LE RECENSIONI
a cura di Manuel Sgarella

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American Psycho  (v.m. 14)

Titolo originale: American Psycho
Regia: Mary Harron
Interpreti: Christian Bale; Willem Dafoe; Reese Witherspoon; Chloe Sevygni; Jared Leto
Sceneggiatura: Mary Harron; Guinevere Turner
Fotografia: Andrzej Sekula
Musica: John Cale
Produzione:
USA, 2000
Durata: 104’

Uno yuppie americano in pieno anni ’80: vicepresidente di una grande azienda, come tanti altri; con un proprio ufficio, come tanti altri; con una ragazza che si vuole sposare, come tanti altri. Qualcosa, a un certo punto, comincia a non essere più di suo gusto: tutto diventa irritante e irritabile: dal miglior biglietto da visita all’amico che sbaglia il nome quando ti chiama... tutto ciò non può far altro che portare alla violenza pura.

I nomi e la perdita di identità, sembrano proprio essere l’incidente scatenante che genera la furia omicida ben celata dietro la facciata delle maschera di bellezza e degli shampoo alle erbe rivitalizzanti. La semplicità dimenticata di American beauty portata all’eccesso senza però avere la stessa capacità di osare in ugual misura: violenza, narcisismo maschilista, consumismo, conformismo, paiono voler essere i motori principali che scatenano la furia, ma tutto viene trattato con troppa leggerezza: molto sembra essere già visto, molti al cinema hanno già affrontato lo stesso tema ed anche in maniera migliore (non in senso di film horror, ma con una efficacia davvero prorompente, uno su tutti è stato il cattivissimo Nella società degli uomini).

Tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis (lo stesso autore di culto del libro Meno di Zero), American Psycho non riesce a rendere la stessa analisi approfondita che da il libro della società americana degli yuppie di fine anni ’80: la cena al ristorante più in della città, la gara al miglior biglietto da visita, o i piccoli e poco taglienti dialoghi, altro non sono che una minima parte di quello che sarebbero potute essere le potenzialità della pellicola.

L’attore Christian Bale incarna perfettamente, in un’espressione indecifrabile, l’apatia dell’eterna maschera che nulla cela; perfetta la sua resa nel ruolo (Leonardo di Caprio, che all’inizio avrebbe dovuto interpretare il ruolo, mai sarebbe riuscito a farlo in tal misura). La regista Mary Harron mette un po’ troppo della sua femminilità, esagerando forse quei tratti caratteristici dell’uomo che tanto danno fastidio alle donne (come il sicuro orgoglio maschile): non che ciò sia un male, ma questo ha portato inevitabilmente a perdere per strada situazioni e momenti che maggiormente avrebbero reso la critica alla società consumistica americana.

Non un brutto film, ma American Psycho rischia di non lasciar nulla allo spettatore che non sia semplicemente, come dichiarano apertamente i titoli di testa, solo sangue.

 

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