Lavoro
– L'intervento di Mario Agostinelli, ex segretario regionale
della Cgil, sul referendum del 15 giugno
«Il
lavoro non puo' essere l'attesa di una prestazione a comando»
(30
maggio 2003) Più ci si avvicina al 15 Giugno e più è
difficile sottrarsi al confronto sul quesito sul referendum
per l’estensione del reintegro da licenziamento
ingiustificato anche al di sotto dei 15 dipendenti e
rivolgersi alla gente comune con un linguaggio tortuoso e
politicamente contraddittorio, che considera una consultazione
del corpo elettorale come una sorta di incidente da rimuovere.
Anche perché proveniamo da una straordinaria stagione europea
- e non solo – in cui milioni di persone nelle piazze, nelle
assemblee, con scioperi e forum partecipatissimi, hanno
sollevato speranze di cambiamento riscoprendo la persona, la
cultura della pace, i diritti sociali e il lavoro come centro
di una idea rinnovata di giustizia e di cittadinanza. (foto:
Mario Agostinelli)
Cogliamo allora, con la
stessa pacata determinazione di Epifani, rivolta sia a dar
valore alla partecipazione, mentre Berlusconi ci vorrebbe solo
spettatori passivi, sia ad aprire una impegnativa stagione di
riforme e di estensione per via legislativa dei diritti dopo l’affermazione
del si.
Cominciamo dalle condizioni materiali di disagio che hanno
mobilitato grandi energie ideali e creative e contro cui si è
cementata una convergenza tra associazioni padronali e governo
disposta ad infrangere lo stesso tessuto costituzionale e
diretta contro due cardini quali l'articolo 11 della Carta e
l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Bisogna tenere conto che, in
contrasto con lo slancio delle manifestazioni di questi ultimi
mesi e con l’ispirazione che stava dietro le conquiste dello
Statuto dei Lavoratori, la maggior parte dell’esperienza
quotidiana nei luoghi di lavoro – per giovani e ragazze in
particolare – è tornata ad essere lontana da una
partecipazione dignitosa e responsabile alla produzione di
valore sociale e che la precarietà che oggi contraddistingue
la prestazione lavorativa determina insicurezza ed un’esistenza
difficile da programmare.
La cittadinanza è in pratica scissa dal lavoro e l’estraneità
e l’alienazione rispetto a quest'ultimo sono esse stesse
inafferrabili, perché non si può emancipare o liberare
qualcosa che oggi c’è e domani chissà.
Un’area sempre più vasta,
in particolare nel settore delle piccole aziende e delle
prestazioni a tempo, ha sempre più coscienza dei propri
diritti, ma non è in grado di darsi rappresentanza diretta
per conquistarli. È costretta così a sperare in una
attenzione "assistenziale" dall’esterno, magari
anche da parte di un sindacato a cui partecipa per simpatia,
ma senza potersi autocostituire e farne quindi parte attiva
con lotte e scioperi, o utilizzando permessi o assemblee ad
essa inapplicabili.
Questa vastissima porzione
del lavoro ha avuto l’intelligenza di guardare agli
strumenti che negli anni del fordismo la classe lavoratrice
aveva conquistato: l’articolo 18, l’assemblea nei luoghi
di lavoro, la delega sindacale, i permessi retribuiti, il
collocamento pubblico: tutti codificati nello Statuto del 1970
e attinenti però ad un modello organizzativo della produzione
che si va riducendo e che li riguarda direttamente in parte
minima. Come conseguenza, mutua da quegli strumenti e dalla
centralità dell'articolo 18 l'idea forte e radicale di
estenderli ed adeguarli alla propria realtà e vede nel sì al
referendum una occasione per aprire un percorso non dissimile
da quello lungo e aspro che aveva portato la democrazia oltre
i cancelli delle fabbriche trent’anni fa.
A questa esigenza, che ha
preso vigore anche dalle iniziative forti di una intera
stagione, non si può rispondere guardando altrove proprio
quando le forze conservatrici, usando i numeri del
maggioritario per svuotare ogni dialettica sociale, varano i
decreti che cancellano la contrattazione e il controllo del
mercato del lavoro in sfregio a milioni di lavoratori in
sciopero o inviano un contingente militare in Iraq a fianco
degli occupanti, a dispetto di migliaia di bandiere che
rimangono appese ai balconi.
In fondo, Maroni nel "libro bianco" ed i
giuslavoristi europei chiamati a raccolta dalla destra per il
documento sul lavoro di Blair, Aznar e Berlusconi hanno già
imboccato una strada alternativa all'estensione dell'articolo
18: cancellare i diritti in essere nel rapporto di lavoro,
flessibilizzare al massimo e destrutturare il mercato del
lavoro con la sua privatizzazione ed il sostegno di
ammortizzatori in caso di licenziamento, così da trasformare
il diritto all’occupazione in una perenne attesa di una
prestazione a comando. Il passo necessario al corso di questa
strategia sta nell'abolire - altro che estendere! - il
reintegro al licenziamento ingiustificato. L'ineffabile
ministro del welfare, che lo sa bene, al referendum infatti
partecipa con un no tondo.
In questo contesto le
perplessità che hanno indotto alcuni ad indicare l'astensione
andrebbero riconsiderate. Infatti solo con la prevalenza del
"si" viene dischiusa la possibilità nei sessanta
giorni successivi al 15 giugno di un percorso legislativo in
cui politica ed economia si pongano al servizio dei diritti.
Ecco quindi l’opportunità
perché la sfida di rendere esigibile il reintegro per giusta
causa anche sotto la soglia attuale venga modulata nel tempo
con una serie di misure che incidano sulla struttura
produttiva e sull'organizzazione del lavoro in modo tale che
la competizione si trasferisca dai costi alla qualità, alla
cooperazione, all'immissione di tecnologia e conoscenza, al
credito agevolato per obiettivi: tutti temi decisivi ma mai
affrontati perchè nella quotidianità si lascia spazio ad un
accanimento vero e proprio sul fattore lavoro.
In questi giorni si legge che le conseguenze del referendum
sarebbero vessatorie per i datori di lavoro e che si
renderebbe impossibile la sopravvivenza di un intero settore
dell'economia, con la conseguente perdita di posti di lavoro.
E' facile osservare che la norma attuale è discriminatoria
per i lavoratori e che di questo non se ne parla proprio.
In questo modo l'Italia,
anziché entrare nell’"economia della conoscenza",
obiettivo di un’Europa sociale, e produrre stabilità
attraverso la formazione e la valorizzazione del fattore
umano, si fa sostenitrice di un modello di precarizzazione,
incrementando la propria presenza nelle piccolissime imprese
attraverso una attività produttiva di beni e servizi
condizionata da fattori di costo. Con il doppio effetto di
portarci in una zona bassa della competizione internazionale e
di condizionare lo sviluppo dei diritti. Tra
l’altro, pochi considerano la riduzione della platea degli
aventi diritto che si è già verificata dall'approvazione
dell'articolo 18 ad oggi, riduzione che dal punto di vista
politico, in particolare per la sinistra, è un problema di
non poco conto. A parte il pubblico impiego, dove
l'applicazione vale in qualsiasi unità del territorio
nazionale, nel settore privato l'effetto congiunto
dell'aumento degli occupati nelle piccole imprese,
dell'esplosione del lavoro parasubordinato e dell'estensione
abnorme dei contratti atipici, ha comportato dal 1970 ad oggi
la sottrazione del 20% della forza lavoro occupata all'obbligo
del reintegro, con uno scompenso più sfavorevole per le nuove
generazioni e con una asimmetria, che va a totale vantaggio
delle imprese.
In fondo, con la discussione
sul contenuto di questo referendum stiamo riscoprendo come la
soglia dei 15 dipendenti appartenga ad un modello oggi foriero
di contraddizioni e sia anacronistica rispetto alle
prospettive di una politica economica ed industriale che porta
il suo baricentro sulla qualità ed i diritti. C'è chi punta
ad abbattere questa soglia verso l'alto, ma per estendere a
tutti il risarcimento monetario e chi, al contrario, ne vuole
eliminare l'incongruenza cogliendo la sfida attualissima del
valore del lavoro e dell'irriducibilità della persona. Questo
alla fine è il senso della polarizzazione in atto.
Si tratta di una dicotomia
ancora presente nella prospettiva costituente dell'Europa e
ancora non pienamente risolta nemmeno con la Carta dei Diritti
Fondamentali.
Il movimento di Porto Alegre in occasione Forum Sociale
Europeo di Parigi, a Novembre, assumerà il tema della
dignità e del diritto universale del lavoro nella piattaforma
con cui andrà al confronto con le proposte della Convenzione,
che fin qui sembrano appannaggio di riservate decisioni di una
ristretta elite guidata da Giscard d'Estaing. Sarebbe
imbarazzante trovarci ad un appuntamento di movimento, magari
di massa e condiviso come quello del 2002 a Firenze, per
avanzare in quel contesto le stesse richieste che, non
recandosi alle urne, si sono eluse quando erano in campo in un
appuntamento democratico come quello del 15 giugno.
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