Nel mondo degli hacker: come rubare nove miliardi di dollari al
governo degli Stati Uniti senza che nessuno sappia nulla? E' quello che
vuole fare Gabriel, patriota con un grande senso dell'America che per
difenderla dai terroristi è disposto a tutto. Rientra nel suo progetto
anche il coinvolgimento di Stanley, il più grande hacker del mondo,
appena uscito di prigione per crimini informatici e con il divieto di
avvicinarsi a qualsiasi terminale, il quale dovrà compiere il miracolo.
Continuano ad affiorare sempre più frequenti i film che dimostrano
quanto gli americani siano rimasti sconvolti dalla bomba di Oklaoma
City: con quell'atto gli Stati Uniti hanno capito di poter essere
attaccati dall'interno, che il male si cela dietro e dentro di loro:
già l'anno scorso Arlington Road - L'inganno portò
drasticamente all'attenzione del grande cinema il problema del
terrorismo dall'interno della Nazione più potente del mondo. Oggi
Codice:swordfish, seppur con meno cattiveria, pone l'attenzione su
quanto gli americani siano rimasti scossi e, finalmente detto
chiaramente, quanto siano disposti a fare per fare in modo che non
ricapiti una tragedia del genere.
Dopo il bruttissimo e adrenalinico Fuori
in 60 secondi, Dominic Sena, che con in mano una buona
sceneggiatura aveva già dimostrato di saperci fare come fece con Kalifornia,
realizza con Swordfish una pellicola che attacca
praticamente tutto: dal finto perbenismo americano, al modo di fare
cinema: uno splendente e tarantiniano John Travolta, in un grandioso
inizio, spiega come il cinema non abbia il coraggio di osare:
"Hollywood produce merda: film con effetti sensazionalistici e
happy end gratuiti, senza un pizzico di realismo". Un attacco che
è una ottima premessa per il film stesso: usando canoni prettamente
hollywoodiani come la struttura narrativa, il film di Sena mette in
scena un ottica tarantiniana che tanti finora hanno osato, ma che pochi
hanno realizzato con successo.
Gli attori sono tutti perfettamente in parte: a parte Travolta
(sempre più in forma nelle parti da cattivo) le facce linde e pulite
ben si adattano al modo di fare cinema che il film vuole andare a
colpire: purtroppo la facciata hollywoodiana di questo Swordfish
rischia di far passare in secondo piano la lettura di quella parte
cattiva di film: la grandiosità dell'audio e la spettacolarità di
molte scene sono mezzi che ormai hanno soffocato un certo modo di fare
cinema, ghettizzandolo così i prodotti. Dopo i tatni cloni di Matrix,
questa volta siamo di fronte a uno di quei pochi film, magari non
eccezionale, ma che riesce a coniugare la fatiscenza alla storia.