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Gallarate
- Anticipata a sabato l'inaugurazione alla Civica Galleria
della personale dell'artista emiliano
Il dramma universale e
umano di Enzo Nenci
(28
novembre 2003) Enzo Nenci scriveva nel 1968 “Sentii la
necessità di cantare con armonie nuove nelle forme, forme che
intendono esprimere l’amore della natura nel dramma
universale e umano” a proposito di quel gruppo di sue
sculture chiamate “stalagmiti-stalattiti”, leit-motiv,
come le definisce Franco Monteforte, “alla fase più matura
della sua produzione artistica, quella che si apre subito dopo
la seconda guerra mondiale con il trasferimento a Bergamo
prima e poi, definitivamente, a Mantova”.
E sono parole di
un’espressività emotiva e spirituale profonda, così come
emozionalmente profonda nei sentimenti è l’arte di Enzo
Nenci, scultore che ha rappresentato una figura artistica di
fondamentale importanza in Italia negli anni che vanno dalla
fine della prima guerra mondiale fino al Settanta, e che,
riproposto negli ultimi due decenni con una serie di
importanti esposizioni a Mantova (1983, 1997, 1990) e Ferrara
(1989), nel centenario della sua nascita, viene presentato con
un’importante e ampia mostra antologica itinerante, a cui il
curatore Luciano Caramel ha voluto dare un taglio
storico-critico di grande interesse, e soprattutto fuori dagli
schemi convenzionali che tradizionalmente accompagnano la
figura di questo artista.
La Civica Galleria d’Arte
Moderna di Gallarate ospita la mostra dal 29 novembre 2003
all’11 gennaio 2004, raccogliendo esempi dei lavori di Nenci
tra il 1925 e il 1970 già allestita presso il Museo Civico di
Mirandola (fino al 16 novembre) e al Museo Virgiliano di
Virgilio (Mn).
Nato
nel 1903 a Mirandola, in provincia di Modena, da padre
musicista e madre che era una contessa, nonché pittrice
dilettante, Nenci (il cui lavoro è stato ampiamente
riscoperto dopo la sua morte, grazie ai familiari, soprattutto
al figlio Giorgio) ha fin da piccolo la possibilità di
crescere in un ambiente intellettualmente e culturalmente
stimolante e vivace, in una famiglia frequentata da musicisti,
letterati, artisti. Vive la sua infanzia a Ferrara, dove si
trasferisce nel 1907 e tra il 1925 e il 1928 attraversa
un’intensa stagione espositiva che lo vede presente in
importanti rassegne nel Ferrarese e, in generale, in Emilia. A
questi anni risalgono i primi esempi delle sculture delle
“Madri”, tema che, sviluppato nella famiglia, nel genere
umano, proseguirà in tutta la sua produzione.
L’infanzia in una Ferrara
ricca di spessore culturale, l’adolescenza in cui studia
musica, inizia a modellare, conosce artisti come De Pisis e
Minerbi e letterati legati al milieu nazionale quali Corrado
Govoni e Giovanni Cavicchioli, l’esperienza condotta
diciottenne a Firenze presso lo scultore Ezio Ceccarelli che
lo apre all’interesse per Rodin lasciano tracce profonde
nella formazione di Nenci, che già nella prima fase del suo
operare artistico pone l’accento su due “polarità”. Negli
Anni Trenta si afferma in Nenci un tono classicheggiante,
nella scelta dei soggetti e
nell’impostazione dei volumi. Luciano Caramel pone quale
punto di snodo e di raccordo tra il prima e il dopo
nell’attività dello scultore il 1930. Esposti di questi
anni due ritratti, Testa dell’aviatore e Ritratto
virile, accanto a opere come Spirito malato e Il ribelle
che preannunciano invece la possanza anatomica di alcune
imprese di commissione pubblica soprattutto in grande
scala.
Nei cenni biografici che
riguardano questo artista non possono essere dimenticati gli
anni della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1945,
quando Nenci si impiega come capochimico in diversi
stabilimenti ferraresi e della provincia di Rovigo,
soprattutto per affrontare le necessità di una famiglia con
molti bambini, dopo il bombardamento della sua casa-studio a
Ferrara nel 1944 con la distruzione e il saccheggio anche di
molte opere. Ed è in questo periodo che inizia a delinearsi
una sua precisa personale linea stilistica, anche a causa di
dolorose esperienze personali che si intrecciano con la
tragedia del conflitto mondiale. Sul finire del 1945 è a
Milano, trasferitosi con la famiglia dai genitori, dove esegue
alcuni ritratti per il Cimitero Monumentale, quindi trova casa
a Ponte San Pietro (Bergamo) per stabilirsi poi
definitivamente alla fine del 1946 a Mantova, condotto in
questa città dall’attività professionale che lo porta a
impiegarsi in uno zuccherificio mantovano per la bimestrale
campagna saccarifera. Ed è proprio a Mantova che le
esperienze dolorose prima citate potenziano “in lui il senso
di quel “dramma universale umano” cui ora sente di dover
dare una risposta con la propria arte” (Franco Monteforte).
Alle Stalagmiti-Stalattiti
che rappresentano la maturità dell’artista, Nenci
inizia a lavorare nel ’48 a Mantova: e a questo proposito
dichiarazione di intenti nelle mostre di Gallarate e
Mirandola sotto il profilo innovativo è già la scelta
dell’opera Stalagmiti-stalattiti, La caduta quale
immagine guida della mostra. La caduta infatti non solo è
un’opera tarda (1962) lontana dal Nenci delle maternità,
dei ritratti o delle adolescenti, ma soprattutto è scultura
di grande forza espressiva e libertà compositiva. In essa ciò
che conta è il rapporto dell’oggetto scolpito con lo spazio
circostante e soprattutto la considerazione del vuoto come
elemento linguistico imprescindibile del fare scultoreo, che
esalta e potenzia le forme dinamiche e sintetiche volute da
Nenci. La mostra espone due tra i primissimi di questi
singolari lavori, dedicati e intitolati alla famiglia, che
danno corpo in maniera palpitante alla corrispondenza
affettiva tra genitori e figli.
Il legame con la tradizione
che accompagna quasi tutta l’attività di Nenci si legge in
primo luogo nelle scelte iconografiche, non molte, che
ricorrono in continuazione, la maternità, i lottatori, i
ritratti, particolarmente femminili, le adolescenti, gli
affetti familiari, soggetti semplici e consueti, carichi
tuttavia per Nenci, ma anche per la tradizione scultorea, di
valori e echi simbolici. Parimenti anche le tecniche e i
materiali (gesso, terracotta, bronzo) con cui Nenci ama
lavorare sono conferma del suo profondo legame con gli aspetti
più solidi e tradizionali della scultura. In particolare è
proprio la terracotta patinata, trattata con grande mestiere e
sensibilità poetica, che Nenci predilige per le sue opere
migliori, perchè materia calda e vibrante, densa di echi e di
memorie, capace di far vivere i volti, i corpi, la loro
interna tensione espressiva.
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