Una giornalista canadese di origini afgane, Nafas, decide di
tornare a Kandahar dalla sorella, da giovane rimasta senza gambe in
seguito all’esplosione di una mina antiuomo. La donna, in un viaggio
contro il tempo, vuole riportare alla sorella una ragione di vita e
così impedirle di suicidarsi nel giorno dell’imminente eclisse di
sole.
Realizzato molto prima degli attacchi dell’11 settembre e della
guerra in Afghanistan, Viaggio a Kandahar è una via di
mezzo tra il documentario e il cinema. Un anno fa, quando ancora
pochissimi tentavano di far conoscere al mondo intero le condizioni
degli abitanti afgani, al suo quindicesimo film, Makhmalbaf realizza
un’opera che avrebbe voluto portare all’attenzione del mondo
occidentale, le condizioni in cui versano le donne, coperte da capo e
a piedi dal Burka, e i bambini costretti a imparare l’interpretazione
del Corano voluta dai Talebani.
Con la crudezza tipica delle immagini semplici del documentario,
senza vezzi particolari di regia, viene messa in scena quella che si
può definire la semplice realtà. Ciò che invece fa sentire il forte
tocco del regista è la voce della protagonista che parla
inesorabilmente al suo registratore; protagonista alla ricerca di
quella motivazione di vita, in mezzo alla miseria. Una voce spesso
fuori campo che non tende solo a voler sottolineare le immagini (che
tra l’altro parlano da sole), bensì a dare una chiave di lettura
diversa (come la storia della bambola di esplosivo, utilizzata per
raccontare l’amore verso la sorella).
Viaggio a Kandahar sta incassando parecchio; peccato che
andare a vedere il film stia diventando una moda. Con un punto di
vista da mentalità occidentale, il film non vuole solo denunciare la
situazione afgana, bensì portare il pubblico a pensare quanto per
loro ci sia bisogno di fare.
I bellissimi paesaggi e gli sgargianti colori del Burka presenti
nella pellicola, sono in netto contrasto con quello che è la realtà
afgana. Il concetto occidentale di bellezza, e anche quello
estetizzante di cinema, vengono utilizzati appieno dal regista
iraniano per comunicare al mondo intero un problema che, fino a poco
tempo fa, "occidentale" non veniva considerato. "Non
preoccupatevi qualcuno nel mondo, prima o poi, si accorgerà che
esistete anche voi" recita una profetica frase del film. Adesso
tutto il mondo conosce la condizione delle donne in Afghanistan.