La
rinascita della docu-fiction e del documentario
Il nostro periodo
storico continua a riservarci momenti di forte riflessione. La
situazione internazionale è sempre più tesa per le scelte
politico-economiche risolutive. Quella geografica è sempre più
confusa: malgrado l’Occidente cerchi sempre più di delineare i
confini di macroaree che vessillino alleanze nuove, l’Oriente,
il Medio-Oriente e l’Africa, ormai totalmente bersagliati da guerre,
ingerenze o ricostruzioni, vengono continuamente ridisegnati. E molto
spesso in questi tre anni (quelli post 11.09.01) ci è capitato di
sorridere da telespettatori delle indicazioni errate che più di un
giornalista (e spesso americano) forniva sulla posizione di
Afghanistan e Iraq. Culturalmente siamo soggetti a terremoti che
censurano gli artisti e propinano l’appiattimento sotto forma di
“specializzazione necessaria per superare le contingenze”.
E l’artista come
risponde? Quella romantica figura che credo fortemente possa aprire
gli occhi ai suoi contemporanei, accecati dal sogno indotto di
faticare poco ed avere tutto (soprattutto attraverso i mezzi di
comunicazione di massa) si ritrova in una trasformazione obbligata.
Cinematograficamente, quindi, anche gli autori ed i registi si
ritrovano a dover esprimere un emergente disagio: quello di essere in
un mondo globale, dove ormai tutti potrebbero sapere tutto di tutto
(considerando capacità e possibilità limitate dell’essere umano).
Ma l’artista nella sua “originale vita” ha bisogno di
differenziarsi e dire la propria in maniera nuova, significativa.
Entrando nelle menti e nei cuori dei suoi fruitori.
Forse sta proprio
in questa situazione di precariato diffuso e non solo lavorativo che
si può trovare la ragione della sempre più frequente tendenza ad
orientarsi verso il genere documentario. Di primo acchito questo
termine rievoca noiosi formati che si concentrano sugli aspetti
naturalistici (flora e fauna), storici, geografici, artistici (vite di
pittori, scuultori, registi, poeti, scrittori…). E questa è la sua
vera essenza. Il documentario nasce proprio come genere che
approfondisce dati e notizie inconfutabili. Alla luce, però, delle
nostre emergenze umane, delle evoluzioni dello spettatore e,
soprattutto, del calo creativo che assilla gli artisti del mondo
sviluppato, il genere è stato trasformato, creando sottotipologie
espressive: il finto documentario, il docu-fiction, il film
documentaristico, il reportage.
Ho pensato, quando
i botteghini hanno cominciato a staccar biglietti per questo tipo di
nuove forme cinematografiche, che fosse un modo per portare nel cinema
quella perversa passione dei reality show&C.
Ma c’è dell’altro.
Il mio personale compagno di viaggio, detto anche dizionario della
lingua italiana, sotto la voce documentario annovera due definizioni.
Come aggettivo lo riconosce “Capace di fornire dati e notize, più
che convincere sul piano logico ed estetico”; come sostantivo lo
innalza a “film girato dal vero per il cinema o la televisione con
intenti divulgativi o informativi su fatti, avvenimenti, problemi di
varia natura”.
Infatti la sua
radice è inequivocabilmente “documento”. Questo apporto
insostituibile, mi ha fatto soffermare a pensare sulla necessità di
raccogliere informazioni e dati attendibili e comprovabili. Quindi, la
mia mente è corsa subito alle condizioni di sceneggiatori e registi
del grande schermo, sempre in continua emergenza economico-temporale.
Ma se siamo nell’anno del documentario, non ci sono soldi per le
produzioni, come mai ne stanno producendo tanti e di così gran
successo?
Un titolo per tutti. Fahrenheit 9/11, il dissacrante film di Michael
Moore, è il primo documentario nella storia del cinema a raggiungere
la quota dei 100 milioni di dollari d’incasso negli USA. Il film è
uscito in Italia il 27 agosto, dove ha raccolto buoni consensi (dal 27
al 29 agosto ha guadagnato ben € 1.274.192 – 2° tra Starsky &
Hutch e Catwoman – poi ditemi che la promozione non sposta le
vendite!). Ma guarda un po’ scopro anche che l'uscita del dvd in
America è fissata per novembre. In contemporanea con le elezioni
presidenziali. Moore ha portato sul grande schermo il ritratto di
un’America trafficona, sotto la guida di Bush Junior. Nulla di
nuovo, ho commentato all’uscita del film. Ops, del documentario…
di oltre due ore!
Michael Moore ha
il grande merito di andare al di là della superficie dei fatti,
approfondendo l’analisi del suo ragionamento fino al dettaglio, che
ci mostra la realtà dei fatti. Fahrenheit 9/11 conta su un montaggio
eccelso, su un ritmo da regista eccelso quanto Moore sta dimostrando
di essere (vedi Bowling a Columbine), di una lucida ironia
(irresistibile quando chiede ai membri del Congresso di firmare il
modulo per far arruolare i propri figli nei Marines...), di uno
sguardo profondo ed indagatore (toccante la scelta di rappresentazione
di quell’ipermediatico 11 settembre, altrettanto fendente la
registrazione delle espressioni del presidente quando, in visita in
una scuola elementare, gli comunicano che le due torri sono state
attaccate, mentre legge "La mia capretta”).
Sguardi che
parlano attraverso i visi dei soldati americani, della gente che
assiste al crollo delle Tower, dei familiari che leggono le lettere
dei figli caduti. Il mio viso, rigato dalle lacrime per due ore.
Quelle in cui assistevo immobile sulla mia poltroncina alla conferma
orwelliana che “la guerra è solo uno strumento per il mantenimento
dello stato dello cose”. Quello di Moore è vero cinema
documentarista, che consolida una tendenza di cui si sente l’arrivo
da un po’. Ad esempio a Galatone, nel Salento, è nato per mano di
Paolo Pisanelli un piccolo festival, Cinema del reale, una vera festa
del documentario che riconosce De Seta, Mingozzi, di Costanzo,
Rossetto attraverso tre sezioni (Paesaggi del Sud, Memorie e migranti,
Maestri e scuole). Una manifestazione che segnala la necessità di
rendere più visibile la presenza dei documentaristi italiani dopo
l'effetto Moore.
Il recupero di questo
“genere” ci mette davanti alla realtà dei fatti: il pubblico è
sempre più attento ed esigente! Il documentario è un termine troppo
riduttivo per questi progetti coraggiosi dal punto di vista artistico
e produttivo, capaci di competere sul mercato internazionale. E forse
segna concretamente un ricambio generazionale.
Siamo alle soglie del periodo più ricco di festival e di lanci di
nuove pellicole. Locarno e Venezia (presieduta dal regista
documentarista francese Nicolas Philibert) chiudono la stagione
gossippiana estiva e si aprono le manifestazioni più piccole ed
altrettanto attente: Milano Film Festival, Torino giovani, Visioni
Italiane, International Documentary Film Festiva of Navarra,
Videopolis, Festival dei Popoli, Corto divino, Corto Siracusano,
Nikelodeon, RacCorti pisani, Toni Corti.
Intanto arriva anche
sul piccolo schermo il Vincitore dell’Oscar 2000 sezione
documentari, Un giorno in settembre di Kevin MacDonald; prende il via
la programmazione di Iride TV, canale tematico sul documentario che si
avvale dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio democrativo
di Roma, Etnos di Bologna, Arcoiris di Modena, Documè di Torino;
Torino apre al pubblico l’Archivio del Documentario sull’Arte
Contemporanea; si promuovono le opere di giovani filmaker come
l’Israeliano Yoav Shamir, autore di Checkpoint, documentario girato
tra i duecento posti di blocco israeliani in terra palestinese;
due documentari italiani parteciparanno al Prix Europa Festival 2004
(Citizen Berlusconi di Susan Gray e Sorriso amaro di Matteo Bellizzi).
E, ultimo stimolo, si apre a Milano il corso di laurea in Antropologia
e Etnologia. Tra panoramiche nazionali ed internazionali, quindi, si
riconosce questa forte tendenza al documentario travasato nel mondo
cinematografico da “sala”. Ricordiamo tutti il pessimo tentativo
di Salles con i Diari della motocicletta. Non un documentario, ma una
docu-fiction tratto dal fantastico testo “Latinoamericando” che ha
fatto conoscere il Che a chi come me, nasceva quando Guevara
concludeva il suo viaggio terreno.
E quest’anno nelle
sale troveremo anche il figlio di Maurizio Costanzo che il Festival di
Locarno ha decretato vincitore, forse più per una questione morale,
che artistica. Anche Saverio Costanzo, classe ’75, ha presentato
alla manifestazione svizzera un docu-fiction: Private è l’icursione
nel privato di una famiglia palestinese, che subisce un tentativo di
esproprio della propria casa da parte dei soldati israeliani. Il forte
messaggio sulla resistenza pacifica, adottata dal pater familiae,
consente al piccolo nucleo (padre, madre e cinqu figli) di condividere
la casa con i soldati.
Il pregevole tentativo di rivelare ed indagare il privato e
l’intimità di chi vive in guerra, a noi celata dall’informazione,
non consente, però, a questa pellicola di essere annoverata nel
documentario, ma nella sua sottocategoria, la docu-fiction. Anche
perché la finzione nasce dalla scelta di girare in Italia e non sul
reale territorio del conflitto e di impiegare attori che interpretano
una storia vissuta da altri , anche se sono palestinesi. Ma è
costruito, anche se su una storia vera. Quindi, è un film.
Infine, questa
“innovativa” tendenza presenta un'altra sottocategoria: il falso
documentario, quel prodotto che ha le caratteristiche del genere, ma
racconta cose non vere. Sempre Locarno, quest’anno ha
presentato una retrospettiva, sotto il titolo Newsfront, dove il
percorso di oltre 90 film portava alla riscoperta di un vero e proprio
“genere” narrativo (detto Newspaper Movie grazie al grande Noyce)
ed a riflettere sul verità e oggettività dell’immagine, sul cinema
che si lega alla rappresentazione storico-critica, sull’etica che
conduce il reporter. Riflessioni che si rifanno al dibattito sulla
distorsione del reale ed al trionfo del cinema-documento, ma che
soprattutto si sono intersecate nelle quattro sezioni (Prototipi,
Genere, Regista Reporter, Occhio Impuro).
Documenti, film
leggende e memorie, reportage, finzione e falsificazione, tutti
aspetti di un genere non emergente, ma recuperato, forse perché le
questioni aperte hanno la propria emergenza ad essere rappresentate.
Forse perché il pubblico è cresciuto, grazie all’insoddisfazione
dell’offerta culturale, forse perché i bisogni vengono indagati
veramente solo per trovare un’altra forma di business, a causa
dell’inaridimento delle menti creative occidentali. Qualsiasi sia la
ragione di questa nuova tendenza cinematografica, ci fa piacere sapere
che anche il documentario, docu-fiction, falso documentario o
reportage che sia, va incontro ad un’aurea stagione. Sta a noi a
questo punto far capire a chi ci conta le teste (come i voti e le
tessere fedeltà) che desideriamo continuare questo viaggio
cultural-umano. Con nuovi occhi. E non verso nuove territori da
occupare.
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