Pignon è un impiegato contabile di una ditta di caucciù
specializzata nella produzione di preservativi. É un tipo anonimo,
come tanti. In seguito a una grave crisi finanziaria, Pignon è
inserito nell’elenco del personale da licenziare. Per evitare che
accada ciò, sotto consiglio di un anziano e singolare vicino, si
finge gay: l’azienda non potrà così compiere un’azione
politicamente scorretta come quella di licenziare un omosessuale.
L’argomento era molto delicato e il confine con la volgarità era
molto labile. Ma il regista Francis Veber, che già aveva scritto e
diretto La cena dei cretini, riesce bene a toccare la corde
giuste senza mai cadere nel ridicolo o nella macchietta. L’apparenza
inganna vuole così mettere in ridicolo non solo le persone
che si chiudono dentro un clichè e fanno fatica a cambiare, ma vuole
proprio portare all’attenzione il tema della realtà vissuta come
gli altri la vedono.
Un normale impiegato, lasciato dalla moglie e con un figlio
diciassettenne che lo considera una nullità, non ha alcun segno
caratteriale che lo contraddistingue dagli altri. Ma il primo a
credere e convincersi di ciò è proprio lui. Questo comporta che gli
altri lo vedano come tale. Infatti, Pignon non fa altro che far sapere
che è gay; non si atteggia da omosessuale, ma tutti pensano
semplicemente che lo sia. Pignon non ha cambiato nulla nel suo
atteggiamento, e questa voce sul suo conto basta perché tutti
comincino ad accorgersi che esiste. Persino il figlio lo vede come un
eroe.
Il cinema francese degli ultimi anni, insieme a quello inglese, è
quello con le idee più fresche e originali. Non solo nel campo dei
film cosiddetti impegnati (come il bellissimo La vita sognata degli
angeli di Zonca), ma anche nei kolossal (come Il Patto dei Lupi)
o nelle semplici commedie, quasi sempre con idee forti e intelligenti
che vogliono far pensare, e non solo deridere. L’apparenza
inganna rientra in questa categoria: estremizzando molto i
concetti, è un film comico molto più attuale di quanto sembri.