"Lultimo miglio": è il tratto finale che
percorrono i condannati a morte prima dellesecuzione.
"Il nostro veniva chiamato Il miglio verde dal colore delle mattonelle che
lo costituivano". Così Paul Edgecomb (Tom Hanks) inizia il suo racconto
dellultima esecuzione da lui supervisionata nel 1935 come secondino del braccio
della morte del Coal Mountain Louisiana Penitentiary. John Coffey (Michael Clarke
Duncan) è il condannato: un gigantesco nero con lanimo puro e innocente come
quello di un bambino, che possiede però poteri miracolosi con i quali assorbe il male e
il dolore altrui. La vita dei due, seppur nella loro diversità, sia fisica che di
posizione sociale, è destinata a incrociarsi.
Non schierato pro o contro la pena di morte, il film non mira a creare una polemica, ma
più semplicemente si pone contro tutta la cattiveria delluomo: da quella verbale
allomicidio. Il risultato è forse unopera melensa e di buoni sentimenti, che
a tratti può risultare anche troppo "già vista". Ma questa banalità, che
molto spesso viene considerata falsa e pesante e che è dovuta soprattutto alla grezza
ingenuità del gigante buono Coffey e al suo sacrificio quasi biblico di redenzione del
mondo, è, al contrario, perfettamente in armonia col messaggio di fratellanza e perdono
che il film propone.
Tratto dal romanzo omonimo del genio narrativo Stephen King, il quale ha già regalato
al cinema storie indimenticabili quali Stand By me e Misery non deve morire,
questa trasposizione di Frank Darabont, che nel 1994 aveva ottimamente diretto un altro
film carcerario tratto da un racconto di King Le ali della libertà, riesce
benissimo a non far pesare le 3 ore e 10 che sulla carta possono spaventare. E
quando un film riesce a non far sentire la propria durata, vuol dire che ottiene
perfettamente il suo scopo: portare lo spettatore in un altro mondo: un mondo fantastico
nel quale i miracoli sono i buoni sentimenti e non solo le guarigioni.
Nel complesso, anche se non riesce a entusiasmare e far gridare al capolavoro, di certo
non delude.