LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

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Viaggio a Kandahar

Titolo originale: Safar e’ Ghandehar
Regia: Mohsen Makhmalbaf
Interpreti: Sadou Teymouri, Niloufar Pazira, Hassan Tantai
Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf
Fotografia: Ebraham Ghafouri
Musica: Mohamad Reza Darvishi
Produzione:
Iran, 2001
Durata: 85’

Una giornalista canadese di origini afgane, Nafas, decide di tornare a Kandahar dalla sorella, da giovane rimasta senza gambe in seguito all’esplosione di una mina antiuomo. La donna, in un viaggio contro il tempo, vuole riportare alla sorella una ragione di vita e così impedirle di suicidarsi nel giorno dell’imminente eclisse di sole.

Realizzato molto prima degli attacchi dell’11 settembre e della guerra in Afghanistan, Viaggio a Kandahar è una via di mezzo tra il documentario e il cinema. Un anno fa, quando ancora pochissimi tentavano di far conoscere al mondo intero le condizioni degli abitanti afgani, al suo quindicesimo film, Makhmalbaf realizza un’opera che avrebbe voluto portare all’attenzione del mondo occidentale, le condizioni in cui versano le donne, coperte da capo e a piedi dal Burka, e i bambini costretti a imparare l’interpretazione del Corano voluta dai Talebani.

Con la crudezza tipica delle immagini semplici del documentario, senza vezzi particolari di regia, viene messa in scena quella che si può definire la semplice realtà. Ciò che invece fa sentire il forte tocco del regista è la voce della protagonista che parla inesorabilmente al suo registratore; protagonista alla ricerca di quella motivazione di vita, in mezzo alla miseria. Una voce spesso fuori campo che non tende solo a voler sottolineare le immagini (che tra l’altro parlano da sole), bensì a dare una chiave di lettura diversa (come la storia della bambola di esplosivo, utilizzata per raccontare l’amore verso la sorella).

Viaggio a Kandahar sta incassando parecchio; peccato che andare a vedere il film stia diventando una moda. Con un punto di vista da mentalità occidentale, il film non vuole solo denunciare la situazione afgana, bensì portare il pubblico a pensare quanto per loro ci sia bisogno di fare.

I bellissimi paesaggi e gli sgargianti colori del Burka presenti nella pellicola, sono in netto contrasto con quello che è la realtà afgana. Il concetto occidentale di bellezza, e anche quello estetizzante di cinema, vengono utilizzati appieno dal regista iraniano per comunicare al mondo intero un problema che, fino a poco tempo fa, "occidentale" non veniva considerato. "Non preoccupatevi qualcuno nel mondo, prima o poi, si accorgerà che esistete anche voi" recita una profetica frase del film. Adesso tutto il mondo conosce la condizione delle donne in Afghanistan.

 

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