LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

 

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Il mestiere delle armi

Titolo originale: Il mestiere delle armi
Regia: Ermanno Olmi
Interpreti: Hristo Jivkov; Dessy Tenekedjieva; Sandra Ceccarelli; Sergio Grammatico
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Musica: Fabio Vacchi
Produzione:
Italia, 2000
Durata: 105’

La vita, l’arme e gli amor di Joanni de Medici, giovane capitano

dell’armata pontificia costretto dalle circostanze, con il suo pugno di uomini, a essere l’unico che possa fermare l’avanzata dei Lanzichinecchi di Carlo V, imperatore degli alemanni. Il valore di Joanni, il suo coraggio, la sua bontà d’animo, correttezza e fiducia, non basteranno a toglierlo dall’inganno che lo porterà alla morte.

"Le armi cambiano il modo di fare la guerra, e sono le guerre che cambiano il mondo": l’inutilità della guerra, la stupidità delle armi, la crudezza della rappresentazione della guerra come propulsione dell’odio e della sofferenza, sembrano proprio essere questi temi nettamente in contraddizione con la stessa frase presente nel film.

La guerra raccontata in un periodo storico che ha letteralmente cambiato il mondo: la morte di Joanni de Medici non ha solo posto fine a una leggenda vivente piena di valore e coraggio, ma ha dato inizio a quella ferocia che sarà sempre più accanita per la costruzione delle armi: la morte del coraggioso e valoroso (termini usati non a caso e non per stereotipi, ma per pura verità), covata nell’invidia e nella vendetta, si celano al protagonista, alla vittima, dietro le sembianze del senso di colpa: un senso di colpa di un amore consumato a scapito di un altro amore stabile e consolidato bruciato da una passione costata cara: le armi hanno ucciso il corpo di de Medici, armi che sono state il mezzo di Dio per punire la sua lussuria.

Joanni de Medici anche attraverso le sue debolezze: attraverso la verità, la vita di un grande e giovane uomo, determinato nelle sue scelte, coerente con le sue decisioni, saggio dal saper accettare la sconfitta senza resa morale: la rappresentazione documentaristica di Olmi (in totale antitesi con la filosofia postmoderna degli ultimi vent’anni) è solo un meccanismo apparente attraverso il quale traspaiono sentimenti ed emozioni esaltate nel migliore dei modi dalla fotografia di Fabio Olmi.

Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo film: parlato in arcaico, la prima mezz’ora è davvero un caos riuscire a stare dietro alla trama, ma la poesia che ne scaturisce, abbinata alla schiettezza di una palla di cannone sparata contro un manichino o di un crocefisso senza braccia portato sulle spalle da un povero Cristo del ‘500 che nessuno ascolta, fanno sì che la pellicola diventi quella giusta rappresentazione della morte che merita la stupidità dell’uomo.

 

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