Molti critici discutono se sia solo un regista di maniera che
conosce bene il suo mestiere o se, invece, sia uno dei nuovi veri, e
pochi, autori della Hollywood moderna. Resta il fatto che con soli
cinque film, David Fincher ha letteralmente rivoluzionato l’immaginario
collettivo della paura cinematografica, portando sullo schermo
pellicole cha hanno inchiodato alle poltrone milioni di spettatori.
Dopo aver lavorato molto nella pubblicità, l’occasione di farsi
notare nel cinema gli viene data esattamente 10 anni fa, nel 1992,
quando gli venne affidata la regia del terzo capitolo della saga di Alien.
Saga che aveva già creato dei casi lanciando registi come Ridley
Scott e James Cameron. Fincher non si lascia sfuggire l’occasione e
crea il capitolo più apocalittico della saga, il più buio e gotico.
Atmosfere che per la maggior parte ripeterà tre anni più tardi nel
successo mondiale che è stato Seven. All’uscita di
quest’ultimo film, quello che sconvolse, oltre a una sceneggiatura
da brivido, fu appunto l’utilizzo delle luci e delle ombre nella
messa in scena. Qualcuno negli Stati Uniti scrisse pure che "la
produzione si era dimenticata di pagare la bolletta della luce durante
la lavorazione del film", non sapendo che per creare il
"buio" occorre molta più illuminazione che per creare la
"luce". Seven segna comunque un nuovo modo di
rappresentar la paura, modo che sarà copiato per tutta la seconda
metà degli anni ’90, sia narrativamente che visivamente.
Purtroppo nel ’97 il successo non si ripete con The Game,
dove vengono riproposte le stesse atmosfere, ma la sceneggiatura,
troppo confusionaria e piena di buchi, lascia lo spettatore
indifferente. Scarso successo di pubblico e anche di critica. Non
accade la stessa cosa invece due anni dopo con il provocatorio Fight
Club, dove Fincher mantiene lo stesso stile e riesce ad
abbinarlo a una storia di cattiveria a lui congeniale. L’abbinamento
è perfetto, l’impatto sul pubblico è devastante e inquietante,
grazie anche all’interpretazione di due grandi attori in massima
forma come Brad Pitt e il bravissimo Edward Norton.
L’Ultima pellicola girata da Fincher non si può certo definire
un capolavoro, ma Panic Room è stato un esercizio di
stile come solo il grande Hictcoock sapeva fare. Si tratta di una
prova di paura senza troppe pretese narrative capace però di
agganciare ancora lo spettatore alla poltrona. Fincher è in grado di
creare suggestioni visive e narrative che pochi altri americani
riescono a fare: suo cavallo di battaglia? La paura.