In una scalata negli Stati Uniti, un fratello e una sorella, in
arrampicata con il padre, hanno un incidente e il ragazzo si vede
costretto a tagliare la corda che regge il padre per salvare lui e la
sorella. Tre anni dopo, sempre lo stesso ragazzo, ha abbandonato il
mondo delle scalate, ma si ritrova costretto a riprendere: deve andare
sul K2 (la seconda montagna più alta del mondo) a riprendere la
sorella caduta in un crepaccio durante una spedizione.
I film sulla montagna che si possono dire veramente riusciti si
contano sulle dita di una mano: Vertical Limit non è uno di
quelli. Nato strutturalmente come prodotto fotocopia dei film dazione
con pure qualche copiatura dal non eccelso Cliffangher con
Sylvester Stallone, non riesce a coinvolgere lo spettatore se non
stupendolo solamente con trovate tecniche. Niente da dire sugli ottimi
effetti speciali e sulla spettacolarità sia delle inquadrature che
della ripresa, ma tutto ciò a poco serve se non si supporta il tutto
con unottima storia.
A Vertical Limit manca totalmente una storia, o meglio la
storia cè, ma è scontata, inutile e prevedibile: tutti i
personaggi, protagonisti e non, si muovono su delle caratterizzazioni
che sembrano fatte con laccetta. Stupisce su tutti lattrice
Robin Tunney che dopo il bello e indipendente Niagara Niagara,
per la cui interpretazione aveva pure vinto a Venezia, abbia accettato
di girare una parte così insulsa (ed è già la seconda dopo la
deludente prova di Supernova di
Walter Hill).
Il regista Martin Campbell è uno specialista dei film dazione:
nella seconda metà degli anni novanta ha risollevato le sorti di uno
007 ormai morto girando Goldeneye, mentre ancora meglio aveva
fatto rinascere il mito de La maschera di Zorro (decisamente in
maniera non banale), ma con questo Vertical Limit sembra aver
subito totalmente una battuta darresto: la regia cè, ma è
presente solo per sfruttare tutte le potenzialità degli effetti
speciali e della spettacolarità delle inquadrature.
Il grande, bellissimo e immenso paesaggio e decisamente poco
integrato con il resto del film, sembra quasi morto: è sì
suggestivo, ma tutto lì: gli attori avessero girato sul vero Hymalaya
o al Sacro Monte sarebbe stata la stessa cosa.