Speciale "IL DOTTOR ZIVAGO"
a cura di Manuel Sgarella

Zivago, un kolossal per la televisione

Intervista a Campiotti all'anteprima de "Il tempo dell'amore"

Recensione de "Il tempo dell'amore" 

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Televisione - Incontro con l’autore varesino che ha diretto la co-produzione “Il dottor Zivago”, in onda su Canale 5

Campiotti « il mio Zivago è una fiction dalle ambizioni cinematografiche»

Una co-produzione internazionale con riprese effettuate in Slovacchia, nella Repubblica Ceca e sui monti Tatras, al confine con la Polonia; un budget da 12 milioni di dollari e, soprattutto, un regista varesino, Giacomo Campiotti. L’opera è “Il dottor Zivago” e la prima puntata andrà in onda su Canale 5 martedì 11 febbraio. Si tratta di una fiction in due puntate tratta dall’omonimo romanzo di Boris Pasternak.
La pellicola è co-proddotta da americani, inglesi e italiani, un vero e proprio kolossal della televisione. Campiotti è stato aiuto regista di Mario Monicelli e, dopo aver fatto parte del gruppo “Ipotesi Cinema” fondato da Ermanno Olmi, ha diretto tre lungometraggi: Corsa di Primavera, Come due coccodrilli e
Il tempo dell’amore. Varesenews ha incontrato il regista che oggi vive e lavora a Roma: «Il dottor Zivago non è un semplice prodotto televisivo – spiega lo stesso Campiotti – C’è molto cinema sia nella stesura della sceneggiatura sia nel linguaggio usato».

Come è nato il progetto?
«Sono stato chiamato da alcuni produttori americani che avevano visto Il tempo dell’amore. Volevano realizzare questa fiction dal respiro internazionale. Ero appena tornato da Manhattan dove avrei dovuto girare un altro film, poi l’attentato alle Twin Towers ha sconvolto i programmi di tutti. Per l'offerta fattami ero molto indeciso, soprattutto perché si trattava di un prodotto televisivo».

Cosa ti ha convinto?
«In Italia è difficile fare un prodotto di qualità con la televisione, ma all’estero è diverso: gli autori sono considerati e il risultato ottenuto lo dimostra. Sono molto soddisfatto, nonostante abbia avuto diverse divergenze in fase di sceneggiatura. Divergenze a cui poi si è stato trovato un giusto equilibrio. Infatti, il film è molto piaciuto in Inghilterra. E poi il romanzo di Pasternak e uno dei pochissimi libri che ho letto due volte. Questo ha aiutato molto la mia decisione».

Una co-produzione internazionale tra americani, inglesi e italiani. Come ti sei trovato?
«È stato durissimo. In Italia è molto difficile poter lavorare in questa maniera, lasciando tanta libertà al regista. Mi dispiace anche dirlo, ma non ho mai lavorato così bene».

Non è la prima volta che Il dottor Zivago viene trasportato sullo schermo: il regista David Lean nel 1965 realizzò un grande film di successo...
«Il dottor Zivago è prima di tutto un caposaldo della letteratura mondiale. Per me è soprattutto un libro, non solo un film inglese. In questa versione è più presente l’anima del libro, le emozioni, gli amori, le passioni. Il film di Lean era piuttosto “inglese” e mancava di veri sentimenti; tutto era piuttosto episodico. Nel mio film ci sono più spazi, nulla è stato realizzato in studio, gli attori sono più giovani e soprattutto emerge la passione».

Una volta gli autori passavano dalla televisione per arrivare a cinema. Recentemente sembra invece che la televisione stia appassionando molti autori di cinema. Oltre a te si aggiungono anche Marco Tullio Giordana, Ricky Tognazzi o Carlo Carlei. Sta forse cambiando qualche cosa?
«Non è tanto la televisione di per sé che abbassa la qualità del prodotto, è quello che ci metti dentro. E poi al cinema si raggiunge solo qualche migliaio di spettatori. Con la televisione possiamo arrivare a parlare a milioni di persone. In fondo lo stesso Bertold Brecht ha più volte elencato i poteri della televisione. L’importante è che siano gli autori a contaminare la televisione, e non la televisione a contaminare noi. Per il resto faccio film solo se li voglio fare. Certo c’è la pubblicità, ma in questi giorni sto giusto lottando per riuscire a inserire i tagli dove dico io, anche per rispetto nei confronti dello spettatore».

Avete effettuato le riprese poco dopo i fatti dell’11 settembre. Quanto ciò ha condizionato questa nuova lettura del romanzo?
«La prima parte si conclude con una grande battaglia della prima guerra mondiale. Abbiamo cercato di raccontare che la guerra non ha nulla di eroico, che esiste solo il dolore di chi la vive. Nella seconda parte c’è anche un partigiano che uccide i suoi figli per paura che accada loro qualcosa di peggio. Con questa lettura piena di passioni volevamo solo dare un messaggio diretto sul perché la vita valga la pena di essere vissuta. Il poeta è quello che guarda gli eventi con i propri occhi e non con quelli di chi te li vuole far vedere. La guerra giusta non esiste».

 

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