Due
amiche, Sam e Jules, hanno due visioni diverse della vita. Una è
piena di voglia di vivere, l’altra vede invece costantemente i lati
negativi delle cose. Sam trascina in tutto e per tutto Jules, anche
nella propria passione per la danza, fino a quando però si scopre
malata di tumore.
Basato
su una storia vera, non si può certo dire che la visione lasci
indifferenti. Sono tanti i film giovani che sfruttano la musica come
veicolo di comunicazione, come sfogo per essere capiti o semplicemente
per riuscire a stare in sintonia con quello che accade intorno. Lo
scorso anno ottenne un grande successo Save
the last dance, che non pretendeva di dare tante risposte. Oggi A
time for dancing cerca di spiegare qualcosa di più grande
utilizzando la musica e la passione per la danza come tramite per un
proprio equilibrio.
Esperimento
riuscito a metà. Originale, e veramente sentita, la personalizzazione
della malattia attraverso la visione di eterei passi di danza. Molto
banalizzata, invece, una storia che voleva essere a tutti i costi più
new age della stessa new age criticata all’interno del film.
Altro
film sull’amicizia tra due ragazze, uscita sugli schermi quasi
inosservata qualche mese fa, era L’altra
metà dell’amore. La musica non c’entrava nulla, ma i
sentimenti di amicizia erano delineati con passione. A
Time for dancing rimane troppo in bilico tra la musica e gli
affetti.
Omaggiare
qualcuno che ha dedicato fino alla fine la propria vita a un ideale è
lecito e nessuno lo può vietare. Farlo bene o male certe volte passa
in secondo piano. Resta il fatto che, se si trattasse di una storia
inventata, il film sembrerebbe esagerato e impossibile, figlio di una
spiccia filosofia new age. Ma non è così: siamo di fronte a una
storia vera che, seppur romanzata non in maniera eccelsa, deve far
pensare a come la passione non possa vincere le malattie, ma
semplicemente aiutare a trovare una direzione.