LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

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Spy game

Titolo originale: Spy Game
Regia: Tony Scott
Interpreti: Robert Redford; Brad Pitt; Catherine McCormack; Stephene Dillane
Sceneggiatura: David Arata; Michael Frost Beckner
Fotografia: Daniel Mindel
Musica: Harry Gregson-Williams

Produzione:
USA/Gran Bretagna, 2001
Durata:
126’

Nel mondo, poco prima della Guerra del Golfo, i lavori per le spie sono all’ordine del giorno, soprattutto quelli non riconosciuti come ufficiali. E così il veterano Nathan Muir, al suo ultimo giorno di lavoro prima di andare in pensione, si ritrova a dover salvare la vita a un suo vecchio pupillo, arrestato in Cina come spia e al quale, in passato, aveva lui stesso fatto un grosso torto. Il tutto contornato dai vari insabbiamenti della Cia negli ultimi trent’anni.

La riuscita di questo film si affida soprattutto alla scelta di affidare la parte dei protagonisti a due divi come Redford e Pitt. L’attesa per l’uscita della pellicola era davvero alta e le aspettative pare proprio siano state rispettate. Certo il regista non è il Sidney Pollack de I tre gironi del Condor, ma la forsennata regia, tanto di moda a Hollywood, sembra trovare una sua linea anche in una storia che sarebbe potuta naufragare in maniera molto peggiore.

Spy Game non risulta essere certamente un’opera d’autore, ma un film con un certo coraggio, sì. Nonostante gli avvenimenti dell’11 settembre, il coraggio dei produttori è stato dimostrato dalla scelta di far uscire il film negli Stati Uniti il giorno del ringraziamento. Far vedere trent’anni di politica estera americana in un’ottica che non si può definire decisamente propagandistica, ha dimostrato la volontà di una parte dell’America di saper rileggere la storia. Certo, ci sono finora state pellicole più coraggiose, che fanno vedere un’America decisamente più in declino di valori, ma non si tratta di prodotti hollywoodiani come invece avviene in questo caso. Il regista Tony Scott non ha certo lo stile autorale del fratello Ridley; in questo caso però, come già fece in Nemico Pubblico, il suo cercare la moda registica del momento sfrutta appieno le potenzialità della macchina cinema, tra divismo e anche qualche furbizia.

Bella la scelta di ambientare la vicenda in quel periodo di stasi che precede la guerra del Golfo; due anni dopo la caduta del muro di Berlino, due anni dopo quell’anno in cui finirono anche i conflitti tra Iran e Iraq; entrambi eventi che spinsero il Papa a dichiarare il 1989 l’anno della pace.

 

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