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Arte -“Disegnosogno” aprirà domani a San Gimignano. Degli otto artisti tre sono di Varese (Gaetano  Blaiotta, Marit Amesz, Sandro Sardella). La Svizzera porta la forma in divenire di Marco Gurtner, la globalizzata Brianza fiori rari come quelli di Alberto Casiraghy e Gaetano Orazio
Artisti in movimento

(25 aprile 2003) Ci sta in tasca, dalla parte del cuore, come un breviario di colori e pensieri, pagine di un viaggio senza meta, marcato dal vento delle parole. Diciassette per dodici, copertina del giallo dei cedri maturi, il titolo e i nomi degli artisti quasi a formare il simbolo del tao. “Disegnosogno” è una mostra e un convivio, l’incontro felice di otto anime belle che spingono il pedale della fantasia verso terre inesplorate, dove è ancora inebriante il profumo del mistero. Il piccolo catalogo è un distillato di delicati componimenti, versi, desideri, pennellate si tendono la mano e guardano la luna, così è più facile sognare.
Al timone del simpatico naviglio ci sono Gaetano Blaiotta e Marit Amesz, poesia e musica dei colori, capaci di unire spiriti inquieti e invitarli a cena sotto un pergolato di glicine. Ognuno degli artisti porta un’opera e piano piano nascono le mostre e i cataloghi, si progettano incontri in luoghi dove il sogno ancora ci abita e gli uomini si sorridono all’incontro per strada.
Sabato 26 aprile la mostra “Disegnosogno” aprirà a San Gimignano, alla sala della Cultura, per rimanerci fino al 3 maggio, ma il 6 luglio la vedremo a Gemonio, alla Casa Paloschi Clivio, e il 29 novembre alla Pinacoteca comunale di villa Soranzo, a Varallo Pombia. Un tour programmato con cura, tappe che raccontano di amici nuovi e luoghi di formidabile suggestione, dove arte Ë anche un profumo o un gesto, l’attimo che si ruba all’infinito.
Così la nostra terra, tanto chiusa all’apparenza, ma forte di ingegni sottili, si fonde con altri paesi e le loro canzoni: da Varese, oltre a Blaiotta e Amesz, ecco apparire il segno silenzioso e fossile di Sandro Sardella, la Svizzera porta la forma in divenire di Marco Gurtner, la globalizzata Brianza fiori rari come quelli di Alberto Casiraghy e Gaetano Orazio, le colline senesi il fascino arcano di Cassandra Wainhouse e New York le figure larvali di Alton Falcone.

Nel taccuino di giallo vestito, da agitare contro i vampiri della vita in scatola, ci sono istruzioni per costruire sogni e brevettarli, camminare sulle nuvole d’aprile e, come sostiene Jack Hirschman a chiosa del tutto, smettere di morire per amare soltanto. La memoria del mare e del cielo, di una terra arcigna sudata di colori affocati, il silenzio della sera di cupo azzurro, addormentata sugli ulivi. Si muove per piste di dissolvimento Antonio Pizzolante (foto sotto), al Chiostro di Voltorre dal 3 al 25 maggio con la mostra TIA∑O∑ - TIASOS (bel catalogo a cura di Rolando Bellini e Luigi Marsiglia), un omaggio accorato alla cultura del Mediterraneo, filtrata attraverso la ricerca di “forme primarie e archetipiche” rubate alla natura e donate all’uomo perché le accolga nel serbatoio dello spirito.

Nell’arca di pietra del chiostro l’artista raccoglie le spoglie del tempo e le plasma con gesti antichi e cullanti. Il luogo esprime l’opera e questa scorre davanti agli occhi sempre nuova, rivelando una fisicità fatta di carta o di legno, di ferro e di pietra e una voce forte e selvatica come quella dei padri. Antonio Pizzolante, pugliese di Castrignano del Capo, lavenese per lavoro e affetti, suggerisce un percorso bidirezionale, la verticale della contemplazione, e l’orizzontale dell’azione.
Ocra, verde, mattone, turchese profondo contribuiscono a creare forti suggestioni luminose e a far riflettere sulle forme, a volte tondeggianti e accoglienti come grembi materni, altre scabre e geometriche, ripiene di ravvolta energia. Gioca, lo scultore, a riempire la mente con simboli arcani, a far risuonare il detto della Sibilla, isolando le tensioni e distillandone con sapienza il movimento, in un rapporto alchemico tra pesi e dimensioni, tra limite e infinito.
Nella sabbia e nel vento, tra le tamerici, l’isola fatata evocata da Pizzolante raccoglie naufraghi di velieri e sommergibili, offre un ricovero di paglia vegliato dal suono del flauto, mentre i jet tagliano il cielo perlaceo in un inesplicabile silenzio.
Viaggia nel dolore cosmico Luca Lischetti, con la forza rutilante dei suoi uomini-larva appesi come lumache a muri invalicabili, grumosi. Fino al 27 aprile, allo Spazio Cesare da Sesto (nel palazzo comunale di Sesto Calende) “L’Uomo il Muro lo Sciamano”, le sue opere sono esposte assieme a quelle dei piemontesi Sergio Sarri ed Enzo Gagliardino.
Te lo vedi, Luca, seduto su un muretto, i piedi penzoloni e lo sguardo tra l’ironico e il trasognato, a intagliare un ramo di larice e farne figure disossate, in cerca di uno spazio, di una volontà. Un fanciullo che sogna e muove i suoi personaggi in un mondo tarato dal dubbio, senza perdere di vista i simboli del suo gioco, la palla colorata, il dado, il bersaglio, armi potenti per vincere la fatica del vivere. E tutto quel rosso, eruttato dal profondo dell’anima, racconta degli sforzi quotidiani per non soccombere all’ansia del dire e del fare, alla domanda pressante di marciare in uniforme portando una bandiera.
 
E giorno dopo giorno la figura dalle braccia rattrappite e dalla schiena arcuata sale un poco ancora sulla parete infinita dell’esistenza, muove un piede, una mano, volge il capo a cercare un sorriso. Non Ë ancora tempo di avere un volto, per captare le tracce della luce bastano i sensori della mente, che Luca dissemina come grandi occhi attoniti, vaganti nella rossa corrente. A quegli occhi l’artista chiede di guardare oltre, di scavalcare il muro e raccontare una storia nuova, fatta di amore e libertà.

Mario Chiodetti
mchiode@working.it


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