LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

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Galline in fuga

Titolo originale: Chicken Run
Regia: Peter Lord; Nick Park
Sceneggiatura: Jack Rosenthal; Karey Kiekpatrick
Fotografia: Dave Alex Riddett
Musica: Harry Gregson Williams; John Powell
Produzione:
Gran Bretagna, 2000
Durata: 84’

In un pollaio dove sta per scoppiare una certa rivoluzione data dall’arrivo di una macchina che fabbrica pasticci di pollo, le galline che vi abitano decidono di fuggire. Come? Naturalmente grazie all’aiuto del gallo volante caduto dal cielo, momentaneamente infortunatosi nel brusco atterraggio: insegnare a delle grasse galline a volare non sarà facile, ma la voglia di libertà è ancor meno facile da reprimere.

I pluripremiati Nick Park e Peter Lord realizzano un film d’animazione che riesce ad andare oltre la semplice classificazione del tipico film per bambini: nel pieno filone di pellicole come Toy Story della Disney, diversi piani di lettura si affacciano su questo simpatico film che non delude le aspettative né dei ragazzi, né degli adulti e nemmeno dei cinefili più accaniti. Prodotto dalla Dreamworks di Steven Spielberg, ormai diventata una vera e propria Major, Galline in fuga ha quella particolarità di genio nella creazione e nell’inventiva che solo due pazzi inglesi come Park e Lord sarebbero riusciti a creare: già vincitori dell’Oscar per i cortometraggi di Wallace e Gromit, i due hanno realizzato con la stessa tecnica della plastilina e dello stop-motion questo film dichiaratamente ispirato nella trama a La grande fuga con Steve McQueen.

Il risultato è una pellicola che vive di un mondo proprio, dove le invenzioni visive ben si associano a una certa tipicità della narrazione: la costruzione di un mondo attraverso oggetti che normalmente si pensa abbiano una sola e unica funzione, fa ben presagire nella perenne vita della fantasia: nulla può essere tolto all’inventiva se questa viene mantenuta viva grazie anche a film come Galline in Fuga. Questo per quanto riguarda l’originalità della realizzazione: i due registi britannici non hanno fatto altro che coniugare una certa capacità di pensare totalmente inglese a un modello di realizzazione americano, sfruttando a pieno regime le potenzialità della enorme Dreamworks (la lavorazione del film è durata oltre due anni).

Per quanto riguarda invece il contenuto, la capacità di emozionare, impaurire e far ridere grandi e piccoli, non è semplice: bello smacco per la Disney, la quale dopo Il re leone, soltanto l’originale Toy Story era stato capace di tanto.

 

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