Speciale
Referendum
– L'intervento di Gianmarco Martignoni
Un
referendum "Geniale"
(9 giugno
2003) Da parte di chi avversa il referendum sull’articolo
18, volto ad estendere il diritto al reintegro dei lavoratori
illegittimamente licenziati per le aziende con meno di 15
dipendenti, viene sottolineato che questo strumento sarebbe
inidoneo per affrontare la problematica più generale delle
tutele del mondo del lavoro subordinato e parasubordinato.
E’ importante, allora,
ricordare che dopo lo Statuto dei Lavoratori (legge 300 del
1970), l’unica novità legislativa che si è determinata in
questo arco di tempo è stata la legge 108 del 1990, che ha
previsto l’introduzione della lettera di licenziamento e il
risarcimento dalle 2,5 alle 6 mensilità per il lavoratore
licenziato non per giusta causa nelle aziende con meno di 15
dipendenti.
Non è un caso che se si è
realizzata la legge 108, lo si deve ad una analoga iniziativa
referendaria, promossa da Democrazia Proletaria con la fine
degli anni 80, avente l’obiettivo di estendere a tutti lo
Statuto dei Lavoratori
Nel 1990 il governo Spadolini,
per evitare l’insidioso pronunciamento referendario, optò
per una legge che seppur non corrispondeva agli obiettivi dei
promotori del referendum, introdusse qualche elemento di
deterrenza rispetto allo strapotere padronale, pressato in
questa direzione anche da CGIL-CISL-UIL e dall’opposizione
parlamentare.
Quella vicenda si
collocava,però, ancora dentro il sistema proporzionale, in
cui la dialettica parlamentare era in grado di portare a
sintesi, con le mediazioni del caso, le domande provenienti
anche da settori dell’opposizione che si muovevano in un’
ottica anticapitalistica.
Oggi, invece, il quesito del
15 giugno, riproposto per la seconda volta dai fautori dell’estensione
dell’articolo 18, non ha e non può trovare una via
legislativa tale da evitare il ricorso alle urne, poiché la
natura antioperaia e classista del governo delle destre non
può recepire alcunché di progressivo nei confronti del mondo
del lavoro, stante l’autoritarismo intrinseco al sistema
maggioritario, che elide qualsiasi istanza che non sia
emanazione dell’esecutivo.
Ma il referendum è davvero
"geniale": nonostante la maggior parte dei vertici
delle forze politiche e sociali sia contraria al quesito, in
quanto è manifesta la convergenza tra la sinistra
"liberista" e la destra liberista attorno alla
centralità dell’impresa a discapito di quella
costituzionale del lavoro, le costringe a scegliere la strada
dell’ astensione, al fine di evitare i pericoli del
pronunciamento popolare.
Infatti, il depotenziamento
del conflitto all’origine è tipico delle fasi di democrazia
plebiscitaria, grazie anche all’oscuramento mediatico dei
termini della contesa, perchè è forte la consapevolezza che
in caso di un confronto vero come quello che ha caratterizzato
i referendum sul divorzio, sull’aborto e sul nucleare, l’urna
potrebbe essere rischiosa per i poteri forti e determinare un
netto successo del si all’estensione dell’articolo 18.
Inoltre, il governo sa che un
pronunciamento a favore del si, equivarrebbe ad una sonora
bocciatura della legge 30 sulla precarizzazione del mercato
del lavoro, cioè di quella legge che contiene alcuni nuclei
normativi aggiranti e restringenti il campo d’applicazione
dell’articolo 18.
Così come verrebbe bloccata
anche la legge 848bis, che è giacente in parlamento e sulla
base del Patto per l’Italia ha l’intento di escludere dall’applicazione
dell’articolo 18 i lavoratori delle imprese di nuova
costituzione sopra i 16 dipendenti. Il che spiega
abbondantemente il singolare astensionismo di CISL e U.I.L.
Un referendum, dunque, quello
sull’articolo 18 di grande portata, perché ponendosi l’obiettivo
della riunificazione di un mondo del lavoro di per sé diviso
e frammentato, ha in sé la valenza di ampliare la
rappresentanza sociale non subalterna ai dettami del
liberismo, attribuendo, quindi ,un maggior potere ai
lavoratori, in una fase ove lo scontro con Confindustria e
governo si fa duro e stringente.
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