In un futuro probabilmente non molto lontano, i "mecca"
sono chiamati a sostituire gli umani nei vari lavori per portare
avanti la società: costano meno. Le famiglie per procreare hanno
bisogno di un permesso, così un normale papà e mamma ibernano il
proprio figlio naturale in attesa di una medicina che curi la sua
malattia, e accettano in casa David, un bambino Robot capace di
provare sentimenti. Con il ritorno del vero figlio abbandoneranno
quello artificiale e David sarà così costretto a partire alla
ricerca delle sue origini.
Film nato nel mito, cresciuto nella leggenda, e approdato nelle
sale per deludere: l’attesa per questa commistione Spielberg-Kubrick
è stata talmente elevata che non si sarebbe potuto gridare al
capolavoro all’unanimità: "Kubrick avrebbe fatto meglio;
Kubrick non si sarebbe permesso", e così via: inutile
polemizzare su quello che sarebbe stata una pellicola. Soggetto del
genio di Stanley Kubrick, progetto portato avanti per anni, lo ha
proseguito Steven Spielberg cercando di rispettare il più possibile
quello che era l’anima del regista simbolo di un secolo.
Il risultato: non poteva decisamente essere un altro film di
Kubrick. Spielberg ha logicamente messo del suo: un po’ (tanto) di E.T.,
molto di incontri ravvicinati, il senso della fiaba di Hook.
Tutto ciò su quello che era l’involontario filosofeggiare delle
opere di Kubrick. Se il film sia un capolavoro o meno è messo molto
in discussione; resta il fatto che due menti si sono unite e, insieme,
hanno creato un’opera che è decisamente riuscita a far discutere
non solo per la sua estetica non ben definita, ma soprattutto per il
suo provocante e disturbante contenuto.
Artificial Intelligence è diviso in tre nette parti che
purtroppo vanno lentamente verso quel senso di prevedibilità che
stona con il resto del film. Se la prima parte di David a casa è
pressochè perfetta in tutto, la seconda la segue a ruota con quel
baraccone che è la "fiera dei mecca"; purtroppo la terza
parte perde in quello che normalmente chiamiamo "già
visto". La prevedibilità subentra alla fascinazione, e la
delusione quasi uccide il messaggio di inquietudine che comunque il
film lascia trapelare nel suo apparente lieto fine.
Il giovane Haly Jay Osment si conferma essere un grande attore,
capace di interpretare un David sia con emozioni che senza: una prima
parte suggestiva che vive in perfetta simbiosi di regia e recitazione
fa del giovane una vera speranza del cinema: speriamo che la crescita
non monti la testa del piccolo o che il sistema hollywoodiano non lo
annulli come ha già fatto con tante altre baby-star.