Lars Von Trier abbandona le ferree regole ideate con il
manifesto del Dogma 95, da lui scritto, per così creare un capolavoro che
difficilmente verrà dimenticato. Unendo le caratteristiche del musical hollywoodiano e
del classico melodramma, il regista danese ci racconta lagghiacciante storia di
Selma, donna dellest europeo emigrata negli Stati Uniti per poter curare il figlio,
il quale, come lei, è affetto ad una grave malattia agli occhi che porta alla sicura
cecità. Selma sta velocemente diventando ceca, ma deve assolutamente lavorare per poter
raccogliere i soldi che pagheranno loperazione al figlio.
Come già aveva fatto con Le onde del destino, Von Trier colpisce allo stomaco
per lefficacia e la crudezza con cui riesce a rendere la realtà dei sentimenti. Il
suo modo (stomachevole? anomalo? innovatore? eclettico?) di fare cinema, rende la
pellicola "vera", talmente vera che i momenti in cui i protagonisti iniziano a
cantare non risultano per nulla finti. Questi momenti sono lanima,
lingenuità, i sogni, le speranze di Selma.
Dancer in the Dark non è un musical perché, a differenza di tutti quei film
definiti tali, non tratta un tema-pretesto che serve solo a far cantare i protagonisti. Dancer
in the Dark è un melodramma che usa le canzoni perché proprio le canzoni, la musica,
i rumori, sono le cose che fanno parte della vita di una donna che riesce, con i semplici
frastuoni di ciò che le sta intorno (e non solo...), a creare un musical e quindi essere
felice e "vedere".
Grandiosa la performance di Bjork, attrice perfetta che sfodera tutta la sua bellezza
nelle canzoni da lei scritte apposta per il film. Bjork rende a Selma qualcosa che
nessunaltra attrice sarebbe mai riuscita a fare: la sua musica diventa tuttuno
con il personaggio di Selma e, insieme, raccontano la passione: passione che rompe la
cecità, passione che distrugge le false regole civili, passione che crea lamore,
passione che rende il sacrificio un elemento necessario alla felicità.
Dancer in the dark è pura poesia visiva e musicale.