Dieci anni della vita di Cassius Clay. Anni che vanno dalla prima
conquista del titolo mondiale dei pesi massimi, passando per il
rifiuto di andare a combattere in Vietman e il conseguente ritiro del
titolo, fino ad arrivare alla riconquista del titolo nello storico
incontro contro George Foreman a Kinshasa nel ’74.
Questo e molti di più nel bellissimo film di Michael Mann. Non si
tratta semplicemente di una cinebiografia, e nemmeno della
rappresentazione di un mito, si tratta di dieci anni di vita di un
uomo. Un uomo fatto della propria arroganza fin dall’inizio della
propria carriera, un uomo con degli ideali e con delle paure (seppur
celate) che non ne fanno semplicemente un eroe per un film, ma un uomo
nel senso più archetipo del termine. Cassius Clay per l’America è
ormai una leggenda vivente, ma lui stesso afferma che la sua vita non
deve essere ridotta a all’immagine tremante dell’accensione della
fiamma olimpica di Atlanta ’96.
Già il documentario Quando eravamo re, che tra l’altro
vinse l’Oscar, riuscì appieno nell’intento di portare alla
conoscenza del mondo di oggi l’impresa sociale che fu in grado di
compiere Muhammad Alì, pugile amico di Malcom X che rifiutò di
essere arruolato nell’esercito per "andare a uccidere i
vietcong". Atto per cui gli fu ritirato il titolo di campione del
mondo.
In Alì si ricostruisce appieno non solo il mach con Foreman
del ’74, ma viene illustrato un periodo cruciale della storia come
la lotta al razzismo, il tutto attraverso i combattimenti del ’64
che portano il campione a conquistare il titolo mondiale, fino ad
approfondire il rapporto con gli amici e con le donne. Molto bella l’idea
di far vedere l’uomo e le sue debolezze: l’amore per le donne che
contrasta sia con la sua ideologia sia con la religione; il rifiuto
della guerra viene anche letto come paura della morte, e non solo come
motivo ideologico; l’amicizia con Malcom X, da Cassius rifiutato
perché Malcom era stato rinnegato dalla religione islamica (cosa che
accadrà anche allo stesso Muhammad Alì quando cadrà in disgrazia).
E poi il legame con i suoi subalmterni, l’amicizia con il mistico
Bundini.
Alì è un film costruito su tanti tasselli, quegli
stessi tasselli che compongono la vita di ogni uomo. Una pellicola dai
tempi anomali, lenti e coinvolgenti allo stesso tempo, capaci di far
dimenticare allo spettatore le oltre due ore e mezzo di visione.
Bellissime le scene sul ring (rese appieno da un grande Will Smith):
puro cinema che fa capire quanto siano inutili film costruiti solo sul
montaggio adrenalinico. Un capolavoro che fa del regista Michael Mann
uno dei pochissimi autori dell’attuale produzione americana.