Forse il più Hollywoodiano degli anticonformisti americani: uno
dei veri grandi autori degli ultimi quindici anni; un vero regista,
colui che è capace di vedere e far vedere un mondo da lui concepito
cupo e malinconico, poetico, triste, misterioso: tutto senza il
bisogno di sotterfugi narrativi, ma semplicemente con un talento
visivo per le storie di outsider davvero innato.
Il suo talento lo dimostra fin dagli esordi con un cortometraggio
che pare essere solo una parodia di Frankenstein e che invece si
rivela essere un piccolo filmino summa di tutto quello che sarà la
sua futura filmografia: il titolo è Frankiewinnie ed è
il 1984: si tratta della rivisitazione, con gli occhi di un bambino,
della storia dell’orrendo mostro. Storia che in futuro si ripeterà
spesso. Il suo primo lungometraggio arriva nel ’85: Le
Avventure di Pee Wee, un personaggio simbolo degli americani:
il risultato è un film normalmente strano per Burton, ma comunque
grezzo per quelle che sono le potenzialità del futuro regista culto.
Dopo qualche piccola regia televisiva, come una puntata della serie
Alfred Hitchcook presenta, arriva il primo vero
lungometraggio che tirerà fuori il gotico Tim Burton: anno ’88, Beetlejuice
– Spiritello porcello, è un agglomerato di poesia e
demenzialità capace di far sorridere e impaurire per la cattiveria
celata dietro all’ironia. Ma se questo piccolo film diventa un
piccolo culto, l’anno successivo compie l’impresa: trasformare
quella che poteva essere una vera commercialata americana in
capolavoro: Batman diventa così la storia di un
emarginato che lotta contro il crimine, non solo la storia di un
supereroe, ma il vero simbolo cinematografico di una generazione, di
quella commistione di generi e situazioni che è il postmoderno.
Stessa cosa, se non addirittura migliore, il seguito Batman II
– il ritorno del ’92.
Tra i due capolavori, ne gira un terzo che forse è ancora più
bello, una delle storie d’amore più sentite nel panorama
cinematografico da decenni: è il 1990 ed Edward, mani di
forbice segna la consacrazione ad autore di un regista che è
così in grado non solo di mettere in scena, ma di creare uno stile.
Stile che gli permetterà di ricreare nel ’95 la storia di un altro
incompreso: il peggior regista della storia del cinema: da Ed
Wood vedere i film di questo tale fino ad allora sconosciuto
diventa persino una moda: un cinefilo che non li abbia visti, viene
considerato un ignorante.
Con Mars Attack invece sferra un duro colpo a quella
che viene considerata la brava mentalità della fantascienza
americana: in piena citazione anni ’50 lo sguardo sulla falsa
america perbenista e di facciata e lapidatorio. E se con Il
mistero di Sleepy Hollow torna dal suo attore preferito,
Johnny Depp, creando un’intesa che fa emergere un altro piccolo
capolavoro seppur sottotono rispetto agli altri, con Il pianeta
delle scimmie sembra essere riuscito in un’altra grande
impresa: il suo sguardo pare abbia coniugato perfettamente l’operazione
commerciale del remake con la propria ricostruzione d’autore,
esattamente come fece con Batman.