LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

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Codice: Swordfish

Titolo originale: Swordfish
Regia: Dominic Sena
Sceneggiatura: Skip Woods
Fotografia: Paul Cameron
Interpreti: John Travolta, Hugh Jackman, Halle Barry, Sam Shepard
Produzione:
USA, 2001
Durata: 100

Nel mondo degli hacker: come rubare nove miliardi di dollari al governo degli Stati Uniti senza che nessuno sappia nulla? E' quello che vuole fare Gabriel, patriota con un grande senso dell'America che per difenderla dai terroristi è disposto a tutto. Rientra nel suo progetto anche il coinvolgimento di Stanley, il più grande hacker del mondo, appena uscito di prigione per crimini informatici e con il divieto di avvicinarsi a qualsiasi terminale, il quale dovrà compiere il miracolo.

Continuano ad affiorare sempre più frequenti i film che dimostrano quanto gli americani siano rimasti sconvolti dalla bomba di Oklaoma City: con quell'atto gli Stati Uniti hanno capito di poter essere attaccati dall'interno, che il male si cela dietro e dentro di loro: già l'anno scorso Arlington Road - L'inganno portò drasticamente all'attenzione del grande cinema il problema del terrorismo dall'interno della Nazione più potente del mondo. Oggi Codice:swordfish, seppur con meno cattiveria, pone l'attenzione su quanto gli americani siano rimasti scossi e, finalmente detto chiaramente, quanto siano disposti a fare per fare in modo che non ricapiti una tragedia del genere.

Dopo il bruttissimo e adrenalinico Fuori in 60 secondi, Dominic Sena, che con in mano una buona sceneggiatura aveva già dimostrato di saperci fare come fece con Kalifornia, realizza con Swordfish una pellicola che attacca praticamente tutto: dal finto perbenismo americano, al modo di fare cinema: uno splendente e tarantiniano John Travolta, in un grandioso inizio, spiega come il cinema non abbia il coraggio di osare: "Hollywood produce merda: film con effetti sensazionalistici e happy end gratuiti, senza un pizzico di realismo". Un attacco che è una ottima premessa per il film stesso: usando canoni prettamente hollywoodiani come la struttura narrativa, il film di Sena mette in scena un ottica tarantiniana che tanti finora hanno osato, ma che pochi hanno realizzato con successo.

Gli attori sono tutti perfettamente in parte: a parte Travolta (sempre più in forma nelle parti da cattivo) le facce linde e pulite ben si adattano al modo di fare cinema che il film vuole andare a colpire: purtroppo la facciata hollywoodiana di questo Swordfish rischia di far passare in secondo piano la lettura di quella parte cattiva di film: la grandiosità dell'audio e la spettacolarità di molte scene sono mezzi che ormai hanno soffocato un certo modo di fare cinema, ghettizzandolo così i prodotti. Dopo i tatni cloni di Matrix, questa volta siamo di fronte a uno di quei pochi film, magari non eccezionale, ma che riesce a coniugare la fatiscenza alla storia.

 

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