Vittima di un buco nero, un’astronauta si ritrova su un pianeta
popolato da scimmie, dove gli esseri umani sono solo considerati
schiavi. Un terribile segreto è comunque ben custodito dalle scimmie
e la verità può essere davvero sconcertante per tutti.
Proiettato in anteprima ad agosto al Festival
di Locarno, Il pianeta delle scimmie è un
successo annunciato: un titolo che richiama l’omonimo cult degli
anni ’70, attori dell’ultima generazione, e soprattutto un regista
che è una garanzia anche per i palati più fini. Ma allora cosa non
è andato bene? Tim Burton è uno specialista nel trasformare un mero
prodotto commerciale in un capolavoro d’autore: peccato che questa
volta non sia andata così.
Il miracolo di Batman non si è ripetuto: Burton purtroppo
delude: non per la messa in scena (grandiosa e spettacolare come
sempre), non per l'atmosfera gotica e angosciante (seppur sottotono)
tipica delle sue opere; bensì delude proprio nella parte più
importante: nella storia, il motore che manda avanti tutto l'apparato
cinematografico: lo spettatore certo non si annoia, ma manca di
sostanza. Tutto è vittima di una certa prevedibilità.
Forse la voglia di discostarsi troppo dall'originale per non
realizzare il remake di un capolavoro, lo ha fatto mancare di
originalità, facendo diventare la pellicola piuttosto prevedibile. Ma
si tratta solo di una scusa. A parte il tema di sottofondo della
globalizzazione, ormai usato/abusato, non vi è null'altro,
soprattutto nei personaggi: Burton non approfondisce nemmeno quello
che nella sua filmografia è l'essenziale, ovvero l'isolamento del
diverso; il tutto a favore della spettacolarità.
Un film che di sicuro riempie le sale, che è anche di sicuro
impatto visivo: la facciata di essere "un film alla Tim Burton"
c'è, ma manca qualcosa, ovvero l'anima che ha fatto grandi capolavori
come Edward, mani di forbice, il cortometraggio Frankiewinnie,
o il riuscitissimo Nightmare before Christmas. Tutto ciò viene
a mancare a scapito di un buon prodotto commerciale, da ammirare nella
sua fattezza artigianale, ma che purtroppo non inquieta e non lascia
il segno come ci si sarebbe aspettato da un grande regista come Burton.