Economia – Dibattito sul referendum per l'estensione dell'articolo 18: un sostenitore del sì, uno del no e un astensionista. Solo su un punto sono d'accordo
Sì o no, questione di quorum

(26 maggio 2003)  I  dubbi sul referendum per l’estensione dell’articolo 18 sono stati spiegati, fino ad oggi, sul piano dell’opportunità politica e delle possibili ripercussioni economiche. Raramente però si è parlato della natura giuridica dell’interesse in gioco. L’articolo 18 è un diritto contrattabile o no? Va inteso come una conquista giuridica civile e attuale o è da considerarsi un retaggio di una stagione sindacale ormai archiviata, passata alla storia? La vittoria del sì avrebbe un effetto traino su tutto il sistema del welfare, oppure complicherebbe la vita ai piccoli imprenditori? Domande che, a pochi giorni dal referendum, il "Comitato del Sì di Valdarno" ha posto in un’assemblea pubblica, nella quale sono intervenuti: Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia, Giulio Di Martino dell’Associazione artigiani, Sergio Moia della segreteria provinciale della Cisl e Gian Marco Martignoni, della segreteria provinciale della Cgil, in veste di moderatore (foto sopra).

«L’abolizione del licenziamento arbitrario e l’estensione dell’articolo 18 – ha spiegato Fumagalli - è un principio di cittadinanza e non è materia che dovrebbe rientrare nelle relazioni industriali. Insomma non ha a che fare con gli orari, le mansioni e quant’altro. L’essenza di questa norma è la possibilità di scelta che viene lasciata al lavoratore, che , a differenza dell’imprenditore, è sottoposto a un vincolo di reddito. È un fattore costituente di qualsiasi civiltà, dunque non puo’ essere contrattabile. Per parlare degli effetti,poi, bisogna stabilire il numero delle piccole imprese in Italia, cifra su cui si fa molta disinformazione. Se si analizzano bene i dati Istat si scopre che dei 5 milioni di piccole imprese sbandierate possono essere considerare tali, pertanto interessate al referendum, non più di 500mila». Fumagalli elenca senza sosta: «Non tutti quelli che non hanno un contratto di lavoro subordinato sono piccoli imprenditori. In Italia i lavoratori indipendenti sono circa 6milioni, di cui 2 con contratto di co.co.co. Dei restanti 4 milioni, uno è composto da liberi professionisti, 500mila sono coadiuvanti, 400mila soci di cooperative. Infine 1milone e 700mila è l'esercito dei lavoratori conto terzi, categoria che l'Istat considera residuale».

Perdita di posti di lavoro (Billè ha parlato di 180mila posti in meno), ulteriore precarizzazione e crisi profonda della piccola impresa le conseguenze paventate dai sostenitori del No e dagli astensionisti. Unica voce fuori dal coro, gli industriali toscani, definiti dai pari categoria “una scheggia impazzita”. «Noi siamo per un’astensione motivata – spiega Di Martino -. L’estensione dell’articolo 18 è un falso problema perché la vera questione è estendere le tutele al lavoratore della piccola impresa a partire dagli ammortizzatori sociali, come è stato previsto nel Patto per l’Italia. Le grandi imprese possono ricorrere al licenziamento collettivo, ma non ci sono tutele per i lavoratori delle piccole. Inoltre il rapporto di lavoro che si instaura in una piccola impresa è di tipo fiduciario, l’imprenditore si sporca le mani come il lavoratore, lavora al suo fianco. Bisogna essere realisti, chi in queste condizioni sceglierebbe la reintegra?»

Ma cosa è successo negli ultimi dieci anni a Varese? «Di circa 200 casi di licenziamento – dice Sergio Moia -, il 98 per cento si è concluso in modo pattizio. Solo due lavoratori hanno scelto la reintegra. In prima istanza la differenza tra un’impresa  con meno di 15 dipendenti e una con più di 15 è solo il livello di monetizzazione. Quando parliamo dell’articolo 18 bisogna tener conto anche delle condizioni di contesto che portarono alla nascita dello statuto dei lavoratori. Oggi i dati Inail ci dicono che i rapporti di lavoro a tempo determinato sul totale delle assunzioni raggiungono il 18 per cento nelle aziende che hanno da 1 a 10 dipendenti. Si sale al 41 per cento nelle imprese con più di 50 addetti. Quindi il vero problema è rafforzare le tutele e affermare l’estensione dei diritti per le forme di lavoro atipiche, aspetti su cui il governo attuale ha fatto poco o nulla. Oggi su 37 tipologie contrattuali 31 sono atipiche e se vincerà il sì ci sarà un'ulteriore destrutturazione».

Voci, allarmismi e previsioni, da una parte e dall’altra, si sprecano. Stefano Mele, ex sindacalista della Cgil, era tra i firmatari dell'accordo del 1988. «L’estensione dei diritti e delle tutele, come afferma Di Martino erano già previste in quell’accordo, come in altri. La verità è che sono rimasti lettera morta anche con la firma del Patto per l'Italia. Io sono per il sì perché ci sarebbe un immediato effetto traino su tutto il sistema dei diritti per tutti i lavoratori, compresi gli atipici».
«Per la prima volta da un po’ di anni – conclude Fumagalli - s’invertono le posizioni perché si chiede qualcosa in più. Questo aspetto dà fastidio ad alcuni sindacati che hanno ridotto la loro azione nella concertazione a perdere, sindacati che soffrono della sindrome del chiedere troppo. Oggi il problema delle piccole aziende non è estendere o meno l'articolo 18, bensì il credito che li strozza e una bassa qualità della produzione. La vittoria del sì non cambierebbe nulla per quelli che non hanno un contratto a tempo indeterminato, la vera innovazione sarebbe l'estensione delle garanzie come salute, ferie, malattie e previdenza, quindi un valore importante su un piano simbolico e politico».
Su una cosa sola i tre relatori si sono trovati d’accordo: se si raggiungerà il quorum vincerà il sì.

Michele Mancino
economia@varesenews.it


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