Varese – Incontro alla Alai-Cisl sulle nuove forme contrattuali introdotte dalla legge Biagi
Co.co.co: nuovi contratti e vecchi problemi

(17 dicembre) Questa volta non è solo un cambio di nome. Con la riforma Biagi parlare di "lavoro in somministrazione" anziché lavoro interinale è diverso nella sostanza. E che dire poi dell'esercito di co.co.co che diventano truppe di "lavoratori a progetto". Per cercare di fare un po' di chiarezza sulla nuova disciplina l'Alai-Cisl (associazione lavori atipici e interinali) di Varese ha promosso un incontro pubblico. Giorgio Molla, vicepresidente di Alai Lombardia, Elisabetta Casanova, responsabile dello sportello varesino di Alai e Gianluigi Restelli, segretario provinciale della Cisl, hanno spiegato le innovazioni principali della legge 276 del 2003. Se da una parte la richiesta di flessibilità e di svecchiamento del mercato del lavoro ha trovato in questa legge la sua espressione compiuta, dall'altra il sistema non ha messo in moto il necessario coordinamento con il resto degli interlocutori socioeconomici. Ad esempio, se l'accesso al credito ad un co.co.co è  quasi sempre negato, perché il suo rapporto di lavoro non offe garanzie, le cose non cambieranno con la nuova veste contrattuale. 
Disciplinata la forma del contratto a progetto, che deve essere scritta, affermato il principio della non estinzione a causa di malattia o infortunio, ribadito che il progetto è un elemento che deve essere individuato con precisione, rimangono delle zone d'ombra di non poco conto. Che cosa s'intende per progetto? Come fa un addetto alle pulizie o a mansioni non altamente qualificate a stabilire quando il suo progetto è giunto a compimento? La questione non è irrilevante, perché l'estinzione del rapporto di lavoro a progetto dipende dalla realizzazione o meno dello stesso. E nel caso che il progetto sia giunto a compimento potrà essere rinnovato, oppure no? 
E ancora, secondo la nuova legge i diritti possono essere oggetto di rinunzie e transazioni tra le parti in sede di certificazione. Quali sono i criteri da applicare alla certificazione, posto che esistono più soggetti diversi tra loro (Università, enti bilaterali, fondazioni, province ecc. ecc.) abilitati a farla. Probabilmente se la nuova disciplina non porrà grossi problemi a quei lavoratori che hanno un grande potere contrattuale, dovuto alla loro specializzazione e competenza, lo stesso non potrà dirsi per quei lavoratori che occupano fasce medio basse, il cui potere contrattuale è pressoché nullo. «Una delle questioni riguarderà le prestazioni sociali - spiega Molla - nella contrattazione del futuro si tornerà a ridare vita alle forme mutualistiche che avevano caratterizzato il nostro sistema alla fine dell'Ottocento. Oggi occorre più chiarezza e normative precise nella fase di transizione, specialmente nella fase di deroga di alcuni diritti ed anche nei contratti occasionali abbiamo bisogno di chiarire gli aspetti fiscali e previdenziali». «Oggi - aggiunge Elisabetta Casanova - c'è poca informazione in queste tipologie di lavoratori e quando la gente arriva da noi per sottoporci il problema del proprio contratto il danno è già stato fatto».
«Quello che sta accadendo - conclude Restelli - è un cambiamento sostanziale enorme. Rimane una domanda di fondo, che è sempre la stessa: se l'imprenditore utilizza la flessibilità per rispondere a contingenze produttive ha un senso, ma se la utilizza per abbattere dei costi, come avveniva con i contratti di formazione non rinnovati, allora il discorso è un altro. Non bisogna ragionare solo in termini di costi, ma anche di persone. Bisognerebbe ritornare al Patto per l'Italia e agli emendamenti che noi abbiamo proposto. Non si puo' fare tutta questa rivoluzione senza affrontare ad esempio  il discorso degli ammortizzatori sociali. Più cose si definiscono e si affrontano in questa fase meglio è, altrimenti qualcun altro decide per te». 

M.M.


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