazione lunga,
come ha detto Pezzotta, e se sarà necessario allo sciopero
generale.
Negli ultimi due anni abbiamo vissuto una profonda
divisione con la CGIL, divisione determinata non tanto o solo
da problemi di merito, ma piuttosto da una diversa visione del
ruolo del sindacato. La CGIL è entrata direttamente
nell'arena del bipolarismo, utilizzando il conflitto sociale
come strumento della lotta politica. La divisione si è
aggravata anche a causa di una crescente intolleranza verso i
nostri attivisti e i nostri dirigenti. La storia ci dice che
le linee politiche si possono cambiare, che i contrasti
dell'oggi possono ridursi o svanire in un futuro prossimo, ma
le divisioni che toccano i rapporti personali, che si basano
sull'offesa e sull'insulto e sull'intolleranza verso le idee
degli altri, sono molto più difficili da ricucire.
Emblematica in questo senso è la divisione che attraversa la
categoria dei metalmeccanici. La FIOM ha presentato una sua
piattaforma autonoma, rifiutando qualsiasi mediazione con FIM
ed UILM, ma poi ha gridato al tradimento quando queste ultime,
dopo una lunga e vera trattativa, hanno raggiunto un'intesa
positiva. In questi momenti difficili, va espressa in modo non
rituale la piena solidarietà a tutti i nostri quadri, dai
delegati di fabbrica fino al Segretario Generale, che hanno
subito insulti ed umiliazione perché difendevano la linea e
l'onore della CISL
Nonostante questa situazione, l'unità resta nel nostro
orizzonte. Sappiamo che non sarà prossima, che inizialmente
sarà parziale e fragile, ma sappiamo anche che è
un'aspirazione profondamente radicata nei lavoratori. Una
storia finisce, un'altra comincia
Come tutti sapete, circa un anno fa il consiglio regionale
della CISL ha deciso una modifica degli assetti territoriali,
prevedendo lo scioglimento dei comprensori del Ticino Olona,
di Varese Laghi e di Magenta Abbiategrasso e la creazione, dal
prossimo congresso che si terrà nel 2005, di due nuovi
territori Varese provincia e Legnano Magenta. Questa decisione
ci ha visto per lungo tempo contrari. Le motivazioni le
abbiamo espresse in molte sedi e vi sono senz'altro note.
Purtroppo, nonostante il parere negativo di quasi tutte le
categorie territoriali, le loro istanze regionali hanno dato
il via libera, all'operazione. Preso atto della decisione
abbiamo chiesto che il processo di scioglimento e di
riaggregazione avvenisse con modalità e con forme
organizzative che non disperdessero il patrimonio di storia e
di identità costruiti in oltre vent'anni e che valorizzassero
le specificità. Si è giunti così alla stesura di un
documento unitario, condiviso dalle segreterie dei tre
comprensori attuali, che prevede il seguente percorso:
1.Votazione del documento nelle assemblee organizzative;
2.avvio di un confronto per la definizione dei nuovi gruppi
dirigenti; 3.costituzione di due coordinamenti che prefigurino
i futuri assetti territoriali entro le ferie del 2004;
4.Congressi costituenti nel 2005.
I nuovi comprensori saranno organizzati in aree speciali
(Busto e Varese; Legnano e Magenta). Ognuna di esse avrà come
responsabile un componente della segreteria territoriale e
disporrà di un proprio budget. All'interno delle aree
speciali dovranno essere rappresentati le categorie e tutti i
servizi. Le aree speciali si articoleranno a loro volta in
zone per rendere il più possibile capillare la nostra
presenza nel territorio e per cogliere meglio le specificità.
La nuova fase comincia dunque da oggi, con l'approvazione
del documento. Sarà un percorso non facile ma al quale
dobbiamo approcciarsi in modo aperto e senza pregiudizi. A
Varese diciamo con chiarezza che non sarà un "ritorno al
passato". Vent'anni non si cancellano con una semplice
decisione. Le differenze profonde andranno rappresentate e
valorizzate. I nuovi comprensori dovranno essere
rappresentativi delle complessità dei territori. Il documento
prevede che la fase preparatoria sia gestita in modo
paritetico e clausole di garanzia per l'elezione dei nuovi
organismi dirigenti a seguito dei congressi. Il comprensorio
di Legnano Magenta, che avrà una dimensione più modesta di
quello di Varese, dovrà essere dotato di strutture adeguate,
a cominciare da una sede idonea per contenere tutte le
categorie e gli enti e servizi. A questo obiettivo ritengo
debbano concorrere tutte e tre gli attuali comprensori ed
anche l'Unione e le categorie regionali.
Finisce una storia e non possiamo nascondere un po' di
malinconia. Non si tratta solo della storia di un territorio,
ma anche di quella di ognuno di noi, che è cresciuto
all'interno del Ticino Olona e ha contribuito a consolidarlo.
Ora ne comincia un'altra che non era nei nostri desideri, ma
che siamo attivamente chiamati a costruire per fare in modo
che la CISL resti un punto di riferimento per tutto il
territorio.
Busto Arsizio, 26 settembre
2003
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